Calma e gesso

30 ottobre, 2013 § 1 Commento

E’ tornata la lavagna in classe, quella nera, col gesso, e devo dire che non mi dispiace. La lavagna interattiva multimediale non è stata smontata, ma giace ancora appesa al suo posto, silenziosa come un’ancona lignea del cinquecento, nella parete dove il progettista aveva previsto l’effettivo posizionamento della lavagna in classe. Non essendoci spazio a sufficienza per due lavagne affiancate, quella tradizionale è stata ri-appesa in un’altra parete, ed i banchi ruotati in modo strano, un po’ in fila, un po’ a ferro di cavallo. Il progettista non aveva previsto così tanti banchi in classe, né tanti studenti, tantomeno due lavagne su due pareti differenti. Viviamo di eccessi anche a scuola.

A farne le spese almeno in questo caso è stata la presunta modernità della lavagna interattiva multimediale, che tace già, obsoleta, dopo meno di due anni di vita. Non sarà colpa degli insegnanti che non si sono voluti aggiornare. Il tasto della calibrazione automatica aveva smesso di funzionare da un mese ed avrebbe richiesto l’intervento di un tecnico. Le circonferenze assumevano una forma ellittica e la penna elettronica scriveva lontano venti centimetri dal punto in cui veniva appoggiata. Quando si rompe una finestra, arriva subito l’addetto a ripararla. Lo stesso accade con l’impianto elettrico o con gli scarichi dei bagni. Invece l’informatica è a carico della buona volontà e dell’intraprendenza dilettantistica degli insegnanti appassionati di computer, che dovrebbero colmare il gap fra l’innovazione tecnologica e gli inevitabili tagli di bilancio. Il mecenatismo della grande distribuzione CONAD ha fatto il resto: ha esteso anche a scuola la qualità del suo marchio, fornendo con la raccolta punti un grossolano aggeggio, che sarebbe stato più adatto in una scuola materna.

Il proiettore non può essere utilizzato neanche per vedere un film, perchè lo spazio in classe è ridotto all’osso: una parte dei banchi gli volge spalle, dovendo guardare verso l’altra parete dove è stata ricollocata la lavagna nera della tradizione. Avevo previsto che in classe la lavagna interattiva multimediale non sarebbe durata a lungo. Ma la sua vita, almeno qui, è stata più breve di quel che immaginavo.

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Gioco d’identità

28 ottobre, 2013 § Lascia un commento

Il vero e il falso nella storia dell’arte sono stati al centro di uno straordinario dibattito giovedì scorso alla Fondazione Zeri di Bologna. Quattro giganti della storia della critica d’arte hanno gettato un po’ di luce sui confini della contraffazione, che sono meno nitidi di quel che sembra. Jean Clair è intervenuto con un provocatorio “Elogio del falso”, indicato nel titolo di una relazione complessa ed intrigante. Dire che l’arte contemporanea è tutta falsa, è più che una provocazione. Le dinamiche dell’arte di oggi -dalla produzione alla commercializzazione- sono le stesse che contraddistinguono da sempre la creazione e la vendita dei falsi. Niente da ribattere.

Una copia può sembrare più vera dell’originale, quando l’originale è stato estirpato dal suo contesto ed ha perso il legame con il luogo che lo nutriva e gli dava luce. E’ proprio vero che gli intarsi autentici dello studiolo del duca Federico, conservati al Metropolitan Museum di New York, sembrano meno veri della copia rifatta da alcuni bravi artigiani di Gubbio e ricollocata sulle pareti del palazzo ducale umbro. E’ la luce, è l’aria che soffia attorno a dire cos’è vero e cosa è falso.

Qualcuno sostiene che i falsi abbiano cominciato a proliferare nel momento in cui gli artisti sono diventati dei “divi” e le loro opere “reliquie”. Prima del romanticismo non era così. Esistevano i maestri e le botteghe, dove i nomi si confondevano in un lavoro di gruppo. Chi riproduceva lo stile di un maestro, non era ancora un falsario, ma faceva l’onesto mestiere del copista. Il divismo degli ultimi due secoli ha prodotto una regressione dell’arte al “gesto estemporaneo” dell’artista, che vale in quanto espressione di un esecutore, scelto fra tanti, dal capriccio delle masse orientate dall’opinione dei critici. D’altro canto, i falsari sono spesso artisti esclusi dal mercato dell’arte. Col nome vero non sarebbero stati in grado di generare adeguati guadagni. Si intromettono così per forzare le serrature di un gioco artificiale, essendo capaci di produrre, tramite i falsi, una grande circolazione di denaro, come facevano i falsari di reliquie, quando ancora le reliquie erano i denti e le falangi dei Santi e non i quadri e le sculture. Per un falsario il nome è tutto, basta fingerlo bene.

Ad ispirarmi tutto ciò è stato l’amico storico dell’arte ormai nascosto da pseudonimo, tal Giovanni Fontecoperta. Egli sostiene che nel web è meglio non farsi notare con la propria identità, per non avere seccature. Verba volant, ma quello che scrivi in rete rimane intrappolato nei computers del mondo intero e condiziona il giudizio sulla vera identità di ciascuno, non soltanto quella digitale. E’ forte la tentazione di mettersi in mostra col nome e con la faccia, sperando in un successo mediatico, l’unico oggi in grado di trasformare i destini. Ma è altrettanto forte il timore d’essere stroncati e messi da parte per un fraintendimento. Nascondersi sotto false identità è sempre stato necessario nei regimi totalitari. Che lo sia di nuovo oggi, nell’epoca della democrazia fluida in rete, non depone a favore della nostra civiltà. Il web è uno strumento di controllo delle vite degli altri. Le masse emancipate ed interconnesse in rete, stanno forse pavimentando il peggiore degli inferni…

La divina indifferenza

21 ottobre, 2013 § 1 Commento

Bella come un lunedì di vacanza dopo un anno di lavoro, diceva la canzone… Il lunedì di riposo è davvero un giorno bellissimo, anche se il lavoro non dura da un anno, ma da un mese soltanto. Il tempo libero del lunedì apre la settimana in una direzione inconsueta e sottrae la mente dalla furia martellante delle consuetudini sociali, che spingono gli umani verso il baratro dei lemming. In questo lunedì fuori dal coro, ho lasciato che il buongiorno me lo dessero due articoli, che rievocano stati d’animo dai quali mi sono allontanato, ma dove ero immerso fino ad un paio di anni fa. I titoli parlano da sé: Non rimarrà nulla dell’Italia, e Il bagnino e i samurai. Niente di nuovo rispetto alle mie storie di un declino industriale, pensieri incarnati che piacciono ai filosofi veri. Per salvar la vita e non essere più ostaggio del capitalismo salottiero, ho rinunciato volentieri alle imprese fasulle che sarebbero state autentiche in una cornice sana di principi, di fiducia, di investimenti. La consolazione della filosofia ha sempre offerto una buona alternativa alla decadenza, fin dai tempi di Boezio. Oggi si allarga alla scienza, alla critica d’arte, all’ozio produttivo dell’antica scholé che ritorna nella scuola, almeno di nome.

Non voglio più cedere alla tentazione di lasciare il segno. La mischia dove si getta chi vuole lasciare il segno espropria la buona volontà in nome di una giusta causa, che dovrebbe essere nell’interesse di tutti, ma porta risorse solo agli opportunisti che giocano al ribasso e aspettano nell’ombra i fallimenti inevitabili dei presunti eroi che non si sono voluti vendere. Qui, adesso, non se ne viene fuori. E’ una conseguenza dei grandi numeri di una società senza soffio divino. Allora vorrei imparare un’altra cosa… lasciarmi possedere dall’indifferenza, la divina indifferenza del poeta, senza scosse, senza tumulti, dove la realtà tutta intera assume una purezza cristallina, nel bene e nel male, ed è giusto che sia così: vera, senza altri aggettivi.

Somiglianze d’autunno

7 ottobre, 2013 § Lascia un commento

Scrivere del viaggio in mare ha avuto l’effetto di prolungarlo oltre la fine naturale del trentuno agosto. Con l’ultimo post di settembre è finito una seconda volta, senza appello. Questa volta le vele sono rientrate in porto fra i banchi di scuola. Dopo un settembre che pareva ancora estate, è arrivata la pioggia di ottobre, e non mi dispiace. Ogni nuova stagione, quando arriva, porta con sé una bella novità. I cambiamenti risvegliano i sensi ed il desiderio di ricominciare. Nella stagione che si trasforma, riaffiorano vecchie abitudini non ancora logorate dal presente: segno dei tempi in cui eravamo nomadi, qualche millennio fa.

Dopo le vacanze gli alunni rientrano a scuola con difficoltà. Hanno un aspetto diverso, sono cresciuti, abbronzati, spettinati. Ma le differenze sfumano in fretta negli occhi di chi li osserva. Le somiglianze riaffermano gradualmente le identità dell’anno scorso. Capita la stessa cosa quando ritroviamo un amico invecchiato, dopo molti anni. Di primo acchito appare diverso, quasi un altro. Poi i meccanismi della memoria rielaborano l’immagine. Scavano alla ricerca di ciò che è rimasto simile, lo fanno emergere, danno importanza ai dettagli che riaffermamo l’identità dell’interlocutore, attraverso i ricordi. Diciamo: è ancora lui, non importa se è cambiato, anzi: non è cambiato affatto! Solo qualche grinza, qualche capello fuori posto. Sembra ovvio, ma è un meccanismo sorprendente con cui la mente stabilizza le identità, in una realtà altrimenti troppo mutevole. Solo le fotografie ricordano. Gli occhi trasformano.

Dove sono?

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