Le idrovore di Argenta

19 giugno, 2014 § Lascia un commento

SAMSUNG CAMERA PICTURESDalle finestre al secondo piano degli impianti elettrici dell’idrovora, pare ancora di intuire la vastità del mare lagunare, sotto il cielo piatto dove fino a cinquant’anni fa giungevano le acque salmastre dell’Adriatico, nella calma orizzontale della valle del Mezzano. Dicono che Argenta derivi il nome dai riflessi argentei delle valli che la circondavano, agli albori della sua storia. Oggi il paese di Argenta riflette l’ordine di una campagna agricola tenuta a bada dall’uomo, contro le acque che, se non fossero arginate, andrebbero ancora ad invadere i terreni bassi. Strade parallele tagliano il centro abitato, su quella che deve essere stata un’antica duna, dalla chiesa-museo di San Giovanni fino alla piazza dove fu parroco don Minzoni: vittima dei bastoni fascisti che avrebbero voluto dargli una lezione e invece lo uccisero, una sera d’agosto del 1923. Per ricordarlo, nel 1973 è stato eretto un monumento di bronzo davanti alla sua chiesa, forse un po’ troppo espressivo, quasi una caricatura. Le case e le chiese rifatte dopo la seconda guerra mondiale, la dicono lunga sui bombardamenti che qui colpirono un nodo nevralgico del comando tedesco, senza scalfire tuttavia gli impianti idrovori, che, se fossero stati danneggiati, avrebbero mandato sott’acqua la pianura bolognese.

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SAMSUNG CAMERA PICTURESGli stessi impianti funzionano ancora al di là del fiume Reno, oltre i canali delle “acque alte” e delle “acque basse” che moltiplicano i corsi d’acqua in un caleidoscopio di fiumi paralleli, prima di arrivare alla pieve di San Giorgio, che ha il portale romanico scolpito da Giovanni da Modigliana. Le idrovore di Saiarino e di Vallesanta si spartiscono il lavoro di controllo delle bonifiche bolognesi, a sinistra e a destra del fiume Idice. Se c’è un eccesso di pioggia, alzano le acque dei canali, affinché il Reno possa riceverle quando ingrossa. Se c’è siccità, questi impianti trattengono le acque, per l’irrigazione della pianura coltivata. Quando le precipitazioni vanno oltre il limite consentito dalle idrovore, entrano in gioco le “casse di espansione”, cioè i bacini palustri di Campotto e di Vallesanta, in cui le acque in eccesso trovano spazio per il tempo che serve a far sgonfiare il fiume Reno, senza allagare la pianura coltivata. Solo in un’occasione risultarono insufficienti e si dovette procedere con misure d’urgenza, che invasero d’acqua i campi coltivati, nel 1996.

SAMSUNG CAMERA PICTURESDopo aver percorso la strada stretta, sull’argine che separa le “acque alte” dalle “acque basse”, l’idrovora di Saiarino appare nascosta dalla vegetazione, al di là del cancello di metallo che mette in mostra le iniziali della “B”onifica “R”enana. Le visite guidate dovrebbero avvenire ogni mattina, alle nove ed alle undici, ma un cartello dice che bisogna richiederle con una settimana di anticipo: troppo tardi, sono già le undici, il cancello è chiuso e non abbiamo prenotato. Qualche chilometro verso l’idrovora di Vallesanta c’è il centro visite, un bel casolare di campagna: speriamo sia aperto. Il parcheggio è vuoto, ma la vetrata della porta si spalanca spingendo la maniglia. Dentro l’aria è accogliente: una donna gentile telefona subito al signor Stignani, che dice d’essere disponibile, al volo, per accompagnare in visita all’idrovora. Torniamo a Saiarino ed il cancello della bonifica renana si spalanca davanti ai nostri occhi. In pochi passi raggiungiamo l’impianto di sollevamento delle acque, attraverso la vegetazione che lo nascondeva.

SAMSUNG CAMERA PICTURESDall’esterno è maestoso: sei finestre grandi, dalle linee vagamente liberty, nascondono la forma di sei pompe mastodontiche, di cui si coglie appena una parte del profilo, attraverso i vetri smerigliati delle sei finestre. Di domenica l’aria è tranquilla: le pompe sono ferme, il livello del fiume Reno è basso e gli impianti fanno il loro mestiere in silenzio, trattenendo le “acque alte” per l’irrigazione della campagna agricola. Sergio Stignani manifesta un entusiasmo particolare nell’illustrare questi impianti, che sembrano già consegnati alla storia della tecnologia. Furono inaugurati nel 1924, alla presenza del Re Vittorio Emanuele, come atto conclusivo della lunga opera di bonifica della pianura bolognese, realizzata “per colmata” e durata più d’un secolo. A Saiarino è ambiguo il confine fra la tecnologia viva e l’archeologia industriale. La sala macchine è stupefacente.

SAMSUNG CAMERA PICTURESGli impianti di oggi sono gli stessi che vide Vittorio Emanuele nel 1924: sei pompe “Franco Tosi” con alimentazione elettrica sincrona trifase, la preistoria  dell’elettricità  contemporanea. Le misure di livello, nei bacini a valle e a monte dell’idrovora, avviene ancora tramite un raffinato meccanismo di carrucole, dove tutto sembra vecchio di novant’anni, anche la bottiglia d’inchiostro col pennino che disegna i grafici meccanicamente, su un cilindro di carta che si srotola. “Quando si guasta è un disastro” dice il signor Stignani “mi ci vuole un giorno intero per rimettere a posto i fili!” Credevo d’essere in un museo e che Sergio fosse soltanto l’accompagnatore occasionale dei turisti di passaggio; invece mi accorgo d’essere in compagnia di un tecnico che lavora qui da trent’anni, che ama i dettagli del suo mestiere e conosce il respiro delle idrovore, come quello delle acque in cui sono immerse.

SAMSUNG CAMERA PICTURESDai tempi della ricostruzione post bellica, la corrente trifase non viene più prodotta localmente, ma la centrale elettrica è ancora intatta, le caldaie, la turbina, le gabbie dei conduttori, gli isolanti di ceramica e gli interruttori costruiti per sopportare una tensione di 50.000 volt, sono ancora sotto gli occhi dei visitatori, perlopiù scolaresche, che vedono insieme tecnologia ed archeologia industriale, in un raro contesto, senza soluzione di continuità. Mi chiedo quale alchimia di ingredienti abbia reso possibile questa “civiltà delle macchine”, nel mondo delle idrovore che non teme l’obsolescenza, anzi conserva il proprio passato e se ne serve per nutrire l’immaginazione del futuro. Di certo hanno avuto influenza i tempi lunghi della bonifica, più affini alle dinamiche della geologia che a quelle dell’economia, ma anche il senso di appartenenza di chi ci lavora, il legame con la propria terra, che dà umanità al lavoro. L’idrovora di Argenta è un raro modello di cultura tecnologica, da contrapporre allo stile purtroppo dominante dell’alta voracità.

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Oltre ad essere un valente tecnico delle idrovore, Sergio Stignani è anche fotografo naturalista. Trovate le sue foto nel sito  www.sstigno.it.  Il sito web per i visitatori delle valli di Argenta è www.vallidiargenta.org, mentre quello della bonifica è www.bonificarenana.it. E per chi volesse fermarsi a pranzo, sotto l’argine di Vallesanta c’è la trattoria Oasi, che non sfigura.

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