Silenzio post elettorale

28 Mag, 2014 § Lascia un commento

Fra analisi e controanalisi post-elettorali il silenzio è d’oro e lo coltivo gelosamente senza radio e senza televisione. Preferisco le correnti d’aria che risalgono dall’orto col fruscio dei pioppi ed i cinguettii incalzanti degli uccelli fra le fronde. Non posso esimermi tuttavia dai relitti del dibattito elettorale, che approdano anche su queste rive, trasportati dalle correnti dei social networks. Dovendo parlare, mi vien da dire, in perfetto stile italiota, “viva chi ha vinto e abbasso chi ha perso!” Stavolta non c’è dubbio, il perdente è Berlusconi ed il suo silenzio è un’esperienza mistica.

Ma il nemico del PD non è più Silvio (quando mai lo è stato?). In prospettiva, il 21% ai cinquestelle sembra poco, ma l’anno scorso sarebbe sembrato comunque un grande successo. La stra-vittoria grillina del 2012 era un messaggio esplicito contro Bersani che ha avuto l’arguzia di mollare in tempo la presa, nonostante il mortale sostegno della sinistra dalemiana. Ma adesso l’Italia ha un nuovo salvatore della patria, che ha capovolto la visione minoritaria del PD cannibalizzando gli avversari. Usa gli stessi toni della TV ed ha rimpiazzato i vecchi notabili di partito con giovani fantocci da talk show che azzerano le competenze di chi, al loro posto, avrebbe l’esperienza giusta per governare. Dove ci porterà il pifferaio di turno, poco importa: lo possiamo immaginare, ma l’importante è non pensarci.

Quello che davvero fa sorridere è il sostegno involontario che gli ex detrattori ravennati di Renzi -tutti interni al PD-  hanno ricevuto da Renzi. Senza la nuova forza di trascinamento nazionale, non avrebbero di certo avuto una vittoria così facile in Romagna. Ma abituati come sono a digerire pietre e cemento, hanno digerito subito anche il nuovo segretario. Il sindaco piddino di Cervia due anni fa si era perfino negato all’appuntamento con Renzi, che era in città per le primarie. Ma no, non è possibile! D’altronde, alcuni che sostenevano “il nuovo” alle primarie di allora, non ce l’hanno fatta a rimanere nel partito e sono stati sconfitti dal PD di Renzi. Bel balletto, con recita a soggetto, per chi ha lo stomaco giusto. Per tutti gli altri c’è la libertà di vivere in pace. Speriamo.

 

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La notte degli etruschi

19 Mag, 2014 § Lascia un commento

L’attualità mi contraddice, ma continuo ad immaginare una situazione normale, soprattutto di sera, anche se l’evento di cui parlo ha il nome altisonante di “Notte dei Musei”. “Notte-di-qualcosa” potrebbe suscitare perplessità, visto che questa espressione viene utilizzata di solito in senso metaforico per indicare momenti bui (la notte della repubblica sono gli anni del terrorismo). Ma almeno qui ha un significato letterale: la notte dei musei è un’apertura straordinaria del sabato sera, per mostrare collezioni d’arte e di archeologia a chi normalmente non si cura di entrare nelle gallerie. L’Accademia Etrusca di Cortona ha aderito all’iniziativa, come gran parte del patrimonio italiano, ma per minimizzare l’impegno straordinario ha interpretato in senso letterale solo l’orario di inizio, con un’apertura di appena due ore dalle dieci a mezzanotte al costo fisso scontato di Euro 3.

Nel museo dell’Accademia Etrusca di Cortona c’ero già entrato altre volte, l’ultima in un giorno caldo di Luglio di dieci anni fa. Non si chiamava ancora MAEC, con la “E” capovolta “alla etrusca”, ma mi era piaciuto lo stesso: la scala esterna che risale il profondo cortile rinascimentale e toglie il fiato, con i busti antichi all’ingresso e le iscrizioni infisse alle pareti settecentesche; poi il grande salone con le meraviglie di bronzo -le statuette ed il lampadario etrusco- nelle vetrine di legno, in doppia fila al centro della sala come in un museo antico. Poi ancora le altre stanze labirintiche che si snodano sullo stesso piano, con le vetrate aperte sui panorami della città. I reperti archeologici mescolati ai dipinti del rinascimento, fra i medaglieri, le stampe e le ceramiche dei collezionisti dei secoli passati, creavano un ambiente unico, come un cantiere di scavo che seziona la storia, l’archeologia, l’arte, rimescolandone le carte in interpretazioni sempre nuove. Dopo dieci anni immaginavo che il restyling avesse valorizzato questo raro contesto culturale, consegnandolo senza incertezze al nuovo millennio.

Cosa si sarebbe potuto fare, oltre alla manutenzione ordinaria? Credo nulla. Bisognava conservare le raccolte così com’erano, aggiungendo qualche didascalia essenziale: la riproduzione di commenti antichi che chiarissero il perché delle collezioni, belle piante, qualche disegno schematico e riassuntivo come fanno i Tedeschi, i Francesi, gli Inglesi o gli Americani. Sarebbe stato meglio non allestire mostre temporanee in competizione col museo, nelle stesse sale: meglio di no. Quando ho deciso di trascorrere la “Notte dei Musei” all’Accademia Etrusca di Cortona, sabato 17 maggio, devo aver proprio scelto il momento sbagliato. Nei musei bisogna entrarci la mattina presto, coi raggi obliqui del sole che entrano dalle finestre ed i custodi ancora assonnati.

Non mi ero accorto che nella notte etrusca cortonese c’erano ben due mostre in corso, la prima dedicata ad un viaggiatore inglese del Settecento, Lord Coke, che a buon diritto poteva installarsi nelle stanze al piano terra, la seconda con un titolo da brivido, fatto di seduzione, segreti, meraviglie e… catalogo Skyra. Per quanto ispirata da un movente interessante -e di gran moda- vale a dire il “ritorno a casa” di reperti etruschi conservati in musei stranieri, l’allestimento sembrava su misura per confondere le acque. Nel torpore del dopo cena, non riuscivo a distinguere i pezzi che appartenevano al museo da quelli che c’erano finiti temporaneamente a causa della mostra. Spiegazioni bilingue fin troppo generose e stampate di nero su uno sfondo grigio metallico, sostituivano alcuni vetri degli espositori, eclissandone il contenuto, come se troppa trasparenza fosse un danno. Ma l’indolenza dei pigri (e degli analfabeti) veniva ripagata con sollecitudine dai giovani studenti in servizio serale, che si animavano davanti ad ogni vetrina per spiegarne il contenuto. Credendoli una scolaresca in gita, mi affrettavo a dirigermi altrove per lasciarli in pace. Scusate, ma non avevo capito.

Chi si fosse avventurato nella notte del museo archeologico di Cortona, avrebbe conquistato il piano nobile della vecchia Accademia Etrusca solo dopo un lungo pellegrinaggio nel labirinto del seminterrato, che racconta le campagne di scavo e le glorie degli archeologi contemporanei in enormi vetrine aeroportuali, sagomate all’ultima moda. La bella scala d’accesso al museo antico, forse perché troppo ripida, è diventata un’uscita secondaria di sicurezza. Quando si tratta di archeologia, ai progettisti piacciono di più gli scantinati -come se le cose ritrovate sottoterra fossero meglio comprensibili in un seminterrato- e gli scantinati piacciono ancor di più se sono labirintici ed obbligano il visitatore ad un percorso lineare verso l’uscita, come gli scaffali di un autogrill. L’accesso ai piani alti avviene mediante scale interne, che ribaltano la monumentalità dell’accesso originale nell’anonimato di un percorso di servizio. Se l’obiettivo era il disorientamento, la mostra ci riesce subito, sbattendo in faccia allo sprovveduto visitatore due capolavori di bronzo conservati a Firenze: l’arringatore e la chimera. Ma saranno originali? Li conosco, li osservo, la chimera sembra falsa, ma l’arringatore ha la patina dell’antico. Vero o falso? Mi acquieto pensando ad una nuova categoria dell’arte… quella degli origifalsi. Ma che importanza ha? Nella notte dei musei tutti i bronzi sono neri come le vacche di Hegel. Le didascalie sono insufficienti… In alcune vetrine i numeri indicano il vuoto… Dove sono finiti i pezzi? I buchi riflettono probabili conflitti di competenza fra funzionari, organizzatori, finanziatori, che credono di salvare l’arte e l’archeologia coi grandi flussi turistici delle mostre.

Il pezzo più importante -il lampadario etrusco- spunta solo alla fine del percorso, incapsulato in un tubo di plexiglass, al centro di uno stanzino nascosto che lo fa sembrare più piccolo, materializzazione aliena di un film di fantascienza. Sembrava più vero quando stava fra i bronzi del salone. Ma nella notte degli origifalsi, ormai, che differenza fa?

Laguna scolastica

11 Mag, 2014 § 1 Commento

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Qualche argomento, qualche progetto in più, sembra sempre meglio di qualcosa in meno, anche a scuola. Le cure degli esperti propongono di aggiungere, mentre bisognerebbe togliere per risolvere i disagi e ridare slancio al gusto di imparare. La scuola sovraccarica di offerte formative soffre i malanni dell’information overload, più della carta stampata e più del web. Le gite scolastiche -guai a chiamarle così- sono diventate viaggi di istruzione. Riferimenti pretestuosi al programma scolastico di lettere o di storia cercano di rinnovare il volto della scuola, correndo fra un luogo e l’altro, e si fan beffe della lenta sedimentazione della conoscenza, inevitabilmente faticosa per chi vuole ottenere buoni risultati. Dal punto di vista dei ragazzi, i viaggi di istruzione son solo visite annoiate da barattare con qualche ora di chiasso in pullman. Senza costrizioni culturaleggianti, è di gran lunga meglio una gita libera, ma in un posto bello, anzi sublime: col barcone fra le isole della laguna veneta, ad esempio, in un giorno di maggio.

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Non serve molto, oppure sì: basta avere Venezia ad una distanza ragionevole da casa, due ore e mezzo di viaggio. Basta noleggiare un barcone per il trasporto dei passeggeri a San Giuliano, dove comincia il ponte che attraversa la laguna, e lasciarsi guidare fra i canali: prima tappa una vetreria di Murano, poi il pranzo libero, all’ombra delle case sgargianti di Burano. Soltanto di pomeriggio si arriva nel bacino di San Marco, navigando sui fiumi sommersi della laguna, come i profughi altinati che la colonizzarono alla fine dell’età antica e conservarono qui, più che altrove, le radici del loro mondo, sotto le spinte della terra e dell’acqua, sospesi fra i romanici d’occidente ed i bizantini d’oriente. Senza parlare, si può immaginare il tempo in cui le rotte portarono in questa piazza i tesori di Costantinopoli, di cui Venezia divenne perfino padrona nei primi cinquant’anni del tredicesimo secolo. E’ un viaggio nello spazio e nel tempo, che nessun discorso ad uso delle scuole può raccontare meglio dell’incontrarsi qui.

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Lavoro da bar

1 Mag, 2014 § 2 commenti

Da quando è chiuso il bar della darsena, vivo le mie ore di libertà del mattino fra una lezione e l’altra a scuola con uno strano spaesamento. Non ricordo di essermi mai legato così tanto ad un bar e non saprei dire perché quello della darsena di ponente fosse diventato così importante. Forse a causa delle barche al di là della vetrina, per i clienti occasionali che ormeggiavano lì fuori e portavano la mia immaginazione lontano, nel cuore del Mediterraneo, per la durata di un caffé. Forse a causa dell’arredo indifferente alle mode, per lo spazio largo, da anni Ottanta, e per la luce naturale che entrava dalle vetrine anche nelle giornate più scure. Non mi interessavano i modi bruschi della titolare (non proprio bella) che però faceva un ottimo cappuccino e non dimenticava mai di battere lo scontrino. Senza preavviso, ma con l’eco sciatto del disordine che aveva preso piede alla fine dell’anno scorso, all’inizio del 2014 trovo la porta chiusa con appiccicato il cartello “in ristrutturazione”. Ahime, un abbandono: non sapevo più dove dirigere i miei passi. Avrei potuto trovare altri bar, ma nessuno sarebbe riuscito a consolarmi allo stesso modo. Non quello dei pescatori, troppo “di una volta”, coi vecchi pensionati che giocano a carte in una stanza alta e spoglia. Non quello con l’aria da street bar, preso d’assalto da giovani e spiantati, buono per l’estate ma freddo d’inverno. Poteva andarmi bene il bar di famiglia coi divanetti bianchi in finta pelle ed una popolazione varia di avventori di tutte le età. Dopotutto c’era abbastanza spazio e potevo stare seduto comodo.

Ma con l’arrivo della bella stagione ho cominciato a preferire l’aria giovane e spiantata dello street bar, dove bariste solitarie e sorridenti si avvicendano con una frequenza difficile da capire senza una spiegazione. Lo street bar di Cesenatico è un esperimento sociologico di grande attualità che getta una luce inquietante sul futuro del lavoro. La barista stipendiata di solito è una straniera dell’est, invece qui è un’italiana, perché la titolare rumena preferisce dare al locale un tocco di italianità. E’ facile trovare bariste italiane disponibili, perché non le vuole più nessuno nei locali gestiti da italiani, che pagano più volentieri, e di meno, le straniere. Uno strano incrocio di culture.

Le solitarie bariste italiane dello street bar rumeno in centro a Cesenatico lavorano dalle sei alle quattro del pomeriggio, dieci ore al giorno, anche il primo maggio. Il riposo settimanale è un concetto novecentesco, del tutto superato. Le ferie non sono necessarie. Quando sei stanca ti licenzi: è facile trovare chi ti sostituisce, basta un annuncio sul giornale, c’è la fila… laureate fuoriuscite da inutili stage aziendali… ragioniere trentenni già espulse dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di “età da apprendista”. Puoi stare tranquilla solo se hai una famiglia alle spalle, se il lavoro è un hobby da intraprendere di tanto in tanto. Se ti serve per vivere, no, perché mille euro al mese sono tutto lo stipendio: meno di tre euro e mezzo all’ora, festivi inclusi. Alla faccia del sindacalismo del primo maggio.

 

 

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