Vienna, capodanno

6 gennaio, 2015 § Lascia un commento

DSCN3530Sarà per il concerto del primo gennaio in mondovisione come la benedizione del papa a Natale, che Vienna interpreta meglio delle altre capitali europee il ruolo di città del capodanno. I valzer leggeri (sottofondo festoso di un mondo che era già finito cent’anni fa) risuonano astratti alla radio, mentre il torpore del mattino tracima nel pomeriggio sfumato di grigio e di neve. Le ruote di un tram che non fa rumore cigolano appena, prima di scomparire fra i palazzi aldilà di una piega della viabilità. Vienna è la città del capodanno, così come Venezia è la città del carnevale: entrambe vendono al pubblico globalizzato l’ultimo atto della loro storia grandiosa, il finale da operetta. I segni autentici del passato vanno scoperti anche a Vienna per vie traverse, lontano dai solchi dei turisti smistati con grande efficienza fra le attrazioni delle tre regge dell’Hofburg, di Shoenbrunn e del Belvedere, affollate come tre aeroporti. Trasportati dalle audioguide, i turisti italiani dimenticano che i nomi dell’impero austro-ungarico hanno un significato ambiguo. L’autoritario Francesco Giuseppe dei libri di storia diventa il baffuto e paterno Franz Joseph, il maresciallo Radetzky non è più  il feroce antagonista degli eroi risorgimentali del Lombardoveneto, l’imperatrice Elisabeth -uccisa nel 1898 da un italiano insofferente- si trasforma in diva del cinema col nome di Sissi.

DSCN3501Le vie monumentali che circondano i palazzi del potere sono poco ospitali d’inverno, in penombra, sotto la pioggia, col vento. La sera del primo gennaio arriva in fretta, rischiarata appena dalle ampie vetrate delle pasticcerie, davanti alle quali si accalcano file di turisti curiosi. Le carrozze rievocano un passato che parrebbe ancora attuale, come le gondole di Venezia. I cocchieri col mantello ed il cappello a tesa larga guidano pariglie di cavalli -uno bianco, l’altro scuro- al trotto sulle vie del centro. Le carrozze nere e lucide sostano ordinate in piazza, davanti al palazzo dell’imperatore, pronte per i prossimi turisti di passaggio. Così simili ad una coreografia risorgimentale, ricordano storie di cospirazione, le cinque giornate di Milano, le mie prigioni… altro che impero. Un po’ neoclassici e un po’ rococò, i palazzi del potere eternano il medesimo stile fino alle soglie della grande guerra. Il Neuburg ricorda il Vittoriale, ma si affianca all’Hofburg in continuità, senza gli strappi architettonici della Roma umbertina. Al suo interno un museo finalmente privo di audioguide (succursale della più illustre Gemaeldegalerie) mette in mostra le armature luccicanti dei tempi di Carlo Quinto, i fregi monumentali del tempio di Efeso e gli strumenti musicali del romanticismo. Un’emozione autentica: il pianoforte di Johannes Brahms.

DSCN3569Le regge festose come luna park nascondono i circoli viennesi che hanno lasciato segni profondi all’estero, ma solo vaghe tracce in città, al di là delle mostre temporanee dedicate a Gustav Klimt. Dell’altro Gustav che gli contese la fidanzata – il musicista Mahler – non trovo traccia: ai turisti di capodanno è più facile vendere Mozart e Strauss in costume, come se fossero ancora vivi. Gli itinerari di architettura contemporanea – a partire dagli arzigogoli di Hundertwasser – sembrano l’unica alternativa alla monocultura asburgica. Ma io preferisco la ruota panoramica. Se di luna park stiamo parlando, è più schietto un luogo nato come tale fin dal principio. La reisenrad del Prater è imbullonata come i marchingegni di una fabbrica ottocentesca ed è tenuta insieme da cavi sottili che sembrano i raggi di una ruota di bicicletta. Mentre fa sera, le luci artificiali fanno sembrare la ruota più grande e più panoramica. Ci voleva la finzione del Prater per vivere qualcosa di indubitabilmente vero nel capodanno viennese.

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