L’orma del padre

31 dicembre, 2013 § Lascia un commento

SAMSUNG CAMERA PICTURESIl pomeriggio del 31 dicembre scivola in fretta verso l’ora più faticosa, quando la luce del giorno scompare nella foschia grigia. L’ora incerta ristagna a lungo, poi arriva il buio ed il luccichio artificiale della festa riaccende la sera. L’anno termina e mi sembra di non aver raccontato tutto quello che ci sarebbe stato da dire. Il tempo della vita corre e fissa nella memoria solo frammenti, cocci da ricomporre e da reinventare in nuove narrazioni, in altre vite che non riguardano questa, adesso. Alla fine del 2013 mi piacerebbe ricomporre non solo quest’anno, ma gli ultimi quindici; da quando pensavo di poter essere artefice della mio futuro, con coraggio, a testa alta. Indietro, nel mio passato della vita da adulto, vedo un mosaico di situazioni differenti, simultanee, contraddittorie: slanci e marce indietro col motore a pieni giri, momenti sbagliati e la consolazione, almeno, di non essermi fatto male. L’unica rotta che mi ha condotto altrove è stata il ritorno a casa.

SAMSUNG CAMERA PICTURESNon so cosa avrebbe potuto dire mio padre di questi dieci anni che ho trascorso senza di lui. Coraggio, è una ruota che gira… In che modo sarebbero potuti essere diversi questi anni, se fosse rimasto qui. Con un tempismo sconcertante, la mia turbolenza, l’incertezza, la crisi, sono cominciate quando lui se ne è andato, forse solo qualche mese prima. Ma, negli anni di maggior confusione, la mia identità l’ho ritrovata mettendomi sulle sue tracce. Ora non mi stupisce vederlo incastonato nella memoria collettiva della storia forlivese, padre di una tradizione, oltre che mio. La mostra a Forlì, che si conclude il 6 Gennaio, lo colloca fra gli iniziatori della moderna archeologia nella nostra provincia: Tobia Aldini insieme a Santarelli e a don Mambrini. Per me, la sua, è inevitabilmente una storia di ricordi. Gli scavi di un archeologo sono solo un pretesto per chiarire a se stessi il proprio posto nel mondo.

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Che ci fa Aldini al MAXXI?

26 dicembre, 2013 § Lascia un commento

maxxiAvrei dovuto aspettare con calma le cinque e mezzo, per raggiungere il prof. Casini e una numerosa combriccola di vecchie conoscenze al teatro Vascello, dove va in scena Antonio Rezza. Ma il prof. Casini è operativo al MAXXI fin dal primo pomeriggio, in compagnia di Nino e della moglie, Logiudice sorella, che mi conosce: “ah, ci siam visti a Berlino!” E’ vero, a Berlino ascoltammo anche il jazz, nel 2009, ma adesso siamo a Roma e comincia a fare sera. Al MAXXI c’è poca gente, nessuno in fila al botteghino. Le esibizioni temporanee richiederebbero almeno mezza giornata, ma per dire “ci sono stato” può bastare un’ora o poco più. Col prof. Casini nei panni di Virgilio, le rampe del Museo dell’Arte del XXI secolo salgono tortuose come un purgatorio dantesco. A rovescio, dall’alto verso il basso, potrebbe sembrare un inferno di allucinate percezioni estetiche. In cima, dove il cemento armato culmina nella grande vetrata protesa in alto sopra il cortile, si dovrebbero aprire le porte del paradiso. Invece lassù, nella penombra rischiarata dai filmati in bianco e nero, si allarga l’esibizione di Clemens von Wedemeier, che gioca sui significati della parola “Cast”: stampo di statue in corso d’opera, frammenti di sculture, frammenti di film, selezione delle comparse del cinema, con la suggestiva ricostruzione di un fatto di cronaca avvenuto a Cinecittà negli anni Cinquanta del secolo scorso. “Curati di lor ma guarda e passa”, direbbe Virgilio: “non perdere tempo a pensare, il lavoro decostruttivo spetta all’artista, mentre allo spettatore resta solo il compito di un applauso o l’amaro riconoscimento di non aver capito l’opera d’arte.” Per chi non capisce, la pena è l’esclusione, l’allontanamento dal gioco. Ma quale gioco?

Al piano di sotto c’è Jan Fabre, l’artista fiammingo con trentacinque anni di performance alle spalle, che il MAXXI mette in mostra. Non è facile esprimere questo genere d’arte negli spazi di un museo, per quanto avveniristico: è come mettere in cornice i giocolieri ed i pagliacci di un circo. L’esposizione intitolata Stigmata vorrebbe ironizzare sulla sacralità dell’arte e ribadire che il museo di oggi può essere solo uno specchio dei tempi, senza maiuscole. Oltre ad alcuni video, uno dei quali appare esilarante per la verve comica (Dr. Fabre will cure your mind…), la collezione è un’improbabile distesa di banalità assurde. Le performance di Jan Fabre si riducono ad azioni di pochi istanti. Anche questa è video arte: lui che si infila un sacchetto in testa, un gesto di quattro secondi ripetuto in loop, all’infinito. Qualcosa del genere lo aveva fatto anche Andy Warol, forse un po’ prima di Jan Fabre, e l’hanno ripetuto altri artisti minori che non hanno diritto di cittadinanza al MAXXI. Uno di essi è Anton Roca, che in Romagnasi è ritagliato un ruolo nel sottobosco dell’arte contemporanea, all’ombra delle amministrazioni di sinistra. Lo ricordo quando si esibiva con un’enorme pietra in equilibrio sulla testa, un’azione interessante: niente da invidiare a Jan Fabre.

Quando l’arte era una cosa seria, appariva evidente la differenza fra il lavoro di un maestro e quello di un seguace di provincia, per cui non c’era tanto da discutere se una mostra su Caravaggio escludeva gli imitatori di serie B. Ma nell’arte contemporanea gli epigoni sembrano indistinguibili dai maestri ed i curatori del MAXXI dovrebbero spiegarmi i criteri di selezione: cos’è che fa di un maestro un maestro? Cos’è che lascia un epigono nell’ombra? La risposta la conosciamo: non occorre che i curatori si scomodino. Anche il capo supremo del MAXXI, Giovanna Melandri, può starsene tranquilla nel bozzolo dorato del suo ruolo politico.

Nell’arte contemporanea le opere funzionano come le reliquie dei santi. Per i collezionisti, come per i devoti, ciò che conta non è l’opera in sè, ma il nome dell’autore, beatificato, santificato dai mercanti d’arte e dalla cassa di risonanza delle esibizioni, complici i grandi musei. Saggiamente gli artisti di oggi replicano se stessi, falsificano se stessi. Con astuzia intercettano il mercato dell’arte, una folata di vento che possa alzarli in volo sulla massa anonima dei più. Scommettono su una trovata di moda che intercetti lo sguardo di maniera dell’indifferenza e faccia gridare: miracolo! L’unica azione veramente degna, fra i tavoli ovvi e paradossali di Jan Fabre, sarebbe quella di Gesù nel Tempio, ma se lo dico mi squalifico, perché cado nella trappola di una provocazione ben architettata. Tutt’al più posso esprimere un parere personale: “non mi piace”. Sarebbe socialmente scorretto dire “non è bello”: chi sono io per frappormi, col mio giudizio di valore, fra la società di oggi e l’oggettivo specchio dell’arte?

Negli anni Novanta ci entusiasmava la performance di San Frigo, dove un frigorifero veniva preso a sassate in un cortile, come un martire cristiano, e poi esposto come un’opera d’arte, icona di se stesso, in un museo. Sono passati quindici anni e questo spettacolo l’abbiamo visto e rivisto. Abbiamo riso, ci siamo divertiti. Nel frattempo abbiamo visto altri spettacoli, tanta TV, che credo rispecchi la società di oggi molto meglio della cosiddetta arte contemporanea. Dovremmo allora trasformare il MAXXI in una gigantesca TV?

A chi paga undici euro di biglietto, il MAXXI chiede di desacralizzare il museo, luogo dell’arte per antonomasia. Se lo scopo era questo, perché investire ottanta milioni di euro nell’architettura di Zaha Hadid? Bastava, anzi era meglio un capannone di cemento armato come i magazzini della frutta. Bene, abbiamo desacralizzato il museo: dei santi dell’arte non sappiamo più che farcene, ma delle loro reliquie abbiamo ancora bisogno, per il mercato delle reliquie. La religione delle apparenze è salva per i flussi turistici che obbediscono al richiamo delle mostre e per i funzionari della cultura che aspirano ad una carriera terrena. Non sarà colpa mia se i forconi arriveranno anche qui. Avranno buon gioco a trasformare il MAXXI in una nuova Bastiglia.

Roma prima di Natale

25 dicembre, 2013 § 2 commenti

20131223_161422Per lasciare il tempo di festeggiare il Natale in pace coi parenti, le cene degli auguri fra amici e colleghi sono state anticipate alla prima metà di dicembre. Ogni anno Natale arriva sempre prima, tanto che oggi mi sembra già Santo Stefano. Sono rientrato da Roma, dove il soggiorno costa veramente poco nelle notti che precedono il Natale. Nel solito alberghetto all’Esquilino, il direttore -più giovane di me- mi accoglie festosamente come una vecchia conoscenza: “signor Aldini, come sta!?” Parliamo del tempo metereologico e dell’ascensore che ancora manca al Santa Prassede, a causa di un permesso negato. Nel centro storico di Roma ci vuol poco a fare invecchiare un alberghetto come il Santa Prassede, con la concorrenza dei Bed & Breakfast. Dopo il direttore, anche il portiere notturno mi riconosce: si ricorda che sono di Cervia, lui che a Cervia ci viene in ferie d’estate. Quando d’inverno c’è poco lavoro, il portiere ed il direttore potrebbero parlare dei loro clienti abituali e ricordarli uno ad uno, i tipi più strani: “…anche quel signor Aldini, che viene da Cervia e si fa vivo d’inverno, sempre da solo, verso le feste. Esce di mattina e sembra che abbia un sacco di cose da fare. Qualche volta torna di pomeriggio, ma di solito si rivede solo la sera tardi, quando è ormai ora di andare a dormire.” Forse ha dei parenti qui, oppure una donna, ma non si è mai vista: “Vorrei sapere cosa ci viene a fare a Roma il signor Aldini.”

quirinalePrima di Natale il traffico nelle strade di Roma non è più pesante del solito. Sono finiti i tempi delle file lunghe davanti alle vetrine. La calca in metropolitana si vede solo nelle ore di punta, all’ingresso ed all’uscita dagli uffici. Da Tiburtina a Termini sulla linea B c’è qualche posto a sedere. Due trentenni dall’aria asciutta e con gli occhi spiritati salgono insieme sul treno, uno resta in piedi, l’altro cerca di prendere posto accanto ad una donna nera piuttosto giovane, sovrappeso, con la valiga fra le gambe. La ragazza sta più comoda a cavallo fra due posti, ma il trentenne smilzo vuole sedersi in uno dei due seggiolini e le dice in faccia: “te voi spostà!” Lei con l’aria stanca alza il braccio e gli indica un altro posto libero, piuttosto lontano. Il trentenne smilzo non intende cedere, vuole sedersi proprio lì. “Nun lo dico perché sei nera, ma te voi spostà!”  La donna non vuole e l’aria si elettrizza. “Sta’ attento, che se le gridi così, te dicono che sei razzista!”. L’altro trentenne smilzo e dai modi più urbani, in piedi con gli occhi spiritati, cerca di moderare l’esuberanza dell’amico che non vuole mollare. Lui si gira con un gesto teatrale e dice: “Nun m’emporta”, poi ficca il culo stretto nella fessura libera fra il sedere enorme della nera e l’altro di chi le sta accanto. La donna mugugna e si sposta, mentre il trentenne finalmente seduto comincia a parlare rivolgendosi ai presenti: “Non sono razzista e voto pure a sinistra! Ma se fate come ve pare, pure io me metto a cantà” e comincia a gridare una canzonaccia. L’altro in piedi non sa come fare per contenere l’esuberanza dell’amico che potrebbe degenerare in uno scontro fisico. Lo interpella e cerca di distrarlo: “parliamo di cose serie, come te spieghi che ieri la Roma ha vinto quattro a zero mentre la Lazio ha perso quattro a uno.” C’è sotto quarcosa, vojamo ‘na spiegaziò…

Diavoli e forconi

11 dicembre, 2013 § Lascia un commento

La protesta dei forconi mi ricorda qualcosa di molto simile, che è accaduto sei anni fa. Alla fine del 2007 l’ultimo dei governi del professor Prodi aveva i giorni contati. Nelle fila dell’opposizione era in corso la campagna acquisti, a suon di milioni. Stava per cadere il fragile intermezzo ai dieci anni di egemonia berlusconiana e proprio allora gli autotrasportatori misero l’Italia intera sotto sopra, con i blocchi autostradali. Il mese di dicembre è un momento di bilanci: i nodi vengono al pettine proprio alla fine dell’anno. Accadde anche nel 2010, quando prima di Natale l’ultimo governo Berlusconi se ne stava asserragliato a decretare tagli orizzontali, innanzitutto contro la scuola, contro la ricerca e l’università. Anche allora in molti si radunarono in piazza a gridare, perché nessuno li stava ad ascoltare nelle sedi istituzionali. Foto alla mano, nel 2010 si volle dimostrare che le proteste erano ad opera di frange estremiste, nemiche della pacifica convivenza civile. Invece nel 2013, così anche nel 2007, si è voluto dimostrare che i forconi li tengono in mano i padri di famiglia, per amor di patria. Se le forze dell’ordine e Maurizio Belpietro solidarizzano con i manifestanti, sento puzza di zolfo: è l’annuncio della fine delle larghe intese ed Enrico Letta sta per ripercorrere i passi di Prodi – gennaio 2008. Non è strano che la piazza e gli ultrà siano diventati una bandiera nelle mani dell’uomo coi capelli finti, appena estromesso dai palazzi della politica. Non siamo più padroni neppure della nostra protesta in piazza, perché qualcuno ci ha già messo sopra il cappello, aggrappato con gli artigli, per raccogliere l’ultima luce di un tramonto al rallenty.

Nella recita della politica italiana tutte le parti sono già state assegnate, anche quella dell’estrema protesta. La vitalità sana del lavoro concreto è ormai opera di stranieri venuti da lontano, mentre la cultura autentica degli italiani si esprime altrove, dove le risorse umane non cadono vittima dei divieti. Quel che resta dell’Italia, in Italia, è il gioco deteriore della politica, un po’ rimpiattino, un po’ acchiappa-citrulli. La protesta, finta oppure vana, non è mai nelle mani di chi la fa.

Primarie?

8 dicembre, 2013 § Lascia un commento

Dopo la fine di Bersani, Veltroni e Prodi, non dovrebbe esserci un gran gusto nel vincere le primarie del PD. E poi non è chiara la posta in gioco: con le primarie si vince la segreteria di un partito, oppure ci si  candida anche a premier, in un bipolarismo coi tratti della sindrome bipolare? La vocazione maggioritaria del PD è ancora in discussione, assomiglia alla disputa sull’immacolata concezione. Un anno fa aveva vinto Bersani -almeno così mi sembra di ricordare- ma potrebbe essere la storia di un universo parallelo. Di Bersani si è persa traccia nelle profondità siderali, con grave danno soprattutto per la satira. L’anno scorso aveva ragione chi diceva che Renzi avrebbe avuto più fortuna negli anni a venire, nonostante lo slogan: “il futuro è adesso”. Chi diceva così, presumo, non immaginava nuove primarie a distanza di appena un anno. Il futuro non è più adesso, era ieri, in tutta onestà “il futuro del PD era ieri”: ecco quale sarebbe dovuto essere lo slogan di queste primarie. Quello che resta del PD è già diventato grande centro, con la nazione in ostaggio, in nome della governabilità. Per questa liturgia non c’è bisogno di primarie, e neanche di elezioni politiche. Sul ponte sventola balena bianca. Forse è meglio così: se le novità devono essere come quelle dell’anno scorso, meglio la paralisi, il non-far-nulla.

Santa Bibiana

2 dicembre, 2013 § Lascia un commento

Nella tradizione contadina c’erano alcuni giorni magici che rivelavano il futuro, residui di antichi riti di divinazione. Una di queste giornate era il due dicembre, Santa Bibiana, quando il tempo meteorologico anticipava quello che avrebbe fatto nei quarantasette giorni successivi. L’origine di questo vaticinio è avvolta nel mistero: non si sa con certezza chi fosse Santa Bibiana, forse una martire del quarto secolo, dimenticata sia dai cristiani che dai turisti, che a Roma non vanno a vedere la sua bella statua fatta dal Bernini, nella piccola chiesa del martirio, fra il traffico delle automobili e quello dei treni in arrivo a Termini. Nonostante l’indifferenza generale, la Santa del due dicembre dovrebbe dare indicazioni meteo fino a metà gennaio: meglio di un sito web. Dunque in questo giorno conviene guardare bene il tempo fuori dalla finestra. Oggi ho visto che in cielo si alternano  nubi, sprazzi di sole e grigio. Potrebbe fare bello, ma potrebbe anche piovere e nevicare. Anche quest’anno le previsioni di Santa Bibiana sono sufficientemente contraddittorie da includere tutto le possibilità metereologiche per i prossimi quarantasette giorni. Come con l’oroscopo: basterà ricordare quello che va bene e dimenticare quello che non c’entra.

Dove sono?

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