Gioco d’identità

28 ottobre, 2013 § Lascia un commento

Il vero e il falso nella storia dell’arte sono stati al centro di uno straordinario dibattito giovedì scorso alla Fondazione Zeri di Bologna. Quattro giganti della storia della critica d’arte hanno gettato un po’ di luce sui confini della contraffazione, che sono meno nitidi di quel che sembra. Jean Clair è intervenuto con un provocatorio “Elogio del falso”, indicato nel titolo di una relazione complessa ed intrigante. Dire che l’arte contemporanea è tutta falsa, è più che una provocazione. Le dinamiche dell’arte di oggi -dalla produzione alla commercializzazione- sono le stesse che contraddistinguono da sempre la creazione e la vendita dei falsi. Niente da ribattere.

Una copia può sembrare più vera dell’originale, quando l’originale è stato estirpato dal suo contesto ed ha perso il legame con il luogo che lo nutriva e gli dava luce. E’ proprio vero che gli intarsi autentici dello studiolo del duca Federico, conservati al Metropolitan Museum di New York, sembrano meno veri della copia rifatta da alcuni bravi artigiani di Gubbio e ricollocata sulle pareti del palazzo ducale umbro. E’ la luce, è l’aria che soffia attorno a dire cos’è vero e cosa è falso.

Qualcuno sostiene che i falsi abbiano cominciato a proliferare nel momento in cui gli artisti sono diventati dei “divi” e le loro opere “reliquie”. Prima del romanticismo non era così. Esistevano i maestri e le botteghe, dove i nomi si confondevano in un lavoro di gruppo. Chi riproduceva lo stile di un maestro, non era ancora un falsario, ma faceva l’onesto mestiere del copista. Il divismo degli ultimi due secoli ha prodotto una regressione dell’arte al “gesto estemporaneo” dell’artista, che vale in quanto espressione di un esecutore, scelto fra tanti, dal capriccio delle masse orientate dall’opinione dei critici. D’altro canto, i falsari sono spesso artisti esclusi dal mercato dell’arte. Col nome vero non sarebbero stati in grado di generare adeguati guadagni. Si intromettono così per forzare le serrature di un gioco artificiale, essendo capaci di produrre, tramite i falsi, una grande circolazione di denaro, come facevano i falsari di reliquie, quando ancora le reliquie erano i denti e le falangi dei Santi e non i quadri e le sculture. Per un falsario il nome è tutto, basta fingerlo bene.

Ad ispirarmi tutto ciò è stato l’amico storico dell’arte ormai nascosto da pseudonimo, tal Giovanni Fontecoperta. Egli sostiene che nel web è meglio non farsi notare con la propria identità, per non avere seccature. Verba volant, ma quello che scrivi in rete rimane intrappolato nei computers del mondo intero e condiziona il giudizio sulla vera identità di ciascuno, non soltanto quella digitale. E’ forte la tentazione di mettersi in mostra col nome e con la faccia, sperando in un successo mediatico, l’unico oggi in grado di trasformare i destini. Ma è altrettanto forte il timore d’essere stroncati e messi da parte per un fraintendimento. Nascondersi sotto false identità è sempre stato necessario nei regimi totalitari. Che lo sia di nuovo oggi, nell’epoca della democrazia fluida in rete, non depone a favore della nostra civiltà. Il web è uno strumento di controllo delle vite degli altri. Le masse emancipate ed interconnesse in rete, stanno forse pavimentando il peggiore degli inferni…

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