Una certa idea di cultura

22 novembre, 2014 § 1 Commento

Dopo aver finito di leggere il bel libro di Elisabeth Kolbert “The Sixth Extinction”, ho ripreso in mano “Wonderful life. The Burgess Shale and the Nature of History” di Stephen Jay-Gould, che avevo comperato a Pittsburgh l’anno scorso in un negozio di libri usati ed avevo cominciato a leggere quest’anno a settembre, durante il viaggio a Norimberga. Uno stile travolgente ed un carico di informazioni che vanno ben aldilà della paleontologia fanno di Stephen Jay-Gould un autore esemplare, con sviluppi imprevedibili ed un ritmo che sembra la cavalcata di un cow boy. Nella prefazione di Wonderful life, Jay-Gould dichiara di avere in mente un lettore generico, privo di competenze specialistiche ma dotato di una buona formazione di base, il quale potrebbe trovare il tempo di leggere un libro come questo durante un viaggio aereo intercontinentale, quando l’oceano scorre sotto i finestrini ed il tempo ristagna noioso risalendo a ritroso i fusi orari. La visione di Jay-Gould è stravagante ed eccentrica anche quando guarda al proprio pubblico, ma forse non più di tanto. Per leggere un libro così, che ha l’ambizione di giocare con le parole del sottotitolo capovolgendo “storia della natura” in “natura della storia”, serve un adeguato spazio mentale ed un tempo che non può ridursi ai ritagli fra un impegno e l’altro.  La cultura vera richiede uno spazio ed un tempo molto grandi, entrambi sovradimensionati rispetto alle possibilità delle comunicazioni attuali, che viaggiano sulle onde di eventi estemporanei, di messaggi e di tweet che si esauriscono in ammiccamenti rapidissimi.

Per molti dotti accademici oggi è diventato un vanto seguire le orme di Jay-Gould e scrivere libri divulgativi, lasciandosi però sedurre troppo dalle lusinghe dei lettori, nella consueta logica di un mercato dove il successo viene misurato con il “venduto”. In questa prospettiva è forte la tentazione di un gioco al ribasso, all’inseguimento degli istinti basic del pubblico delle edicole, sempre più indistinguibile da quello televisivo. Il desiderio di divulgare alimenta la fantasia di chi vorrebbe uscire dal bunker dell’iper-specializzazione, dove le pubblicazioni servono (solo) a produrre punteggio per i concorsi. Di solito c’è poca cultura in un articolo specialistico, non più di quella che si trova in certe riviste divulgative: sono le due facce della stessa medaglia svuotata.

Fra i testi specialistici e quelli per il grande pubblico esistono infinite sfumature intermedie, alcune delle quali sono davvero vitali per l’idea di cultura che piace a me, radicata nei classici “saggi” della tradizione otto e novecentesca, non del tutto scomparsi, ma con un pubblico minoritario, che potrebbe sembrare un’elite improduttiva. La cattiva cultura dominante sostiene che non  è necessario leggere questi libri, assaporarli, farli propri nei tempi lunghi di una meditazione: basta citarli, (anche a sproposito) e poi passare subito a qualcosa di diverso, per non perdere tempo.

Attorno alla parola cultura c’è un certo imbarazzo anche a scuola, dove è meglio parlare di conoscenze, di competenze e, in mancanza d’altro, di “progetti”. Eppure la scuola dovrebbe essere il primo laboratorio di cultura viva. Da parte sua, l’associazionismo culturale trova la propria identità nell’organizzazione di eventi: convegni, mostre, conferenze dove coinvolgere un nome di grido per un pubblico occasionale. La cultura a cui alludo non è purtroppo questa: rimane confinata dentro un pozzo e spaventa gli organizzatori degli eventi culturali, perché è straniante. E’ il dialogo con un manipolo di amici che leggi e che raramente incontri, essendo lontani e quasi tutti morti. Qualcuno di loro talvolta emerge dal pozzo in carne ed ossa, ma è un fatto eccezionale. Quando capitano questi incontri ha senso fermarsi a parlare, per chiedere dove va la strada e non perdersi.

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Archeologia di un padre, la prima.

9 novembre, 2014 § 3 commenti

DSCN3277Si è svolta ieri nel teatro comunale di Forlimpopoli la tavola rotonda di presentazione del mio “Archeologia di un padre”, con Franco Mambelli, Angela Donati, Luciana Prati, Chiara Guarnieri ed un pubblico di un centinaio di persone. E’ vero che un libro, dopo essere stato pubblicato, non appartiene più a chi lo ha scritto, ma a chi lo legge, cioè a tutti coloro che nel filo della narrazione proiettano la propria immaginazione e ritrovano una parte di se stessi.

DSCN3295Ringrazio i relatori per gli attestati di stima e ancor più per l’autentico coinvolgimento emotivo di cui hanno dato testimonianza, che mi dimostra di aver centrato l’obiettivo: due anni di lavoro nei quali non ho solo narrato un’esperienza vissuta, ma ho dato vita ad un mondo che resterà impresso nella carta stampata finché qualcuno avrà voglia di leggerlo. Ringrazio gli amici ed i conoscenti che hanno partecipato dimostrandomi così il loro interesse: con alcuni ho parlato, con altri ho trovato solo il tempo per un saluto. Ringrazio il Comune di Forlimpopoli che ha dedicato al mio libro ed al ricordo di mio padre, Tobia Aldini, l’edizione 2014 di “Dare un futuro alla memoria”.

Lorenzo da soloCome ospite della tavola rotonda ho risposto ad alcune sollecitazioni del moderatore, che mi ha chiesto come mi è venuto in mente di scrivere questo libro, quale influenza ha avuto mio padre sulla mia formazione, cosa succedeva in uno scavo archeologico di quei tempi pionieristici dei quali conservo un ricordo personale. Ho risposto (pare in modo efficace ) senza prevaricare. Mi è piaciuto ascoltare il moderatore e le prestigiose relatrici che hanno tessuto i fili del mio racconto in modi che io non sospettavo, dimostrando quanto sia ricco e denso quello che ho scritto, ed aperto a nuovi inattesi sviluppi.

salotto

Turisti a Prato

5 novembre, 2014 § 2 commenti

DSCN3187Prato non parrebbe un posto da week end: ha una fama diversa, da citta operaia. Nelle strade che coronano il centro prevalgono i ricordi industriali che le valsero il soprannome di Manchester della Toscana, quando i tessuti faceva girare alla grande l’economia, fino a non molti anni fa. Stretta fra Firenze e Pistoia, Prato non avrebbe nulla da invidiare alle più belle città d’arte della Toscana, ed in effetti uno spazio vorrebbe conquistarselo per rimpiazzare col turismo l’economia dei tessuti, che non possono sottrarsi alla concorrenza asiatica. La pinacoteca di Palazzo Pretorio, riaperta al pubblico un anno fa, esibisce solo in parte le idee dell’architetto Gae Aulenti, costretta a cedere ai limiti di un budget più povero di quel che sembrava, ed in ritardo di quindici anni su un presente che ha ormai imboccato altre strade. I musei di oggi non recano più l’impronta dei ricchi industriali che volevano acquisire fama di benefattori nel mondo dell’arte, ma cercano di farsi largo nel territorio con qualche effetto speciale, dirottando turisti dalle città vicine con il richiamo delle mostre. Anche il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci segue lo stesso destino, senza risorse per il personale addetto alla custodia, riaprirà l’anno prossimo con un nuovo allestimento fantascientifico.

DSCN3192Questa città è lo strano laboratorio di un presente distopico, crocevia di un passato che stride col futuro, dove i naufraghi della storia recente abbandonano la scena del loro arredo urbano, già infiocchettato con l’ottimismo dell’ultimo Novecento, alle nuove comparse capitate qui per caso dai quattro angoli del mondo su un palcoscenico che non era stato costruito per loro. Nello spazio rarefatto della piazza su cui si affacciano il castello dell’imperatore e la chiesa rinascimentale di Santa Maria delle Carceri, ragazzi neri e gialli e mulatti si danno la voce sotto il sole, ciascuno nella propria lingua, come sul retro di un immaginario porto di mare sospeso fra africa e Cina. I turisti non prevalgono, anzi si ritraggono nell’ombra, in attesa che il castello riapra di pomeriggio e che le messe della domenica lascino un po’ di tempo a chi in chiesa ci entra per il culto dell’arte. I gestori del bar d’angolo parlano come Matteo Renzi e sembrano piuttosto giovani. Hanno imparato a galleggiare in questo presente distopico, nel loro bar che pare arredato all’IKEA, con un menù di creme, vellutate e frittate raffinate in apparenza ma in fondo economiche. I modi bruschi della popolazione intercontinentale seduta in piazza mi farebbero temere un coltello piantato in gola, se fossi in Cina o in una bettola del nord africa. Ma le tovaglie di carta che apparecchiano i tavoli del bar pubblicizzano una mostra a Palazzo Pretorio, una storia di banche: una banca del nord che compra un banca di Prato -inclusi i quadri delle sue collezioni- e poi li restituisce, ma solo per una mostra temporanea. L’economia scommette ancora sulle mostre e sulle aste delle case d’arte, ma le chiese offrono messe a ciclo continuo e nascondono i capolavori. I fedeli del culto cattolico hanno forse ingaggiato una santa guerra silenziosa di messe e di adorazioni continue contro la distopia incombente del mondo esterno, diviso e rimescolato, dove il bilinguismo cinese-italiano non fa più notizia

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