La Babele delle autonomie

30 gennaio, 2015 § Lascia un commento

La chiamano autonomia, il principio di sussidiarietà tradotto in pratica, per cui il potere centrale si sgrava dell’onere di scrivere norme universali e passa la palla ai funzionari decentrati, che vivono l’ebbrezza di una strana libertà e credono che il potere sia tagliare e incollare le linee guida di una commissione di esperti, come un vestito su misura per situazioni sfuggenti, casi particolari, miserie. E’ un segno dei tempi – della crisi dello stato centrale e del policentrismo della rete – se le forme normative si moltiplicano nella Babele delle autonomie. Entia non sunt moltiplicanda praeter necessitatem… diceva sette secoli fa un noto filosofo francescano, che però si fece scomunicare dal papa. Il rasoio di Ockham non si applica alla scuola delle autonomie, dove ognuno si illude (viene illuso) d’essere un piccolo imperatore, con le proprie leggi ed il proprio impero in miniatura, contro innumerevoli altri piccoli imperatori, nella confusione di mille linguaggi parlati in solitudine.

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Senso di irresponsabilità

23 gennaio, 2015 § Lascia un commento

Stanno succedendo cose importanti nei palazzi della politica? Qualcuno accusa il capo di governo (e di partito) di scardinare l’ordinamento democratico a colpi di nomine e di riforme che sembrano fatte per scherzo. In tanti aspettano l’elezione del Presidente della Repubblica come la fumata bianca di un conclave. Vedremo presto chi sarà l’erede di Napolitano, il punto medio dei nuovi equilibrismi. Non so se preoccuparmi del mio disinteresse per questa commedia all’italiana che si rinnova. L’intelligenza non trova più conforto neppure nelle trasmissioni di radio radicale. Per consolarsi c’è la satira di Maurizio Crozza che però è in pausa fino a marzo.

Nel bozzolo del mio nuovo mestiere non più tanto nuovo (professore di scuola media, come una volta) mi concedo il lusso del disinteresse per la politica italiana, tenendo la tv sintonizzata sulle frequenze internazionali. La banca centrale europea fa appello al senso di responsabilità dei cittadini e dice che le riforme e la flessibilità sono imprescindibili per tirare avanti. Il gioco democratico chiede il consenso, non lo impone, con l’interlocuzione del senso di responsabilità.  Mario Draghi avrebbe più successo nell’invocare il senso di stupidità, perché è difficile accettare responsabilmente un peggioramento delle proprie condizioni, se il peggioramento è tanto maggiore quanto più critiche sono le condizioni di partenza e non tocca i benestanti che anzi si arricchiscono. La ripresa potrebbe essere solo un film e prima delle riforme strutturali arriveranno altri tagli, non orizzontali ma verticali… Troveremo qualcosa di diverso da fare. Cambieremo film.

A cena con “Archeologia di un padre”

20 gennaio, 2015 § 3 commenti

Quando pensavo al libro che avrei pubblicato, non immaginavo presentazioni roboanti con bagni di folla. Però accarezzavo l’idea di poterne parlare a piccoli gruppi, in incontri conviviali dove un tranquillo scambio di idee mi avrebbe permesso di conoscere meglio quello che avevo scritto. Un’occasione di questo tipo mi è stata fornita sabato scorso dall’amico Cesare Pistocchi, che coltiva l’orto appassionatamente con l’attenzione di chi pensa a quello che fa, nella campagna ravennate di Ammonite. Quasi per caso nella festa di Sant’Antonio la cena raffinata prevedeva un’introduzione a più voci del mio “Archeologia di un padre”. Superate le perplessità di chi riteneva inadeguato il contesto paesano (troppo sofisticati i contenuti?) la discussione ha preso una piega interessante che ha chiarito anche a me, in un modo che non sospettavo, l’intreccio di significati che assume qui la parola “archeologia”. Il gioco di rimandi fra due diverse archeologie è probabilmente la causa principale dello stupore che suscita questo libro: da un lato l’archeologia di un passato remoto, rievocato però come se fosse ancora vivo ed in continuità con la nostra esperienza presente; dall’altro lato il passato prossimo delle esperienze private, degli oggetti di ieri, obsoleti, dimenticati, ma scavati come reliquie archeologiche, irreversibilmente disgiunte dal presente. Nel continuo rimando fra un piano e l’altro ribolle un dinamismo che dà qualche vertigine.

Ho raccolto molte impressioni (altre ne giungeranno ancora) che mi confermano di aver centrato un obiettivo non solo documentario, ma anche letterario. Per riempire duecento pagine, sapevo di dover dare un ritmo nuovo alla scrittura che non poteva essere la stessa di un racconto lungo. Ho preso alla lettera la parola “trama” ed ho pensato che avrei dovuto sviluppare una tessitura di fili diversi che si intrecciano e tornano ad intrecciarsi fino a dare vita ad un tessuto con una consistenza solida, diversa da quella dei singoli fili. Se dico che questo non è un libro di archeologia, non vorrei esonerare dalla lettura gli archeologi di professione. La storia delle ricerche archeologiche del nostro territorio è un robusto filo dell’ordito, senza interruzioni, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta del Novecento. Potrebbe essere sufficiente per uno specialista del settore, ma l’archeologia di cui parlo non è solo questo: è il motore evocativo di più ampi orizzonti emotivi, dove si intrecciano i dialoghi teneri e crudeli fra un padre ed un figlio. Ma come ho fatto ad affrontare un abisso privato così coinvolgente, che toglie il respiro soltanto a pensarci? Il pudore trattiene certuni dall’affrontare la lettura di questa storia, come se fosse una confessione privata da non condividere troppo, salvo poi ficcarci il naso a casaccio con la curiosità che fa origliare affari di famiglia dal buco di una serratura. Chi si aspetta confessioni intimistiche da rotocalco televisivo potrebbe rimanere deluso. Sono gli oggetti, i gesti, l’archeologia, che parlano e dialogano fra loro, fino alla commozione.

Grazie di cuore a Mauro Sandrini che ha coordinato la presentazione e a Paola Novara che non si nega mai quando le chiedo un contributo di competenza. Grazie agli amici cervesi che hanno partecipato portando idee e convivialità. Una menzione speciale a Cesare, Alan ed Elisa che in cucina hanno davvero fatto scintille… tortino di topinambur con salsa di cavolo nero, tortello al cuore fondente, arrosto di maiale farcito accompagnato con mele e cipolle al marsala, mousse caramello e gianduia con joulienne di agrumi.

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Duemila15

16 gennaio, 2015 § 1 Commento

Ora che gli anni ricominciano ad avere cifre consistentemente diverse dallo zero, servono punti di riferimento nuovi. E’ inutili cercarli nel flusso continuo degli amici che lampeggiano su facebook e su twitter, tantomeno in TV. Qualche articolo pregiato affiora di tanto in tanto fra la schiuma del web ed allora ha senso concedersi il tempo di leggerlo, rilanciarlo, trattenerne le linee essenziali nella memoria biologica del cervello personale, il Personal Brain che non è soggetto alla rapida obsolescenza del Personal Computer. Anche nel web è prioritario quel che rimane oltre il flusso incessante di informazioni che si susseguono da un giorno all’altro e negano quelle del giorno prima. Mentre la rete delle comunicazioni ridefinisce se stessa ora per ora, la rete della conoscenza sfuma in background, ma c’è:  in silenzio va liberata dal rumore di fondo che la opprime. I maestri del secolo avranno un compito forse semplice, forse complesso: liberare la rete della conoscenza dagli intrecci inutili delle informazioni che la incrostano e la occultano. Qualcuno al lavoro c’è già, cerchiamo di seguirlo.

Il 2015 è cominciato con un fatto di cronaca raccapricciante che ha scatenato l’onda corale degli opinionisti del web. Il risultato dell’eccidio dei fumettisti satirici di Parigi ha fatto vendere questa settimana tre milioni di copie di un giornale che a molti non sarebbe mai venuto in mente di comprare: un successo inaudito da fare invidia ai guru del marketing. La società aperta su cui si fonda l’Europa moderna si consola con le dichiarazioni pubbliche, coi raduni oceanici di una collettività che reagisce alla violenza seguendo un istinto raffinato: identificandosi con le vittime. Provate a fare a tutti (siamo milioni) quello che avete fatto a loro (se ci riuscite): siamo tutti Charlie, anche se sono in pochi a condividere gli eccessi di quella satira. Nel vecchio continente serpeggia l’impressione d’essere nuovamente teatro di guerra, settant’anni dopo la fine dell’ultima guerra: una guerra diversa, puntiforme, istantanea, che rende complicata la convivenza delle differenze. La società aperta che ha risolto le dittature del Novecento può fallire, forse ha già fallito. Mentre la cultura della tolleranza si semplifica in motti di buonismo, in slogan superficiali, la società aperta sta diventando ideologia. La soluzione non può essere una marcia indietro, ma dovrebbe guardare avanti con un istinto di sopravvivenza più robusto di quello che la diffusa tolleranza ideologizzata sa esprimere. Dobbiamo imparare a fare i conti con qualcuno (nemico? Nemico!) che inganna l’esanime società aperta coi bambini aguzzini, le bambine Kamikaze, i giovani violenti e tristi che hanno in spregio gli aspetti superficiali (gli unici che conoscono) della cultura occidentale. Saranno anch’essi vittime di un sistema, ma sono i nostri carnefici.

Il 2014 era finito con altri fatti agghiaccianti, per motivi del tutto differenti. Il traghetto in fiamme e alla deriva per tre giorni in Adriatico al largo delle coste albanesi ha rievocato gli scenari di catastrofi novecentesche. I dati real-time dei sistemi informatici non hanno agevolato le manovre di soccorso, anzi hanno accresciuto la babele di informazioni frammentarie rilanciate dai mezzi di comunicazione. Dopo tre giorni non era ancora possibile un bilancio definitivo dei dispersi, perché non era chiaro il numero dei passeggeri imbarcati. Crediamo che sia tutto sotto controllo, organizzato mediante una burocrazia informatizzata a cui nulla sfugge, e invece basta una crepa imprevista nel sistema per fare tornare ogni cosa nel caos, con la confusione aggiuntiva delle cronache in diretta. Ci illudiamo di governare la complessità con procedure che sono inutili fuori dall’emergenza, e sono inefficaci nell’emergenza. Ma tant’è, qualcosa dovremo pur fare, anche se la realtà sfugge chi la vorrebbe governare. Fino a non molti anni fa ci si proteggeva dai pericoli con le messe, i tridui e le novene. Se non bastavano, c’erano gli esorcismi. Ora si fanno i corsi antincendio, le prove di evacuazione. Le liturgie della tecnica sono forse più sofisticate, ma toccano ancora le corde dei riti scaramantici.

Vienna, capodanno

6 gennaio, 2015 § Lascia un commento

DSCN3530Sarà per il concerto del primo gennaio in mondovisione come la benedizione del papa a Natale, che Vienna interpreta meglio delle altre capitali europee il ruolo di città del capodanno. I valzer leggeri (sottofondo festoso di un mondo che era già finito cent’anni fa) risuonano astratti alla radio, mentre il torpore del mattino tracima nel pomeriggio sfumato di grigio e di neve. Le ruote di un tram che non fa rumore cigolano appena, prima di scomparire fra i palazzi aldilà di una piega della viabilità. Vienna è la città del capodanno, così come Venezia è la città del carnevale: entrambe vendono al pubblico globalizzato l’ultimo atto della loro storia grandiosa, il finale da operetta. I segni autentici del passato vanno scoperti anche a Vienna per vie traverse, lontano dai solchi dei turisti smistati con grande efficienza fra le attrazioni delle tre regge dell’Hofburg, di Shoenbrunn e del Belvedere, affollate come tre aeroporti. Trasportati dalle audioguide, i turisti italiani dimenticano che i nomi dell’impero austro-ungarico hanno un significato ambiguo. L’autoritario Francesco Giuseppe dei libri di storia diventa il baffuto e paterno Franz Joseph, il maresciallo Radetzky non è più  il feroce antagonista degli eroi risorgimentali del Lombardoveneto, l’imperatrice Elisabeth -uccisa nel 1898 da un italiano insofferente- si trasforma in diva del cinema col nome di Sissi.

DSCN3501Le vie monumentali che circondano i palazzi del potere sono poco ospitali d’inverno, in penombra, sotto la pioggia, col vento. La sera del primo gennaio arriva in fretta, rischiarata appena dalle ampie vetrate delle pasticcerie, davanti alle quali si accalcano file di turisti curiosi. Le carrozze rievocano un passato che parrebbe ancora attuale, come le gondole di Venezia. I cocchieri col mantello ed il cappello a tesa larga guidano pariglie di cavalli -uno bianco, l’altro scuro- al trotto sulle vie del centro. Le carrozze nere e lucide sostano ordinate in piazza, davanti al palazzo dell’imperatore, pronte per i prossimi turisti di passaggio. Così simili ad una coreografia risorgimentale, ricordano storie di cospirazione, le cinque giornate di Milano, le mie prigioni… altro che impero. Un po’ neoclassici e un po’ rococò, i palazzi del potere eternano il medesimo stile fino alle soglie della grande guerra. Il Neuburg ricorda il Vittoriale, ma si affianca all’Hofburg in continuità, senza gli strappi architettonici della Roma umbertina. Al suo interno un museo finalmente privo di audioguide (succursale della più illustre Gemaeldegalerie) mette in mostra le armature luccicanti dei tempi di Carlo Quinto, i fregi monumentali del tempio di Efeso e gli strumenti musicali del romanticismo. Un’emozione autentica: il pianoforte di Johannes Brahms.

DSCN3569Le regge festose come luna park nascondono i circoli viennesi che hanno lasciato segni profondi all’estero, ma solo vaghe tracce in città, al di là delle mostre temporanee dedicate a Gustav Klimt. Dell’altro Gustav che gli contese la fidanzata – il musicista Mahler – non trovo traccia: ai turisti di capodanno è più facile vendere Mozart e Strauss in costume, come se fossero ancora vivi. Gli itinerari di architettura contemporanea – a partire dagli arzigogoli di Hundertwasser – sembrano l’unica alternativa alla monocultura asburgica. Ma io preferisco la ruota panoramica. Se di luna park stiamo parlando, è più schietto un luogo nato come tale fin dal principio. La reisenrad del Prater è imbullonata come i marchingegni di una fabbrica ottocentesca ed è tenuta insieme da cavi sottili che sembrano i raggi di una ruota di bicicletta. Mentre fa sera, le luci artificiali fanno sembrare la ruota più grande e più panoramica. Ci voleva la finzione del Prater per vivere qualcosa di indubitabilmente vero nel capodanno viennese.

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