Che ci fa Aldini al MAXXI?

26 dicembre, 2013 § Lascia un commento

maxxiAvrei dovuto aspettare con calma le cinque e mezzo, per raggiungere il prof. Casini e una numerosa combriccola di vecchie conoscenze al teatro Vascello, dove va in scena Antonio Rezza. Ma il prof. Casini è operativo al MAXXI fin dal primo pomeriggio, in compagnia di Nino e della moglie, Logiudice sorella, che mi conosce: “ah, ci siam visti a Berlino!” E’ vero, a Berlino ascoltammo anche il jazz, nel 2009, ma adesso siamo a Roma e comincia a fare sera. Al MAXXI c’è poca gente, nessuno in fila al botteghino. Le esibizioni temporanee richiederebbero almeno mezza giornata, ma per dire “ci sono stato” può bastare un’ora o poco più. Col prof. Casini nei panni di Virgilio, le rampe del Museo dell’Arte del XXI secolo salgono tortuose come un purgatorio dantesco. A rovescio, dall’alto verso il basso, potrebbe sembrare un inferno di allucinate percezioni estetiche. In cima, dove il cemento armato culmina nella grande vetrata protesa in alto sopra il cortile, si dovrebbero aprire le porte del paradiso. Invece lassù, nella penombra rischiarata dai filmati in bianco e nero, si allarga l’esibizione di Clemens von Wedemeier, che gioca sui significati della parola “Cast”: stampo di statue in corso d’opera, frammenti di sculture, frammenti di film, selezione delle comparse del cinema, con la suggestiva ricostruzione di un fatto di cronaca avvenuto a Cinecittà negli anni Cinquanta del secolo scorso. “Curati di lor ma guarda e passa”, direbbe Virgilio: “non perdere tempo a pensare, il lavoro decostruttivo spetta all’artista, mentre allo spettatore resta solo il compito di un applauso o l’amaro riconoscimento di non aver capito l’opera d’arte.” Per chi non capisce, la pena è l’esclusione, l’allontanamento dal gioco. Ma quale gioco?

Al piano di sotto c’è Jan Fabre, l’artista fiammingo con trentacinque anni di performance alle spalle, che il MAXXI mette in mostra. Non è facile esprimere questo genere d’arte negli spazi di un museo, per quanto avveniristico: è come mettere in cornice i giocolieri ed i pagliacci di un circo. L’esposizione intitolata Stigmata vorrebbe ironizzare sulla sacralità dell’arte e ribadire che il museo di oggi può essere solo uno specchio dei tempi, senza maiuscole. Oltre ad alcuni video, uno dei quali appare esilarante per la verve comica (Dr. Fabre will cure your mind…), la collezione è un’improbabile distesa di banalità assurde. Le performance di Jan Fabre si riducono ad azioni di pochi istanti. Anche questa è video arte: lui che si infila un sacchetto in testa, un gesto di quattro secondi ripetuto in loop, all’infinito. Qualcosa del genere lo aveva fatto anche Andy Warol, forse un po’ prima di Jan Fabre, e l’hanno ripetuto altri artisti minori che non hanno diritto di cittadinanza al MAXXI. Uno di essi è Anton Roca, che in Romagnasi è ritagliato un ruolo nel sottobosco dell’arte contemporanea, all’ombra delle amministrazioni di sinistra. Lo ricordo quando si esibiva con un’enorme pietra in equilibrio sulla testa, un’azione interessante: niente da invidiare a Jan Fabre.

Quando l’arte era una cosa seria, appariva evidente la differenza fra il lavoro di un maestro e quello di un seguace di provincia, per cui non c’era tanto da discutere se una mostra su Caravaggio escludeva gli imitatori di serie B. Ma nell’arte contemporanea gli epigoni sembrano indistinguibili dai maestri ed i curatori del MAXXI dovrebbero spiegarmi i criteri di selezione: cos’è che fa di un maestro un maestro? Cos’è che lascia un epigono nell’ombra? La risposta la conosciamo: non occorre che i curatori si scomodino. Anche il capo supremo del MAXXI, Giovanna Melandri, può starsene tranquilla nel bozzolo dorato del suo ruolo politico.

Nell’arte contemporanea le opere funzionano come le reliquie dei santi. Per i collezionisti, come per i devoti, ciò che conta non è l’opera in sè, ma il nome dell’autore, beatificato, santificato dai mercanti d’arte e dalla cassa di risonanza delle esibizioni, complici i grandi musei. Saggiamente gli artisti di oggi replicano se stessi, falsificano se stessi. Con astuzia intercettano il mercato dell’arte, una folata di vento che possa alzarli in volo sulla massa anonima dei più. Scommettono su una trovata di moda che intercetti lo sguardo di maniera dell’indifferenza e faccia gridare: miracolo! L’unica azione veramente degna, fra i tavoli ovvi e paradossali di Jan Fabre, sarebbe quella di Gesù nel Tempio, ma se lo dico mi squalifico, perché cado nella trappola di una provocazione ben architettata. Tutt’al più posso esprimere un parere personale: “non mi piace”. Sarebbe socialmente scorretto dire “non è bello”: chi sono io per frappormi, col mio giudizio di valore, fra la società di oggi e l’oggettivo specchio dell’arte?

Negli anni Novanta ci entusiasmava la performance di San Frigo, dove un frigorifero veniva preso a sassate in un cortile, come un martire cristiano, e poi esposto come un’opera d’arte, icona di se stesso, in un museo. Sono passati quindici anni e questo spettacolo l’abbiamo visto e rivisto. Abbiamo riso, ci siamo divertiti. Nel frattempo abbiamo visto altri spettacoli, tanta TV, che credo rispecchi la società di oggi molto meglio della cosiddetta arte contemporanea. Dovremmo allora trasformare il MAXXI in una gigantesca TV?

A chi paga undici euro di biglietto, il MAXXI chiede di desacralizzare il museo, luogo dell’arte per antonomasia. Se lo scopo era questo, perché investire ottanta milioni di euro nell’architettura di Zaha Hadid? Bastava, anzi era meglio un capannone di cemento armato come i magazzini della frutta. Bene, abbiamo desacralizzato il museo: dei santi dell’arte non sappiamo più che farcene, ma delle loro reliquie abbiamo ancora bisogno, per il mercato delle reliquie. La religione delle apparenze è salva per i flussi turistici che obbediscono al richiamo delle mostre e per i funzionari della cultura che aspirano ad una carriera terrena. Non sarà colpa mia se i forconi arriveranno anche qui. Avranno buon gioco a trasformare il MAXXI in una nuova Bastiglia.

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