Nota di fine anno ___

30 dicembre, 2014 § Lascia un commento

Alla fine del 2014 mi accorgo di non avere più scritto di politica nella categoria delle impressioni. Sarei stato ripetitivo. Mi pare sempre più difficile afferrare la realtà nelle battute di un blog. Le resistenze si fanno beffa del nuovo che avanza… non solo in politica. La biglietteria della stazione ferroviaria ha installato un nuovo computer che impiega il triplo del tempo per stampare i biglietti, due lenzuoli di cartoncino: uno per l’andata e l’altro per il ritorno di un viaggio di pochi chilometri. La mia connessione ADSL continua a funzionare a singhiozzo dopo sei anni di segnalazioni a Telecom, che non mette soldi nelle centraline ma investe in pubblicità. La telefonia mobile non riesce a scalzare quella fissa, perché tutti devono mangiare. E noi ci nutriremo di avanzi anche nel 2015.

Al di là delle impressioni, le cronache quotidiane ed i racconti di viaggio sono le sezioni più vitali di questo blog. Ho sistemato i racconti in due nuove categorie: in viaggio e in mare, che affiancano la tradizionale categoria dei luoghi. Dopo sei anni e quattro mesi il project! si compone dunque di 422 articoli: 175 appartenenti alla categoria delle cronache, 85 per le impressioni, 72 per i luoghi, 64 per i viaggi in mare e in terra, mentre gli ultimi 27 raggruppano spunti culturali di vario tipo. Ho anche riesumato la nuvola dei tag, in fondo alla colonna di destra, soprattutto in relazione ai nomi di luoghi, con un link diretto alle cronache che parlano di scuola (pensieri scolastici) ed ai post che riflettono sul blog in quanto tale (blognotes). Sotto la mia immagine nella colonna di destra ho aggiunto l’elenco dinamico degli articoli e delle pagine del project! più viste nelle ultime quarantotto ore. Alcuni pezzi sono ben indicizzati dai motori di ricerca e tornano d’attualità anche a distanza di anni. Sotto di essi, prima delle categorie, ho compattato gli archivi mensili in un menù a tendina.

Per la statistica: nel 2015 i pezzi sono stati 54, le visite sono state undicimila ed i contatti seimila, con una media di trenta visualizzazioni al giorno. Il contatore segna 58.400 pagine viste dall’inizio (settembre 2008), con una media di 138 visualizzazione per ogni pezzo.

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Il silenzio dei giorni di festa

26 dicembre, 2014 § Lascia un commento

Dalle nebbie del litorale alle nuvole basse degli Appennini, il Natale è arrivato puntuale anche quest’anno. Dopo le corse per i regali, dopo i pranzi e le cene rituali, un muto silenzio ovattato ricopre le strade e le piazze come nebbia fine mentre fuori fa sera. Più dei clamori, più delle tavole apparecchiate nelle sale da pranzo, la voce della festa è questa: il silenzio, la libertà di un sonno ad occhi aperti nel vuoto del silenzio.

Archeologia di un padre, appendice imolese __

20 dicembre, 2014 § Lascia un commento

DSCN3463Strana città Imola, tappa rituale del lungo rettilineo della Via Emilia verso Bologna, ha un centro storico di impronta antica ma è deserta nei giorni di festa. Nelle strade strette e dritte, senza le insegne colorate dei bar, le uniche porte illuminate sono quelle dei musei, che anche d’inverno stanno aperte fino a sera ed invitano il pubblico (che non c’è) a fare un salto indietro nel tempo. Tanta oscurità pre-natalizia deve essere colpa della crisi al buio che è riuscita ad affondare perfino il gigantismo economico delle cooperative imolesi, proprio adesso che qualche timido accenno di ripresa si nota nel traffico dei camion in autostrada. Etles racconta che è appena tornato da un viaggio in Asia per riallacciare i fili del suo mercato di macchine tessili, mentre ci dirigiamo a piedi verso le forme cupe della rocca antica e manomessa, distesa nel prato nero, poco prima dell’orario di chiusura. C’ero già stato -certo che c’ero già stato- ma mai prima d’ora con tre bambine che saltano spiritate come fantasmi sugli spalti del castello, nel buio di una domenica sera di dicembre.

Prima di arrivare alla rocca avevamo attraversato le sale dell’ex convento dei frati di San Domenico, dove dal 2012 è tornato a risplendere il museo di Giuseppe Scarabelli. Le collezioni di fossili, di selci, di ceramiche d’impasto raccolte nel corso di una vita a cavallo fra Ottocento e Novecento sono ancora conservate nelle sontuose vetrine di legno, degne di una farmacia. Il nuovo allestimento ha rivitalizzato da dentro le vetrine coi prodigi dell’illuminotecnica, lasciando al loro posto i pezzi e le didascalie scritte a mano con l’inchiostro: un raro e ben riuscito esempio di “museo musealizzato”, destinato a sopravvivere ai capricci dell’attualità. Anche qui c’ero già stato… ma non proprio qui: trent’anni fa il museo archeologico di Imola si trovava da un’altra parte, nelle sale al piano terra di un edificio storico affacciato sulla via Emilia. Accanto alle vetrine della collezione Scarabelli c’erano i ritrovamenti d’età villanoviana ed altri d’età romana, che rendevano l’archeologia imolese un punto di riferimento per i cultori della materia.

Mio padre Tobia se l’era appuntato da tempo e la mattina di un giorno senza scuola lo accompagnai. Sarà stato il 1980. Non succedeva spesso di uscire dalle nostre abitudini festive. Il ricordo del museo di Imola si staglia nitido fra le tante domeniche rituali, in apparenza simili, al museo di Forlimpopoli dove mio padre era direttore. Quella mattina prendemmo il treno per Bologna con un biglietto piccolo di cartoncino rosa, che il controllore chiese subito e forò con una pinza come per gioco. Il treno fermava in tutte le stazioni e mi stupiva doverlo chiamare accelerato nonostante le numerose soste, le lungaggini del servizio postale ed i fischi ripetuti del capotreno ad ogni partenza strattonata delle carrozze. Il viaggio fu breve, meno di tre quarti d’ora. Anche la passeggiata in centro, passando dalla piazza, sotto la torre, durò poco. Ci ficcammo subito dentro il museo archeologico, dove contavo le stanze e mi illudevo di fare presto, mentre mio padre fissava immobile una ad una le vetrine scure, sontuose, fitte di frammenti preistorici, prendendo appunti in un taccuino.

Io mi lasciavo distrarre dalle vecchie tavolette dell’Istituto Geografico Militare appese alle pareti con l’indicazione dei luoghi dei ritrovamenti e scoprivo i nomi di una campagna nuova, abbastanza lontana da casa da sembrare disgiunta da quella familiare delle nostre passeggiate in bicicletta. Cercavo di trovare un interesse per qualcosa – se non i reperti almeno gli arredi del museo – ma non potevo competere con il silenzio assorto mio padre, mentre le lancette dell’orologio correvano verso mezzogiorno e lo superavano, facendomi immaginare che non saremmo tornati a casa per l’ora di pranzo. Così ci fermammo a mangiare a Imola, non in un ristorante e nemmeno in un bar, ma in un negozio di generi alimentari, come era abitudine allora, con un panino. Volevo decidere se chiedere prosciutto o mortadella, ma mio padre mi fece ragionare: “Non puoi saperlo prima, se il prosciutto di questo negozio è veramente buono o se invece conviene mangiare qualcos’altro – disse – lascia fare a me!”.

La porta della vetrina d’ingresso si richiuse alle nostre spalle. Al di là del banco alto, carico di cose da mangiare, si sporgeva la sagoma snella di una giovane commessa: “Cos’ha di buono da darci?”, chiese mio padre con aria trasognata. La commessa ci fissò incredula. Forse non capiva cosa volevamo, mentre lo sguardo di mio padre, solo superficialmente interessato al negozio di alimentari, continuava a rincorrere quello che aveva appena visto nelle vetrine del museo. Mi imbarazzava che lui non si fosse reso conto della stranezza di un approccio così, che era consueto in un paese di provincia del dopoguerra, ma era ormai fuori luogo in un negozio ricco degli anni Ottanta. Potevamo essere stati fraintesi – pensavo – e considerati addirittura accattoni. “Cos’ha di buono da darci?” non glielo perdonai. I figli sono molto esigenti coi genitori. Tanta vergogna da parte mia era effettivamente esagerata. I negozianti hanno spesso a che fare con gente insolita, più spesso di quanto un bambino sia disposto a credere.

Quante storie a Venezia _______

12 dicembre, 2014 § 1 Commento

DSCN3414A Venezia durante il picco di marea di un plenilunio autunnale, con l’acqua marina che spinge le onde fin sulle fondamenta di Cannaregio, mi sono accorto di non avere mai visto Venezia così, con l’acqua alta: eppure c’ero già stato molte volte, tante volte, in apparenza innumerevoli. L’alta marea a Venezia non è un’onda che invade la città: è il gorgoglìo di acque salmastre che risalgono in superficie dai tombini, come animate da invisibili pompe di sentina che spargono pozzanghere sulle strade e nelle piazze. Quando il livello del mare sale fino a lambire gli approdi, il pelo d’acqua increspata del Canal Grande nasconde completamente la vegetazione di alghe alla radice delle facciate monumentali e le fa sembrare più intatte, più pulite e sorridenti nel gioco di lasciarsi sommergere. Ebbene: potrebbe essere la città che scende e non il mare che sale, come il dorso di un pigro cetaceo ricoperto dai merletti delle architetture gotiche e bizantine. Il respiro delle maree fa sembrare Venezia insospettabilmente viva, proprio lei che doveva morire.

DSCN3453Quante volte sono stato a Venezia – mi domando – non riesco a contarle… Ricordo alcune visite ricorrenti: le mostre di Palazzo Grassi negli anni Ottanta (i viaggi in pullman ed i panini raggrinziti nello zaino), i giovedì di carnevale negli anni dell’Università (l’ultimo treno della sera per rientrare a Bologna a mezzanotte), le biennali d’arte e di architettura degli anni Novanta e Duemila (i pernottamenti economici nelle pensioni di Mestre). Se proprio ci penso, mi tornano in mente due… tre situazioni particolari, momenti assolutamente degni della coreografia veneziana: l’inseguimento del professor Alfonso Maria Liquori al quale avevo osato chiedere il titolo della tesi di laurea, in quel curioso centro di biologia teorica al Sotoportego della scaleta nella primavera del 1990, e poi la partecipazione al convegno AIRO nel settembre del 2003, con una relazione dal titolo iper-specialistico: “Sistema di supporto alle decisioni basato su logiche fuzzy e modello di simulazione” discussa a due voci con Raffaele Maccioni davanti ad un pubblico di accademici stralunati, nell’auditorium dell’università a Santa Margherita prima della pausa di mezzogiorno. E poi, ancora, gli ultimi giorni di settembre del 2009 con Tommaso Casini a Campo San Polo, intrattenuti nel fantasmagorico Palazzo Donà dal direttore polacco della fondazione SIGNUM.

DSCN3408Dopo tante visite dovrei sapere cosa mi aspetta a Venezia, ma mi accorgo di conoscere male la città lagunare. Di essa ho una conoscenza frammentaria, diversa da quella sistematica con cui ho scandagliato altre città dove sono andato e tornato. A Venezia mi sono fatto sempre distrarre dai vicoli, dagli aromi umidi delle calli, dal via-vai dei traffici artigiani nei barconi e sui carretti. Senza meta ho preferito lasciarmi sedurre dai percorsi della fantasia, a pelo d’acqua fino alle coste dell’oriente. Ho interpretato questa città come fan tutti, sfondo fantastico per un giorno di festa. Ma Venezia va attraversata, anzi scavata strato dopo strato come una reliquia archeologica resa viva dall’interesse del mondo intero per la sua singolarità. Basta un attimo per allontanarsi dai solchi del traffico turistico e godere l’intreccio primordiale di una doppia viabilità, terrestre e marina, dove i canali offrono scorci di un tempo decaduto, che ha abdicato a favore delle vie di terra. Chi arriva dal retroscena della stazione ferroviaria e percorre le vie pedonali sa d’essere sulla strada recente di una modernità che ha impoverito il punto di vista sulla città, paventandone la morte e cercando rimedi nelle chiuse del Mose. Ma il respiro delle acque dice che la città è ancora lontana dall’equilibrio delle cose morte.

DSCN3372Strato dopo strato la storia riaffiora nelle maschere dei fantasmi e pare impossibile contenerla in un mosaico di impressioni. Le logge snelle e aperte come palafitte sul Canal Grande -bizantine prima di diventare gotiche- sono strette fra le proporzioni imponenti dei palazzi cinquecenteschi, chiusi in un’idea astratta di classicità teatrale. Sono i palazzi le vere anime luccicanti di Venezia, insieme alle sacrestie maestose, sale di rappresentanza, non di servizio. Le raccolte dei musei paiono pretestuose, immerse nella luce artificiale degli allestimenti di moda, quando il luccichio della laguna sa rianimare le sale antiche dei palazzi così come sono, coi loro arredi, i loro lampadari,  gli stucchi e le tele che ricoprono intere pareti come tappezzeria. Non deve essere facile curare l’allestimento di un museo veneziano. Basterebbe forse ricomporre i quadri, le sculture e gli arredi nei luoghi per i quali erano stati pensati. Il labirintico museo Correr in piazza San Marco dovrebbe decomporsi e lasciare che le singole collezioni tornino a vivere separatamente nelle sale che le hanno viste nascere. I nuovi ricchi del mondo intero si prenderanno cura dei palazzi di questa città e li faranno brillare come tessere di un mosaico, speriamo per tutti, mentre la penombra continuerà a scendere lieve di sera sulle vie d’acqua e sulla laguna.

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La cultura insostenibile

4 dicembre, 2014 § Lascia un commento

“Farm Hall 45” è uno spettacolo teatrale di cui forse non sentirete parlare, scritto e diretto da Giuseppe O. Longo: va in scena stasera a Firenze al teatro delle Cascine. E’ un plot ricco di intrecci nel quale interagiscono i più illustri fisici teorici tedeschi, in un campo di prigionia inglese alla fine della seconda guerra mondiale. Si parla della “bomba” e dei destini dell’umanità da un punto di vista insolito. Il soggetto ricorda un po’ i “Fisici” di Durenmatt o quell’altra trama di Niels Bohr che vedemmo qualche anno fa nei teatri di prosa sotto il titolo di “Copenhagen”.  “Farm Hall 45” è una storia più densa e più profonda di “Copenhagen”, ma sarebbe velleitario sperare in un successo analogo. Non ce lo aspettiamo, perché le vie del successo dipendono da canali comunicativi estranei alla cultura che un autore è capace di trasmettere.

Fra una prova e l’altra di questo spettacolo teatrale, ho incontrato l’amico Longo a Firenze ieri mattina, per consegnargli una copia del mio “Archeologia di un padre” che gli avevo promesso quando ancora era in gestazione. Ci siamo dati appuntamento davanti alla chiesa di San Marco ed in pochi passi abbiamo raggiunto l’omonimo bar d’angolo, dove abbiamo trascorso un paio d’ore a conversare e a telefonare. Tempo fa c’eravamo detti che sarebbe stato bello produrre qualcosa insieme: un resoconto dei decenni di attività culturale che porta il nome di “Civiltà delle Macchine”. A me sarebbe piaciuto lasciarne testimonianza a futura memoria, come la ricetta di un’idea sostenibile di cultura per chi avesse voluto riscoprirla chissà quando. Non mi interessavano i grandi numeri: la qualità del nostro discorso non si sarebbe dovuta misurare con il fragore degli applausi, convinto come sono che la cultura vera è affare di pochi (che ne hanno voglia). D’altro canto era già così ai tempi di Poliziano e di Pico della Mirandola, tanto per citare due nomi illustri sepolti nella chiesa di San Marco all’altro capo della piazza. Ma l’amico Longo mi fa notare una differenza importante: al tempo degli umanisti la stessa cultura innervava il mondo dei dotti e degli analfabeti, che riconoscevano comunque il valore della cultura. A Firenze c’erano maniscalchi e falegnami desiderosi di mandare a memoria i versi della Commedia dantesca.

Ora che tante voci su piani differenti vantano la stessa dignità, la cultura tradizionale non è un più un riferimento irrinunciabile neppure per chi la coltiva e la apprezza. Fraintendendo le pari opportunità, l’agone mediatico mette in mostra nani ed eroi sullo stesso palcoscenico, dove vince chi urla più forte. Le banalità sono più facili da urlare: così non c’è da stupirsi per l’esito dei dibattiti e per le politiche che ne vengono fuori. Secondo Longo un bel libro sull’idea sostenibile di cultura non avrebbe seguito, umiliato da chi se ne infischia e per questo vince. Se la cultura è un pezzo importante dell’identità di qualcuno, per me ha ancora senso sostenerla con ogni mezzo, in compagnia dei pochi che ne condividono il gusto. Se non ci è consentito di lasciare il segno, pretendiamo almeno il rispetto che il pluralismo del nostro tempo accorda alle minoranze etniche e ai diversamente abili.

Stanno per suonare le campane di mezzogiorno quando usciamo dal bar San Marco per dirigerci in via degli Alfani, dove esiste ancora una libreria indipendente, coi libri scelti in mostra sui tavoli e sugli scaffali di legno scuro. Vagabondiamo fra un soggetto e l’altro scambiandoci qualche battuta: una libreria come questa è diventata una rarità! Prima di andarsene Longo svela al cassiere la propria identità e chiede notizie dei libri che lo riguardano come autore. Dei tredici titoli che ha pubblicato, in catalogo c’è traccia solo dell’ultimo, il “Bit Bang” dell’anno scorso. Neppure Einaudi ha interesse a mantenere in circolazione il pluri premiato “Acrobata” di Giuseppe O. Longo. Nel futuro già presente dei simbionti anche gli scritti volano via, come le parole.

Dove sono?

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