Italicum

29 gennaio, 2014 § 1 Commento

La prima volta che ho sentito questo nome dieci giorni fa ho pensato ad una strage. I Fiorentini ed anche il giovane Renzi sanno bene cosa fu l’Italicus, una tappa cruciale della strategia della tensione. Sul treno in viaggio fra Firenze e Bologna, nella notte del 4 agosto 1974, una bomba al tritolo causò la morte di dodici persone, ma potevano essere molte di più. Con le parole non si scherza e non basta neutralizzare il genere di un aggettivo latino per allontanare il ricordo di una strage. Forse il giovane Renzi è abbastanza giovane da non ricordare cosa furono quegli anni, che però ebbero strascichi anche nel decennio successivo. Proprio non credo non ci abbia pensato. L’Italicum dovrebbe servire a fare strage di avversari politici, come lo spadone prodigioso di certi film coi gladiatori vestiti di carta, a Cinecittà negli anni del dopoguerra. Ma il dibattito in merito alla nuova legge per andare a votare è monopolizzato dai soliti protagonisti, ai quali interessano i conti di ingegneria elettorale, le soglie di sbarramento, i premi di maggioranza, le liste bloccate, per evitare sorprese e garantire a se stessi una poltrona, col pretesto della governabilità.

E’ una storia già vista, che la rappresentanza democratica prima o poi si frantumi nella paralisi dei veti. Ma è una storia già vista anche questa: che ad un certo punto un leader carismatico esiga regole più snelle, per il bene di tutti e con le migliori intenzioni. Le intenzioni potrebbero anche cambiare, mentre la legge elettorale resterà, granitica, a difendere l’interesse del più forte di turno.  Capi-popolo e capi-bastone si contenderanno il primato. Avranno facce diverse, ugualmente inquietanti.

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S-cultura di massa?

24 gennaio, 2014 § Lascia un commento

SAMSUNG CAMERA PICTURESDue giorni dopo il mio post dedicato a Morgantina, anche il settimanale Panorama  ha pubblicato un bell’articolo dedicato alla Dea ed allo strano museo che la accoglie in provincia di Enna. Sulle tracce dei capolavori restituiti alla Sicilia dagli Americani, Carmelo Caruso racconta lo sconcerto che afferra chiunque vada a vederli, nella nuova collocazione in provincia di Enna. Eppure la ricetta suggerita da questo articolo scommette solo sui pezzi da novanta della statua e degli argenti e non fa riferimento alle vicende per così dire “minori” dell’archeologia, con le quali la Dea dovrebbe entrare in dialogo per dare senso ad un museo del territorio. Fatta ammenda delle sciatterie (imperdonabili), il problema del museo di Aidone parrebbe risiedere nell’inadeguatezza delle infrastrutture: autostrade interrotte, strade strette e pochi parcheggi per chi arriva in piazza; pochi ristoranti e nessun manifesto in bella mostra con l’immagine della dea che seduce i turisti “clienti”. Io credo che Aidone sia bello proprio per il suo isolamento, per la caccia al tesoro a cui costringe il turista, lungo il cammino tortuoso per arrivarci.

In provincia di Enna non ha senso prendere a modello il Getty di Malibù o il MET di New York. Se l’ambizione è quella dei flussi turistici oceanici, meglio spostare altrove le opere d’arte ed allestire grandi musei facili da raggiungere, vicino ai centri commerciali. Nel museo di Aidone, l’aura dello stra-citato Walter Benjamin non andrebbe d’accordo con le migliaia di visitatori giornalieri, con i grandi parcheggi e le loro automobili in arrivo sui moderni raccordi stradali. Opere d’arte sbandierate come bacchette magiche dovrebbero trasformare il destino asfittico di un territorio. Un luogo dalle radici antiche non può rincorrere i visitatori che passano, deve cercare quelli disposti a tornare: non le grandi cifre del mordi e fuggi, ma i numeri discreti dei viaggiatori che intrecciano la propria storia con quella dei luoghi dove soggiornano. La tradizione non si improvvisa, va alimentata con le persone giuste.  Ad Aidone ho visto gente di questo tipo al caffé del museo. Nei pochi tavolini in piazza c’è già una Sicilia da sogno, senza grandi cifre, ma coi numeri giusti che alimentano economia e cultura insieme. Mi auguro che l’amore (e la cura) dei pasticceri glocal contamini anche l’organizzazione dei musei, non solo nella provincia siciliana, anche in quella italiana.

Gli dei mortali II (Morgantina)

12 gennaio, 2014 § 1 Commento

SAMSUNG CAMERA PICTURESLa strada da Piazza Armerina a Morgantina è la vecchia statale 288 che sale in montagna fra alberi d’alto fusto, senza case, una curva dopo l’altra. Sembrerebbe la strada giusta per perdersi ed arrivare chissà dove, senza i punti di riferimento di una linea di costa, di una valle o di un crinale diritto che faccia da argine allo sguardo. Al volante i dubbi svaniscono in meno di venti minuti, quando appare il cartello “Aidone”, che annuncia il paese in discesa. Non sembra d’essere molto in alto: le case paiono arrampicate sul pendio scosceso solo se si arriva dalla parte opposta. La città pre-romana di Morgantina è cinque chilometri più giù, dove il paesaggio montuoso si allarga prima di adagiarsi nella valle del lago Ogliastro. Per ragioni difensive, quando le città del mondo antico vennero abbandonate e trasferite più in alto, Aidone raccolse l’eredità di Morgantina. Anche oggi Aidone raccoglie qualcosa di Morgantina: un’eredità archeologica di prim’ordine, che avrebbe potuto avere altre destinazioni, anzi le ebbe, se non fosse stato per il cruccio di chi pretese la restituzione della dea marmorea migrata a Malibù, e degli argenti, già esposti, per un quarto di secolo, al Metropolitan di New York.

SAMSUNG CAMERA PICTURESDopo un restauro esemplare, il museo archeologico di Aidone l’hanno sistemato nell’ex convento dei Cappuccini: imbiancato, con la luce giusta ed una vista mozzafiato sulla valle. E’ in cima alla salita e si affaccia su una piazzetta rimessa a nuovo, dove trovi pure il posto per parcheggiare gratis. Il Caffé del Museo, proprio davanti, offre al viaggiatore un interessante connubio di dolci tedeschi e siciliani, che tradiscono l’origine germanica della barista, nata a Munster e sposata in Sicilia. Il barista che l’accompagna è un uomo smilzo ed ha la grazia del capo orchestra di Fellini, Otto e mezzo. Si ferma a parlare coi clienti ed ascolta le loro impressioni. Vista da qui, la provincia di Enna pare il laboratorio di una Sicilia futuribile, di qualità, scelta dai flussi globali come distillato del buon vivere.

SAMSUNG CAMERA PICTURESAll’ingresso del museo di Aidone nessuno mi accoglie. L’ampia vetrata della biglietteria è disabitata, l’unica voce è quella di un grande schermo sintonizzato sugli spettacoli pomeridiani della RAI. Seduta di spalle vedo una donna che non si accorge di me. Aspetto. Continua a non vedermi. La chiamo: con un braccio mi fa cenno di non avere fretta, poi si gira in modo brusco e segna con la penna il biglietto che tengo in mano. Da più di un mese questo ingresso è cumulativo con quello di Piazza Armerina e non capita di staccare tanti biglietti qui. Forse per questo hanno deciso di non presidiare più la biglietteria. Ma il personale non è neppure nelle sale. Non vedo custodi, però li sento che discutono ad alta voce, gridano, quasi si azzuffano dietro le quinte, in una saletta di servizio accanto al bagno lercio.

SAMSUNG CAMERA PICTURESIl bell’arredo del museo invita ad aprire gli occhi ed il cuore, per conoscere la civiltà che è vissuta qui, con le sculture antiche, le ceramiche, i bronzi e gli argenti. Ma l’allestimento non è ancora ultimato – così dicono i fogli di carta appiccicati a casaccio con lo scotch sui muri. I riflettori illuminano la statua della dea tornata dalla California, ed anche gli argenti restituiti dal Metropolitan di New York, ma il patrimonio meno luccicante di monete, ceramiche e bronzi -la storia quotidiana degli scavi di Morgantina- giace in vetrine affollate o semivuote, troppe senza luce e senza didascalie. Per gustare fino in fondo la ciliegina della dea marmorea e delle coppe d’argento, dovrei ignorare la torta dell’archeologia quotidiana, dove un museo del territorio trova il significato più autentico. La bella statua, i begli argenti avrebbero senso anche nelle collezioni di un ricco magnate, un senso diverso, comunque capace di fare cultura.

SAMSUNG CAMERA PICTURESUn museo come quello di Aidone dovrebbe innanzitutto conservare la memoria degli scavi, attraverso la valorizzazione di decenni di ricerche. Se la dea di Morgantina incentivasse questa prospettiva, il suo ritorno non sarebbe stato invano e cadrebbero le sterili polemiche, che contestano il confino siciliano della statua, dopo decenni di celebrità in California. Ma se la dea e gli altri argenti restituiti dagli Americani non si curano della cornice che giustifica il loro ritorno a casa, e anzi la offuscano dietro i riflettori di un evento permanente, non vedo vantaggi culturali e nemmeno grandi vantaggi economici: solo piccoli flussi turistici nel territorio. Avremmo dato migliore testimonianza del presente lasciando i pezzi nei luoghi in cui la storia recente, non priva di ragioni, li aveva portati.

Il parcheggio degli scavi di Morgantina è invaso dalle immondizie. Un tipo anziano mi vuole vendere a cinque euro la mappa della città antica: l’unica, l’ha fatta lui, da solo, così dice. Non ho tempo per scendere negli scavi, ma mi fermo un po’ a parlare con il tipo che non sembra proprio sprovveduto. Dovendo tornare a Catania, mi consiglia di evitare l’autostrada: meglio proseguire sulla statale 288, perché è più breve ed anche più veloce. E’ vero, la strada scende rapida e sinuosa nel paesaggio spoglio, verde, potente, mai visto prima. Impianti eolici giganteschi fanno la guardia immobili sulle montagne e sembrano perfino belli.

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Il ritorno della Dea di Morgantina è stato felicemente narrato da Fontecoperta:
http://news-art.it/news/sicilia–memorie-dal-sottosuolo—15.htm
http://news-art.it/news/sicilia–memorie-dal-sottosuolo—16.htm

Gli dei mortali I (Piazza Armerina)

10 gennaio, 2014 § 1 Commento

SAMSUNG CAMERA PICTURESAnni fa a Piazza Armerina ci sarei potuto arrivare anche in treno, con una ferrovia a scartamento ridotto che si arrampicava in alto sulla cremagliera: serviva innanzitutto al trasporto dello zolfo, ma dopo la chiusura delle miniere, la determinazione dei siciliani non bastò a tenerla in vita. Sotto il peso delle automobili e dei tir, una ferrovia secondaria fragile ed obsoleta era destinata a soccombere. Ma l’attuale strada a scorrimento veloce, che dall’autostrada Catania-Palermo sale a Piazza Armerina, ricalca il tracciato della ferrovia chiusa nel 1971: lo si intuisce dalle ampie curve di raggio e pendenza costante, che scavano i fianchi della montagna e la risalgono senza cedimenti, e dai fabbricati cadenti di edilizia ferroviaria ai bordi della strada. Il parco minerario lo andrò a visitare un’altra volta. Le ore di luce che ho a disposizione il 4 gennaio bastano appena per i mosaici di Piazza Armerina e per una rapida occhiata al Museo di Aidone, dove la Dea di Morgantina è tornata a mettersi in mostra, dopo un lungo soggiorno californiano a Malibù.

SAMSUNG CAMERA PICTURESIn direzione di Enna, la pianura di Catania sale verso un orizzonte di montagne monumentali, come quelle di un grande continente. Gli ampi svincoli rotondeggianti delle strade veloci lasciano la viabilità ordinaria ai margini; le distanze diventano elastiche ed i chilometri da Piazza Armerina diminuiscono, aumentano e diminuiscono ancora. Alberi e pascoli verdi movimentano un paesaggio per nulla invernale, che mi fa affiorare il ricordo delle montagne marocchine, fra Fès e Meknes. A Piazza Armerina le strade veloci collassano nel centro storico, fra i rimorchi del mercato ambulante. Per raggiungere i mosaici della Villa del Casale, turisti europei ed americani devono compiere questo atto di sottomissione alla viabilità ordinaria, davanti alle case del vecchio centro storico. La campagna riappare poi in discesa, all’uscita del paese, in una valle che si allarga poco a poco, finché il paesaggio diventa quello giusto per un insediamento antico. Un enorme parcheggio a pagamento all’ingresso della villa potrebbe accogliere migliaia di turisti, ma sotto il sole tiepido di gennaio le automobili in sosta sono appena una decina.

SAMSUNG CAMERA PICTURESE’ davvero accogliente il nuovo allestimento degli scavi, sotto le coperture di legno che simulano i volumi delle sale antiche. Ma il bel contenitore architettonico inaugurato il 4 Luglio 2012, non ha fatto bene i conti coi piccioni, che stazionano e fanno i loro comodi sui mosaici colorati del quarto secolo dopo cristo. E neppure chi ha disegnato i pannelli delle didascalie, ecologici in schiuma minerale, ha fatto bene i conti con la realtà del sole siciliano, che ha già reso illeggibili molti tabelloni collocati all’aperto. Gli allestimenti si dissolvono in fretta, ma i mosaici per fortuna restano: impressionanti per la varietà e la ricchezza della decorazione. Gli scavi della villa del Casale sono piuttosto recenti, risalgono al secondo dopoguerra, e le ricerche archeologiche non hanno ancora fornito le risposte definitive riguardo all’origine di quello straordinario apparato decorativo: poche differenziazioni cronologiche, a parte la vaga attribuzione all’inizio del quarto secolo, come se tutto fosse stato partorito da un’unica volontà. La villa di Piazza Armerina è una città fatta a forma di palazzo e deve aver attraversato la storia, con fortune e rovesci, crolli e rifacimenti, come altre città delle province dell’impero, fra l’età antica ed il medioevo. Almeno due fasi decorative dovrebbero essere evidenti: la prima, prevalentemente geometrica, e un’altra, la più famosa, decorativa in senso narrativo, con gli animali feroci e le giovani donne in bikini… Non sembrano lo sviluppo  in corso d’opera dello stesso stile, ma stili diversi, epoche disgiunte, espressioni di un gusto differente.

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Scintille dell’Etna

7 gennaio, 2014 § Lascia un commento

SAMSUNG CAMERA PICTURESIl comunicato dell’INGV informa che l’attività eruttiva dell’Etna si è esaurita la mattina del 3 gennaio, ma la sera dello stesso giorno, sul versante nord-est, si osservavano ancora piccoli getti di lava ardente che rilucevano al buio, attorno al cratere. Partendo da Case Pietracannone, sono salito a quota milleseicento, in compagnia di Carlo, l’amico catanese regista di documentari, che mi accompagnò anche a Berlino quattro anni fa. Il versante nord-est è quello che scende verso lo stretto di Messina, sui pendii spogli di antiche colate laviche solidificate. Con le spalle rivolte al cratere, lo sguardo tiene in pugno un orizzonte vastissimo: la costa siciliana di Taormina e l’altra sponda, al di là del breve braccio di mare dove brillano le luci ed i fari del litorale calabrese. Più su, le stelle paiono scintille dello stesso mare che diventa cielo. La sera del 3 gennaio l’eruzione è ridotta a brevi lingue rosso vermiglio che si accendono e si spengono, come piccole luci intermittenti. Saliamo più su, per osservare da vicino il cratere di nord-est e vedere la spettacolare valle del Bove, che sprofonda come un baratro infernale, buia, sommersa dai vapori bianchi. Il silenzio è innaturale: il vulcano ha smesso di respirare, ma gli animali non si fidano ancora, neanche gli uccelli notturni. I rami della boscaglia invadono il cielo rischiarato dalle luci lontane della città. La salita è faticosa e non promette ampi orizzonti, ma alla fine, come previsto, il sentiero si adagia in cresta: i rami spogli si diradono e lo sguardo riconquista la vetta del vulcano. La valle del Bove ribolle a sinistra fra il vapore, mentre le ultime tracce dell’eruzione scompaiono nel buio. Siamo riusciti a spegnere il vulcano: almeno per ora, missione compiuta. Non ci resta che tornare alla base.

In discesa teniamo gli occhi rivolti al Grande Carro ed alla costellazione del Leone, che sfila come un artificio scenico fuori dai monti della Calabria. I lampi di alcune meteore tagliano il cielo sul mare. La pioggia delle Quarantidi, che ha il massimo di attività fra il 3 ed il 4 gennaio, sembra attivarsi proprio adesso nel cielo d’oriente, per raccogliere l’eco dei fuochi estinti del vulcano. Non serve altro per credere agli dei: eroi sovrumani saliti dagli inferi e discesi qui dal cielo, a scambiarsi le rispettive eternità.

Dove sono?

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