E’ nato un libro!

24 settembre, 2014 § 3 commenti

Dopo dieci giorni di travaglio in tipografia l’ho afferrato finalmente con le mani e mi è sembrato più bello di quanto lo immaginassi. Un libro non è puro pensiero, ma un oggetto materiale che parla agli occhi, al tatto, all’olfatto: è una creatura che comincia a vivere ed intreccia rapporti col mondo. Lo terrò per mano ancora un po’, poi lo lascerò andare dove vorrà. “Archeologia di un padre” lo trovate in libreria all’inizio di ottobre, oltre che in vendita su IBS, ad un prezzo di copertina di 13 €. Ne ho già disponibili un po’ di copie, che posso distribuire agli amici con un piccolo sconto. Per annunciare la pubblicazione ho preparato una clip:

66 - archeologia di un padre

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Nel porto senza vele

22 settembre, 2014 § Lascia un commento

20140921_103707Quando rientrammo in porto con la Contessa l’ultimo giorno d’agosto dell’anno scorso c’era già il sentore dell’autunno. Uno strano silenzio immobilizza talvolta l’aria alla fine dell’estate e le dà la gravità di un metallo prezioso evaporato in cielo. Lo stesso cielo che orna le volte bizantine di Ravenna coi mosaici d’oro, certe mattine di settembre apre le rotte dell’oriente, dolce oriente controluce sul mare calmo oleoso che quasi non sembra mare, ma un quieto mantello senza limiti, dove tutto nasce e tutto finisce.

20140921_103923Questo mare ha accolto ieri mattina gli ultimi resti simbolici del nostro Lucio Cervellati che ci ha lasciati una settimana fa. Senza la voce ruvida del capitano che la governava, la Contessa pareva abbandonata sul pontile, ormeggiata all’Inglese, pronta per l’ultimo viaggio senza vele. Uno sciame di barche si è allontanato dalla costa, fino a due miglia al largo del porto di Ravenna. I fischi lugubri e festosi delle sirene hanno salutato l’attimo in cui le ceneri sono state disperse in mare, ma né la vastità dell’orizzonte né la solennità del momento sono riusciti a disperdere l’emozione.

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O Captain! My Captain!

16 settembre, 2014 § Lascia un commento

SAMSUNG CAMERA PICTURESAvrei voluto fargli gli auguri di buon compleanno, ma sabato 13 settembre Lucio era irraggiungibile al telefono, in qualche rotta al largo dell’Istria insieme al suo ultimo equipaggio che si è dovuto far carico della più estrema esperienza di navigazione: riportare la salma del vecchio capitano nel porto più vicino. O Captain! My Captain! our fearful trip is done; The ship has weather’d every rack, the prize we sought is won… Non ci sarà un seguito ai nostri viaggi per mare. La possibilità di salire su un’altra barca con un nuovo capitano non è una consolazione sufficiente. In mare si intrecciano rapporti particolarmente intensi che mettono in gioco le emozioni e segnano in profondità. Le esperienze di persone apparentemente lontane trovano un legame che si cementa nelle lunghe ore di navigazione. O Captain! My Captain! rise up and hear the bells; Rise up-for you the flag is flung-for you the bugle trills… Avrei dovuto incontrare Lucio col libro fresco di stampa fra qualche giorno… Il mio Archeologia di un padre lo riguardava e lui lo sapeva: gliene avevo parlato nell’istante in cui avevo concepito l’idea di scriverlo, in rada a Cala fredda davanti all’isola di Levanzo, un mattino di luglio del 2012. Here Captain! dear father! This arm beneath your head…

CAPITOLO I: PROLOGO IN SICILIA. Il sole del mattino rischiara i fondali di Levanzo chiazzati di verde e di blu. Quando apro gli occhi sento l’odore del caffè, ce n’è ancora nella prima moca del giorno e lo mescolo come al solito in una piccola tazza di plastica col latte e un po’ di zucchero. Lucio è già fuori sopra coperta, a dare un’occhiata agli ormeggi delle altre barche che hanno gettato l’ancora a Cala fredda. La baia sale ripida verso la collina, gli odori caldi del Mediterraneo scorrono giù dalle rive e si intromettono senza bussare nell’aria fresca del mare. Sulla strada sassosa che taglia a mezza costa Cala fredda, i bagnanti vanno a piedi in un lento pellegrinaggio: sotto il sole raggiante sembrano già affaticati e scompaiono poco più in là, ad oriente, nel piccolo promontorio che separa il nostro mare da quello di Cala minnola, dov’è la spiaggia. Del paese si vede solo il retro di qualche casa che spunta all’estremità opposta della baia. La strada sassosa dei bagnanti pellegrini proviene di là, in leggerissima salita, e costeggia il muro bianco di un minuscolo cimitero.

Nel pomeriggio alzeremo le vele verso il porto di Trapani, dove finisce il nostro viaggio che era cominciato a Milazzo, per le Eolie, fino a Ustica, prima di arrivare all’ultimo approdo delle Egadi, ma di mattina abbiamo ancora del tempo da spendere nel mare di Levanzo che è così accogliente. A bordo c’è anche Etles, in vacanza dopo un anno da capufficio, discute al telefono con qualcuno che continua a cercarlo. Ma noi vorremmo andare alla Grotta del Genovese. Ci siamo lasciati convincere dal portolano di Mauro Mancini, disegnato con gli schizzi dei porti e delle baie, con le rotte da tenere nelle diverse circostanze. Leggiamo ad alta voce cosa c’è scritto, con una guida così è impossibile sbagliare.

Levanzo è l’isola dell’arcipelago delle Egadi che riserva più sorprese e le incisioni della Grotta del Genovese sono davvero la scoperta più interessante: i segni di due diverse civiltà, la prima paleolitica, la seconda neolitica, che hanno abitato lo stesso luogo a distanza di millenni l’una dall’altra. Saliremo in paese per chiedere dov’è la grotta e, se è necessario, pagheremo anche una guida, ma sarebbe bello entrarci da soli con la torcia elettrica, strisciando a terra nel basso cunicolo d’ingresso fino al grande ventre sotterraneo. Lucio ce l’ha una torcia elettrica, casomai servisse, ma non ha intenzione di unirsi all’esplorazione. Preferisce riordinare la barca prima del rientro a Trapani e sistemare un po’ le idee.

Mettiamo in acqua il gommone che guizza di qua e di là quando ci appoggiamo sopra i piedi per salire. Lucio accende il motore fuoribordo e in pochi minuti porta a riva il suo equipaggio, due uomini in tutto, io e Etles con i piedi a bagno nella scogliera. Il tempo di infilarci le scarpe e in un attimo ci arrampichiamo sulla strada verso il paese, contromano rispetto ai passanti diretti a Cala minnola. La solidità della terra sotto i piedi disorienta le abitudini dopo giorni di dondolio in mare. Per sudare bastano pochi passi: fa caldo, caldo davvero. Il paese è poco distante lungo la strada sassosa, di là dalla curva, ma le case bianche e blu che abbiamo visto arrivando dal mare sono ancora nascoste. Etles si fa avanti per chiedere informazioni e rivolge la parola ad una vecchia signora con gli occhiali ed i capelli bianchi, anche lei a piedi sulla strada. Dice che per visitare la grotta bisogna chiedere di Mimmo, in paese, ti accompagna lui. Dopo aver visto la grotta qualche anno fa, la signora ha comperato una casa a Levanzo per trascorrerci le estati: non proprio in paese o sul mare, ma nella collina dietro, dove il mare arriva con l’odore, ma lo sguardo riposa nel paesaggio di un entroterra che sembra lontano chilometri. Prenderemo un caffè nel primo bar che incontriamo e chiederemo di Mimmo. A colazione sarebbe splendida una granita al latte di mandorla, ma non possiamo pretendere troppo in un posto come questo. Un bar me lo aspetto all’ingresso della borgata, una volta c’era… una volta, ma quando? 

Cambio di stagione

12 settembre, 2014 § 1 Commento

Lunedì suonerà di nuovo la campanella e a malapena sono riuscito a terminare tutto quello che avevo messo in cantiere durante l’estate. Mancano solo pochi ritocchi: quest’anno l’inizio della scuola mi sembra una pausa da “tutto il resto” che aveva cominciato ad assillarmi. Ieri l’editore ha spedito in tipografia la mia “Archeologia di un padre”, che sarà in libreria fra circa un mese. Ieri ho tolto gli occhi dalla correzione delle bozze ed è come se avessi consegnato un compito in classe. Qualche refuso potrebbe esserci ancora nel testo, anche se l’ho letto e riletto tante volte, ma per ora preferisco non pensarci: lascio il compito a chi avrà la pazienza ed il gusto di leggerselo quando sarà stampato. La lettura di me stesso mi era entrata dentro, al punto che avrei potuto recitare a memoria una ad una le duecento pagine del testo: Prologo in Sicilia, La via di Casa, Mosaici, L’immagine antica del paese, La forma delle anfore, Frammenti in superficie, Domenica al museo, Commiato. Tutti i capitoli volevano restare vivi ed esigevano la mia attenzione. Ora che ho chiuso il libro, mi resta il vuoto di un’assenza, che tuttavia si riempirà presto di nuove voci.

Nel frattempo ho anche sistemato i post del viaggio in Franconia, aggiungendo alcune foto e qualche impressione sulle cattedrali tedesche. Sono sei in tutto: Norimberga I, Norimberga II, Norimberga III, Un giorno a Bamberg, Cattedrali, Romani di Germania. La prossima settimana aspetto i mobili di una nuova cucina e avrei dovuto interessarmi per l’acquisto di un nuovo frigorifero, ma per questo ci sarà tempo.

Romani di Germania

5 settembre, 2014 § 1 Commento

DSCN2762Weissenburg è il nome moderno di una città romana, fondata come Biriciana quand’era imperatore Traiano, più o meno nell’anno 100 dopo Cristo: “Birichiana” con la “c” dura, dicono da queste parti. Non era un foro, ma un presidio militare sul confine del Danubio, con molti uomini in armi e pochi mercanti: una romanità diversa dalla opulenta civiltà latina a noi familiare; manifestazione tardiva dell’età del ferro, rozza e funzionale negli oggetti d’uso, già medievale nel gusto. Stanno in questo confine le radici dei mille anni di storia che rimpiazzarono il tempo dei latini dopo l’implosione dell’impero d’occidente, in questo confine che non è una frontiera, ma una membrana in equilibrio fra opposte pressioni. La linea del Danubio è una semplificazione dei libri di storia: Biriciana in età traianea è già oltre il Danubio, ma il “Limes” più avanzato d’età antonina la oltrepassa di altri dieci chilometri… un confine divenuto cruciale per le sorti dell’impero, che non resse l’urto degli Alemanni -all men- verso la metà del terzo secolo. Nel 253 dopo Cristo la rottura del fronte del Danubio fu peggio di Caporetto. I militari in fuga seppellirono un tesoro di bronzi ed argenti, piccole statue e oggetti d’uso ritrovati nel 1979.

DSCN2759Weissenburg si fregia d’essere “patrimonio dell’umanità” anche per questo, ma non solo. La periferia contemporanea è cresciuta attorno al perimetro romano senza invaderlo, ma trasformandone l’area in un giardino pubblico. Unica stranezza, non inusuale qui in Germania, è la ricostruzione di un’antica porta a grandezza naturale, come un giocattolo con tanto di lapide datata “ab urbe condita”. Le terme sono un parco archeologico stupefacente, che illustra con chiarezza esemplare un secolo e mezzo di storia, non tanto dell’arte romana, ma della tecnologia e delle pratiche quotidiane in un territorio di confine.

DSCN2786Anche senza memorie romane, Weissenburg meriterebbe comunque una visita, con le belle case a graticcio, il giro delle mura e gli altri monumenti di una piccola città-stato che rimase indipendente fino all’età napoleonica. Provo ad immaginare cosa sarebbe potuto diventare il paese dove sono nato, se fossero stati applicati gli stessi metodi di conservazione. Mentre cammino mi perdo in un sogno (se nascevo in Iran sarei stato peggio) e mi ritrovo già in treno, di ritorno a Norimberga.

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Cattedrali

5 settembre, 2014 § Lascia un commento

DSCN2497Le cattedrali sono come selve, per appropriarsene non basta uno sguardo, né mezz’ora in compagnia di una guida che può mostrare gli angoli di maggior pregio. In una cattedrale bisogna smarrirsi rincorrendo altri pensieri e lasciare correre gli occhi finché una scultura, una vetrata, o una semplice piega ridestino l’attenzione verso quello che c’è, con l’entusiasmo di chi è appena nato. Anche il primo sguardo però ha qualcosa da dire: il colpo d’occhio stabilisce il feeling, una sensazione immediata che fa star bene oppure no. Ma non basta: poi bisogna lasciarsi invadere piano piano da ciò che si riesce a vedere.

DSCN2502Le cattedrali tedesche sono macchine che mostrano in sequenza i fotogrammi della storia dell’architettura medievale. Le navate romaniche di St. Sebald a Norimberga potrebbero già essere un capolavoro: le semicolonne che giocano a rincorrersi come rami (o forse tubi) appesi ai pilastri e le facce scolpite che ammiccano dai capitelli… Ma queste tre navate sono coronate dal coro gotico, che ha pilastri ancora più alti, imitazioni gotiche della natura rese luminose dalle sorprendenti vetrate a colori.

DSCN2627Nell’architettura che si dipana come storia, ciascuna fase acquista un peso maggiore come tentativo di superare l’età precedente, in una tensione dialettica che si perpetua nelle pietre. Per questo a Norimberga preferisco St. Sebald , anche se l’altra “cattedrale” di St. Lorenz è oggettivamente più armoniosa, frutto di un progetto organico, dichiaratamente gotico, con quelle enormi vetrate a colori che sfondano il coro come schermi giganti televisivi. Vorrei tornarci a mezzogiorno, quando fuori c’è la luce abbagliante di un giorno neve, per vedere quanto sono sanguigni i rossi e profondi i blu delle storie bibliche in trasparenza: vorrei vederli con gli occhi di un artigiano borghese del millecinquecento, un mattino di festa.

DSCN2556Le scene dei profeti e dei santi ravvivano le vetrate, mentre le sculture animano le pietre, i capitelli ed i portali con le storie dell’apocalisse, a St. Lorenz così come nella cattedrale di Bamberga. Anche se delle copie hanno sostituito gli originali, le facce dei vegliardi, gli ammiccamenti dei dannati, la dea bendata che simboleggia la stoltezza della sinagoga (l’antisemitismo non l’ha inventato Hitler) sembrano ancora più veri, lì nel loro posto originale. Mi era stato detto che sarei dovuto andare a Bamberg per vedere un po’ di medioevo, perché le chiese di Norimberga erano state rifatte dopo la guerra. Tornando a Norimberga ho avuto una sensazione differente: con le ferite restaurate ed un piccolo concerto per flauto e armonium, di sera St.Sebald mi è parso più autentico del lucidissimo duomo di Bamberg, invaso dai turisti a mezzogiorno.

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Un giorno a Bamberg

3 settembre, 2014 § Lascia un commento

DSCN2603Tre quarti d’ora di treno Regional Express bastano per raggiungere Bamberg da Norimberga. Sono partito alle otto e quarantuno del mattino e adesso che è ormai notte non mi resta che fare l’elenco di quello che ho visto. Bamberg è un centro più piccolo di Norimberga, ma è molto monumentale: fiore all’occhiello del turismo tedesco… con tutto quel che significa: asiatici e mandrie di vecchi germanici che stentano a camminare, ma vogliono ugualmente arrampicarsi fin dentro la cattedrale, al seguito di guide pifferaie che raccontano aneddoti indicibili sul medioevo.

DSCN2706Enrico II e la moglie Cunegonda, continuamente rievocati, potrebbero essere vissuti per più di duecent’anni sullo sfondo immaginifico di Bamberg medievale. Papi, Imperatori e Vescovi avevano una predilezione per questa collina ed hanno concentrato la loro munificenza nelle pietre della cattedrale, ricostruita all’inizio del milleduecento con uno stile che evolve come un film, da est verso ovest, dal romanico al gotico.

DSCN2685Sulla collina più alta di fronte alla città, fa da contrappeso il potere dell’abbazia di San Michele: un po’ romanica, un po’ gotica, un po’ barocca, dove però non è possibile entrare, perché il convento è diventato una clinica. Il chiostro di un’altra abbazia (quella dei Carmelitani) stupisce con le forme di animali guizzanti, come girandole attorno ai capitelli. Nel museo della cattedrale ci sono abiti intatti di seta antica mille anni, anche gli stivali di Papa Clemente II che era venuto a morire qui nel 1047. Sul lato opposto della piazza, la monumentale residenza dei vescovi ospita anche la pinacoteca. Comincio a familirizzare coi pittori sconosciuti e spesso anonimi di queste terre, perché non ebbero il racconto di un Vasari, e mi accorgo di una tangenza con l’arte ferrarese di fine quattrocento. Non sono ancora “nordici” gli artisti di Franconia.

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