A che serve la scuola?

31 marzo, 2014 § 1 Commento

Dite la verità: neanche voi vi aspettavate di veder tradotte in pratica le roboanti promesse di riforma elettorale e di riforma del mercato del lavoro entro il termine perentorio del 31 marzo. E chi ci pensa più? L’effetto scenico c’è stato ugualmente. Accanto ad Obama Matteo Renzi sembrava Michael J.Fox di Ritorno al futuro. Di certo ha trovato qualcosa di più interessante delle canzoni da cantare a scuola ogni mercoledì. Mi allarmava l’idea che comparisse nelle mie classi, ma nelle ultime settimane la scuola è ritornata  -se non proprio nel silenzio- almeno nella penombra.

Da qualche giorno però il balbettio del nuovo ministro Stefania Giannini ha occupato lo spazio mediatico con uno stream of consciousness che a tratti assomigliava ad un ragionamento. “Idee poche ma confuse” non è solo una battuta dei democristiani di trent’anni fa. Dopo essersi orientata nei lunghi corridoi di Viale Trastevere, la Giannini ha dichiarato -come d’altronde avevano fatto almeno quindici dei suoi predecessori- che la scuola richiede riforme strutturali di ampio respiro, come non se ne vedono da quarant’anni. Auguri. Poi ha bacchettato la giovane collega di governo Marianna Madia, autrice di un altro stream of consciousness (da notare che il contraddittorio è tutto interno ad un governo dove i ministri parlano a titolo personale e senza responsabilità, mentre il dibattito parlamentare passa in secondo piano). Nel teatrino di un presunto conflitto generazionale, la Giannini ha risposto che “il prepensionamento degli anziani non è la strada giusta per dare lavoro ai giovani”. Volete buttar via l’esperienza di un bidello con quarant’anni di servizio sulle spalle? O quella di un maestro che ogni giorno deve fronteggiare trenta bambini di cui potrebbe essere il bisnonno? Suvvia. La Giannini sembra la sorella piccola della Fornero; ha studiato di più ma per ora ha fatto meno carriera. I ministri in vetrina, oltre a farsi belli davanti alle telecamere, hanno il dovere di giustificare con nobili motivi gli obblighi imposti dai vincoli di bilancio. Dunque premiare un presunto merito assai difficile da misurare, è un alibi per ridurre lo stipendio a chi fa il proprio lavoro senza clamore. La vita è tutta un quiz, cantava Renzo Arbore in tempi non sospetti.

Fra i primi vagiti del nuovo ministro risuonava la parola Concorso, di cui non esiste una traduzione in lingua inglese, come a voler sancire il provincialismo di una pratica che c’è solo in Italia. I concorsi non si fanno all’estero? Neanche concorsi per titoli? Davvero la cooptazione è l’unico metodo utilizzato nel mondo anglosassone? Se in Italia non c’è posto per tutti, un criterio dovremo pur darcelo. Allora ben venga la seconda parte del ragionamento: “nella scuola troveranno posto i dottori di ricerca con titoli superiori, che alzeranno il livello medio dell’istruzione”. E’ difficile entrare nel merito dell’insegnamento, ma è diffusa la pratica di affrontare i problemi della scuola risolvendo -mediante la scuola- i problemi di qualche altra categoria, in questo caso i dottori di ricerca che in Italia non possono più fare ricerca. Se hanno studiato discipline raffinatissime fin oltre i trent’anni, non è detto che siano bravi ad insegnare l’abbecedario ai ragazzini svogliati. Ma conviene non pensarci. La selezione degli insegnanti si fa già con prove assolutamente fuori misura, che valutano prestazioni funamboliche e non valorizzano l’effettiva capacità di interagire con gli alunni. Rinchiudere uno specialista in una scuola per il resto della sua carriera non giova alle emergenze scolastiche e ancor meno allo specialista, che vivrà di nostalgia. Sarebbe ora di pensare ad un corso di specializzazione orientato alla pratica dell’insegnamento, se non fosse che nessuno, proprio nessuno, ne ha un’idea a Viale Trastevere. Il ministro potrebbe farsi aiutare da un paio di vicepresidi scelti a caso. La smetterebbe di farneticare sulle graduatorie di merito e sui criteri di valutazione.

Per parlare di tutto ciò, ieri la signora Giannini ha scelto le colonne del Domenicale del Sole 24 ore, come un’intellettuale prestata alla politica, ministro per caso, che vuole rendere tutti partecipi. La liturgia Domenicale del Sole 24 ore è sempre più stucchevole, da quando si sono  messi in testa la cultura militante e la riforma del senato come assemblea delle competenze: tanti bei discorsi festivi che non intercettano la ferialità delle emergenze. Se di emergenze dobbiamo parlare, ecco l’edilizia, un altro problema che le scuole possono aiutare a risolvere. Una settimana fa il lodevole Franco Lorenzoni si è sprecato nelle pagine del Domenicale con un elogio dell’architettura scolastica di qualità. A me basterebbe avere delle aule un po’ più grandi, ma rinuncerei volentieri ai trenta alunni per classe, restando nella stesse aule che sono state progettate per un massimo di ventiquattro.

Per risolvere le emergenze scolastiche i soldi andrebbero dati alle scuole, non ai muratori. Basterebbe qualche insegnante in più, ma ciò vorrebbe dire aumentare la spesa pubblica, una bestemmia. Le liturgie domenicali della politica aprono altri sipari: la scuola è al centro di tante relazioni ed è utile perchè assorbe personale qualificato che in Italia non sappiamo collocare altrove, perchè fa lavorare architetti, geometri e muratori, perchè mette in moto il turismo delle gite. Gli insegnanti che non sappiamo valutare, guardiamoli pure con sospetto. E’ un modo per contenere la spesa.

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Ascesa e declino della scienza moderna

18 marzo, 2014 § Lascia un commento

Dieci giorni fa a Forlì abbiamo presentato il libro di Roberto Maiocchi (http://assobarone.wordpress.com/2014/03/01/ascesa-e-declino-della-scienza-moderna/) un bel manuale sintetico ed equilibrato che in poco più di duecento pagine traccia la storia della scienza moderna. Abbiamo discusso dov’è il confine fra scienza moderna e scienza contemporanea. Tutti accettano che siamo entrati già da un po’ di tempo nella scienza contemporanea, ma la frontiera della relatività di Einstein mi pare pretestuosa. Ne ho parlato con Fabio Toscano…

Ripensando alla transizione fra scienza moderna e scienza contemporanea, credo che la data del 1905 (o quelle immediatamente successive di impronta einsteiniana) appartengano alla mitologia. Se anticipiamo l’inizio della scienza moderna ai calculatores inglesi del trecento ed accettiamo un inizio graduale, dovremmo accettare anche una fine graduale. Non sono le idee originali del quanto o della relatività a decretarne la fine (idee originali ce n’erano state anche nei secoli precedenti) e neanche la fiducia nella matematica che guida verso modelli astratti, senza significato fisico immediato (anche il calcolo infinitesimale aveva richiesto uno sforzo di astrazione di non facile accettazione). Tutt’al più queste idee potrebbero aver rivoluzionato la fisica, la matematica… ma che dire della chimica e della biologia che è diventata la scienza regina? Credo che il discrimine fra scienza moderna e scienza contemporanea abbia carattere sociologico. La scienza contemporanea è figlia dei grandi centri di ricerca, dell’iper-specializzazione, della rete e dei computer. Insomma la scienza contemporanea nasce con la big science. Se vogliamo  cercarne l’inizio, dobbiamo guardare al progetto Manhattan, anni quaranta del Novecento. Einstein, Born, Eisenberg e Schroedinger -a confronto con l’equipe del CERN che ha scoperto il bosone di Higgs- hanno un’aria così romantica, che quasi non riesco a distinguerli dai calculatores….

 

Il prestigio degli ottanta euro

13 marzo, 2014 § Lascia un commento

La promessa di ottanta euro in più in busta paga, con decorrenza dal prossimo maggio elettorale, è bastata a spegnere le polemiche sulla nuova legge elettorale. In nome della governabilità si può fare di molto peggio, ma l’evoluzione naturale del Porcellum ha generato un animale già abbastanza orribile, con due dentini davanti, la schiena Brunetta, gli strilli Moretti, ed i capelli finti. Vista la linea evolutiva, speriamo che la progenie si esaurisca qui.

E’ perlomeno singolare che durante il lungo ed estenuante dibattito sull’Italicum, il massimo dell’attenzione si sia indirizzato alle “quote rosa” e che in tanti si siano scagliati contro il sessismo di chi non gradisce un ugual numero di uomini e donne al gran ballo della quadriglia di Montecitorio. La morte definitiva della preferenza unica sulla scheda elettorale è un fatto secondario. Le preferenze avrebbero potuto risolvere almeno in parte il temuto sessismo: se preferite che siano donne, votatele anche se sono poche, con nome e cognome. Se se lo meritano, diventeranno maggioranza. Oppure votate chi pare a voi. Io credo di meritarmi una scelta un po’ meno grossolana del solito referendum fra Gesù e Barabba o fra guelfi e ghibellini, che poi si scopre che hanno gli stessi cognomi e si sposano pure fra di loro. Ma che importa? Il gran ballo di Montecitorio deve essere telegenico. Le belle donne aiutano la governabilità: quelle un po’ in là con gli anni, che vadano a Bruxelles, a fregarsene dell’Italia in sede comunitaria. La parità fra i sessi non esiste in nessun posto di lavoro, tantomeno a scuola, dove un rigoroso cinquanta per cento di quote rosa aiuterebbe i ragazzi, che non hanno figure maschili di riferimento. Ma il parlamento deve essere rappresentativo, se non dei cittadini, almeno dei desideri. E questo Renzi lo sa.

La promessa  degli ottanta euro al mese ha gettato lo scompiglio. Sembra un miracolo, chissà se è vero. A me ricorda l’IMU di Berlusconi, ripagata poi con gli interessi al professor Monti, l’anno dopo. Ma lo sconto sull’ IRPEF è qualcosa di diverso. Ha il sapore dell’elemosina. Chi lo riceve deve riconoscere d’essere povero, impoverito dalla politica dell’altro ieri. In una situazione normale sarebbe stato ovvio restituire quello che è stato tolto, oppure ridurre la percentuale dell’IRPEF per ogni fascia di reddito: se una tassa proporzionale è eccessiva, lo è per tutti, per chi guadagna mille euro come per chi ne guadagna ventimila. Ma qui funzionano solo i giochi di prestigio, il due al prezzo di uno, i saldi di fine stagione. Per coprire il crescente disavanzo senza toccare i grandi capitali, occorre aumentare le tasse che riguardano tutti. L’aliquota sugli investimenti finanziari salirà dal 20 al 26%, subito, democraticamente uguale per tutti. Quando la crisi suonerà il prossimo campanello d’allarme, sarà un attimo togliere gli ottanta euro di Renzi, mentre la solida aliquota al 26% resterà ancorata come un uncino lì dove è arrivata. E’ già così il ballo della democrazia renziana: un passo avanti, due indietro. Divertitevi.

La vetrina dei ministri

2 marzo, 2014 § Lascia un commento

Fossi stato anch’io boy scout, probabilmente sarei diventato più socievole e mi sarei fatto largo alla grande, signori miei. Ma nella mia parrocchia i boy scout non c’erano e i quattro gatti di Ci-Elle non bastavano a creare movimento. L’unica tessera a portata di mano era quella dell’Azione Cattolica, presieduta da una suora alta un metro e trenta che organizzava mercatini di beneficenza.  Per sfuggire la noia, non restava che inventarsi mondi fantastici. Ora che l’età anagrafica mi esonera dall’obbligo d’essere giovane, guardo con sollievo i giovani veri o presunti che cercano di rimettere in moto l’Italia, quest’Italia ridotta ad un fascio di ossa e di nervi, dove i grandi ricchi sono sempre più ricchi mentre gli altri, che stanno impoverendo, devono farsi carico di chi povero lo è già.

La vetrina dei ministri mette in mostra giovani maschi e femmine di buona famiglia, fra cui una donna gravida di conseguenze, non proprio politiche, ma umane, troppo umane. Il primo di loro, l’ultimo dei tribuni, rassicura l’indolenza del popolo sovrano fin dalle sette del mattino, con l’attivismo dei tweet. “Qualcuno pensa finalmente a noi!” Nel coro di Uomini e Donne il tronista sa il fatto suo e la TV ha compiuto la propria missione. A che serve votare? Basta il fremito dei sondaggi. A che serve governare? Basta la messa in scena di un bello spettacolo in diretta streaming, con la recita a soggetto. La viscosa complessità dei poteri forti continua a governare dietro le quinte, verso un degrado difficile da gestire, ma i ministri telegenici guidano l’attenzione su un piano interlocutorio, di intrattenimento. Come dire: “guardate l’uccellino!” mentre i falchi ghermiscono da dietro.

Matteo Renzi è una nuova stella, una supernova, luminosa, grande, deflagrante. Come tutte le supernove, prima o poi si esaurirà, abbastanza in fretta. E dopo? Dopo potrebbe comparire una nana bianca, oppure -più probabilmente- un buco nero.

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