Vento di stagione

25 ottobre, 2014 § 1 Commento

Non saprei scegliere fra il vento di marzo e quello di ottobre: entrambi inondano la sera e spazzano via l’odore di una stagione che sta per finire. Il vento di marzo risveglia l’illusione di una nuova vita  e fa sembrare l’orizzonte più ampio, aperto ad un futuro di rinnovamento. Quello di ottobre dilegua le abitudini della stagione estiva e nel buio della sera fa credere che sia bello tornare a casa, nel cortile, attorno al fumo di un camino. Non saprei scegliere, perché il vento di marzo ed il vento di ottobre sono i due movimenti dello stesso respiro, le due facce della stessa medaglia, lo yin e lo yang del nostro tempo che non è l’eternità. Il vento di ottobre è bello in collina, fra i rami dei cipressi che scuotono le ombre dei vecchi lampioni, lì dove mi piace andare a cena con gli amici che condividono la stessa abitudine e nell’odore delle carni alla brace trovano il richiamo di casa.

Con la pancia piena e lo spirito appagato, ieri sera a tavola abbiamo parlato dello sciopero di oggi, che vanta un milione di adesioni e dal quale mi astengo volentieri dopo anni di tumulto. Questi scioperi difendono soltanto una piccola parte del mondo del lavoro, quella dei dipendenti a tempo indeterminato, una tradizione sempre più minoritaria, l’unica tuttavia che può legittimare la struttura di potere dei sindacati. Ecco perché i sindacati si aggrappano a questa categoria di lavoratori e trascurano i precari e gli ultimi: per istinto di sopravvivenza del potere che rappresentano, sulla pelle di chi deve lavorare.

Di certo non può scioperare la barista del bar che a Cesenatico lavora sette giorni la settimana, dieci ore al giorno per mille euro al mese, alle dipendenze di una giovane donna rumena con gli occhi bassi e lo sguardo sfuggente. Alla fine dell’estate la barista si era ammalata ed aveva dovuto accettare d’essere licenziata. Nel frattempo si erano avvicendate altre ragazze, che non reggevano il ritmo di lavoro e proponevano cappuccini di qualità piuttosto scadente. Avevo diradato anch’io le mie visite. Stamattina tuttavia ho ritrovato la vecchia barista, felice, anzi entusiasta d’aver riconquistato il posto di lavoro che le era stato sottratto a causa dell’influenza. Sembra una storia di Dickens, no: siamo a Cesenatico ed è la fine del 2014. Che la ragazza abbia ritrovato il lavoro nello stesso posto, nonostante la fluidità delle nuove regole senza tutele, potrebbe essere il segnale di una ripresa, la ripresa dei bar. Ma la vera ripresa deve partire dal lavoro specializzato, proprio quello che è stato spazzato via dalla crisi. I quarantenni che la crisi ha sbattuto troppo a lungo in mezzo alla strada, ormai dequalificati, adesso fanno da zavorra alla ripresa. Ci sarà un posto al bar per tutti?

Annunci

Ottobre tropicale

22 ottobre, 2014 § Lascia un commento

Stanotte ha fatto burrasca – era prevista – e le temperature sono scese verso le medie stagionali dopo settimane viziate dal caldo, un caldo innaturale per l’autunno di casa nostra, con le zanzare moleste anche di giorno. Non mi stupisce più questo clima che rimescola le stagioni. Negli ultimi anni era già successo altre volte che l’estate si prolungasse fin dentro il mese d’ottobre, con le finestre aperte e la cena nel buio precoce della sera, in terrazzo, mentre la luna risale lo zodiaco e si riempie silenziosa in cielo, più alta che in estate, più chiara e più luminosa.

Dicono che alle nostre latitudini l’estate prevarrà sull’inverno, ma è ancora un’opinione. Dovrebbero essere ormai evidenti le avvisaglie di uno cambiamento climatico, ma le oscillazioni della temperatura sono imprevedibili. Occorrono tempi lunghi per affermare che qualcosa sta cambiando, molto più della durata di una vita, molto più di cent’anni. Se l’oscillazione che stiamo sperimentando fosse veramente indicativa di una tendenza al rialzo, dovremmo accettare che si tratta di un’esplosione, qualcosa che si è verificato altre volte nella storia del nostro pianeta -poche volte a dire il vero- quando ci furono le grandi estinzioni di massa: l’ultima -che determinò la scomparsa dei dinosauri- sessantasei milioni di anni fa. Allora fu l’impatto di un meteorite, ora è l’impatto dell’uomo sulla terra, l’effetto finale di una colonizzazione che in due secoli ha bruciato l’energia fossile accumulata dal pianeta in milioni di anni.

Non è sufficiente studiare l’andamento storico delle temperatura per spiegare cosa accade: bisogna spostare l’attenzione sulle cause, sulla catena di rapporti di causa-effetto che stabilizzano o mandano all’aria gli ecosistemi. L’anidride carbonica determina l’alcalinità degli oceani e la altera molto più in fretta di quanto non faccia con la temperatura dell’aria. L’effetto serra è quasi secondario rispetto all’acidificazione degli oceani, che rispecchiano e amplificano i cambiamenti chimici dell’atmosfera. La biodiversità del mare si ridurrà di un terzo nei prossimi cinquant’anni, oltre la metà nei prossimi cento, ma forse questo non interessa la nostra specie che sta proliferando sulla terra e sul mare, soprattutto nel mondo immateriale dell’informazione, lasciando ai propri piedi uno strato geologico mai visto: i resti della nostra civiltà, una pioggia di detriti più devastante del meteorite che colpì la terra sessantasei milioni di anni fa.

Nel breve tempo che ci resta potremo godere di autunni splendidi ed ignorare quel che significano, persi nei giochi delle opinioni. Resta ancora da dimostrare che l’umanità sia veramente in corsa verso il punto omega di una perfezione spirituale, come vorrebbe Theillard de Chardin. Se fosse veramente così, auguriamoci che avvenga velocemente. L’intelligenza dovrà migrare altrove (dove?) e in fretta, prima che la biologia dell’uomo entri nel novero delle specie estinte.

I dubbi dell’Autore

15 ottobre, 2014 § Lascia un commento

Il mio “Archeologia di un Padre” è in libreria da una decina di giorni. Le impressioni favorevoli di amici e parenti mi lusingano, ma vorrei andare oltre e pensare a qualcosa di nuovo. Tuttavia, se non voglio vedere scomparire subito il mio libro fra milioni di parole gridate, dovrò dedicarmi ad un  lavoro promozionale: tanto tempo da sottrarre alla lettura, allo studio, alla scrittura.  Non è questo il mestiere dello scrittore, ma se non lo fai nessuno ti legge. I professionisti che scrivono libri con lo scopo di venderli pensano agli istinti del pubblico, lavorano su commissione partendo dal fondo e confezionano storie facili da raccontare: gialli, ricettari e romanzi erotici: meglio se i tre generi si intrecciano in un unico racconto horror, alimentare e pornografico. Non è un caso che i professionisti giudichino con ironia chi perde tempo a confezionare un prodotto di scrittura ben fatto ma senza mercato. Ora che anche il mio prodotto è in libreria, mi accorgo d’essere entrato in una strana arena. Per farmi leggere da chi non mi è né amico, né parente, né amico di amico, dovrei essere una star. Anche i libri sono espressione di un presente che è soprattutto mediatico e televisivo. Ci si fida del nome di moda, gridato e ripetuto, e si sorvola sugli sconosciuti.

Farsi leggere può sembrare una pretesa: perché mai qualcuno dovrebbe dedicare tempo e fatica alla lettura di un autore qualunque, che esige attenzione dagli altri? Un titolo accattivante ed una copertina colorata bastano a destare la curiosità di un istante, ma perché spendere soldi in un libro? E poi spendere tempo per leggerlo? Perché? Un libro ben fatto dovrebbe produrre un’onda emotiva da condividere con la propria tribù, non importa se è piccola o grande, minuscola o enorme. Un libro è un filo che riannoda i rapporti, qualcosa in più di un messaggio nel web, per cui vale ancora la pena stampare mille copie di carta, con la copertina colorata da mettere in mostra nelle librerie e nelle edicole. Con il proprio nome sulla prima pagina di un libro fresco di stampa, è giusto sospendere per qualche tempo l’indagine solitaria ed abissale, e riannodare i rapporti con la propria gente. Coraggio (cerco di convincermi) è un lavoro che funziona così. Potrebbe anche diventare una festa.

Museo, moda e memoria

2 ottobre, 2014 § Lascia un commento

20140927_183115Ricordavo di averlo visto già in qualche sogno ricorrente: il museo archeologico di mio padre inondato di luce, di notte, con porte mai viste e nuove stanze che allargano lo spazio in luoghi inesplorati del castello. Davanti alla parete dipinta di rosso, con le anfore infisse al muro come insetti giganti, ho pensato che andava bene così, perché la tradizione si deve rinnovare e di nostalgia si può solo morire. Un piede nel passato, un altro nella moda, perché mode macht mut, la moda incoraggia, alleggerisce il volo del presente sulla storia. I templi della memoria devono tradirsi un po’ per tramandare se stessi: tradursi nell’attualità un passo prima che il tradimento si consumi.

Le pietre miliari dei mosaici, dell’arco di fornace, delle lapidi (quasi immutate lì dov’erano) confermano le coordinate familiari della nostra storia sulle pareti intonacate di fresco del nuovo museo archeologico di Forlimpopoli. Le vetrine alleggerite dagli innumerevoli frammenti che sedimentavano l’archeologia quotidiana di una comunità ora esibiscono bei pezzi, alcuni a rotazione, come le vetrine di una boutique al cambio di stagione. Ci sarà tempo per aggiungere i riferimenti topografici che in un museo civico dovrebbero avere un ruolo trainante (mica siamo a Malibù) ma non affascinano più: dettagli irrilevanti per gli umanisti addetti ai lavori? Obsoleti per un pubblico avvezzo ai navigatori satellitari?

Gli architetti hanno avuto il loro momento di gloria, ma il budget comunque limitato non ha consentito aggiunte strutturali: solo un gioco di rimandi fra il vecchio ingresso centrale, ancora bello e monumentale ma inspiegabilmente chiuso, e quello dell’ultima sala, divenuto accesso principale e collo di bottiglia di un percorso rigorosamente cronologico. Qualcuno deve essersi dimenticato che la centralità dell’ingresso precedente aveva uno scopo in relazione alla sorveglianza delle sale che vi convergono. Se prima bastava una persona di guardia dislocata al centro, ora ne servono almeno un paio.

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per ottobre, 2014 su ...I've got a project!.