L’Italia in Dalmazia

10 settembre, 2013 § Lascia un commento

DSC06267La prima edizione della Guida d’Italia del Touring Club nel 1924 inseriva anche Zara fra le città dell’Italia centrale. Senza un territorio retrostante, l’unico scampolo di Dalmazia consegnato all’Italia dopo la Grande Guerra restava confinato intorno alle memorie romane dell’antico porto di Zara, come un’isola di terraferma. Era giusto che questa città appartenesse all’Italia – diceva la guida- perché di carattere, di lingua profondamente veneziana e italiana. I collegamenti marittimi la avvicinavano al capoluogo marchigiano più che a qualunque altra città della penisola. Così nelle pagine della prima edizione della guida trovava posto fra Loreto e Cattolica, come escursione dal porto di Ancona. Il piroscafo del 1924 la collegava all’Italia tre volte la settimana in sette ore e mezzo, come il traghetto Jadrolinjia che nell’estate del 2013 parte alle dieci di sera dal molo del porto di Ancona. I collegamenti veloci sono stati soppressi, forse a causa dell’aumento del costo del carburante oppure per lo scarso traffico, e fra queste due sponde dell’Adriatico si è tornati a viaggiare come novant’anni fa, col porto di Ancona coronato dalle luci artificiali e gli sbuffi caldi di fumo che si insinuano fra le brezze notturne sul ponte più alto della nave pronta a salpare.

DSC06260La rotta ed i tempi sono gli stessi del 1924. Come allora, si parte dal molo della Dogana: bellissima la vista scenografica della città distesa ad anfiteatro dal Guasco all’Astagno e saliente dall’arco di Traiano al Duomo e al Faro. Le gru dei cantieri navali non sovrastavano ancora questa meraviglia, né mettevano fuori gioco le minuscole proporzioni dell’arco romano di Traiano. Usciti dal porto si mette la prua a nord est, sparisce rapidamente la città dietro il Guasco di cui si vede il versante nord con bianchi strati di calcare. Ancora per poco si continua a vedere il Duomo… poi emerge il Conero col semaforo, che sparisce ultimo dopo circa due ore di navigazione. Passate circa quattro ore di navigazione, appaiono a prua e un poco a destra le vette dell’Isola Lunga, di cui si delinea rapidamente il profilo e, un poco a sinistra, l’Isola Melada. Ben presto dall’Isola Lunga si vede avanzare la penisoletta delle Punte Bianche con un alto bianco faro”.

DSC06382Quasi con gli stessi orari del piroscafo di allora, il faro delle Punte Bianche dovrebbe apparire all’orizzonte del nostro traghetto alle due del mattino, ma a quell’ora è facile sprofondare nel sonno, nei letti delle cabine o nelle rigide poltrone che non si possono reclinare. Il viaggio notturno ha la durata di un sonno medio, più tormentato e più scomodo del normale. Ma i passeggeri sul traghetto sono in gran parte giovani dall’accento del sud. Pronti per le vacanze, il sonno è l’ultimo dei loro pensieri. Al piano di sotto c’è una discoteca casalinga dove comincia la festa destinata a proseguire nelle alcooliche notti insonni di Novaljia sull’Isola di Pag, che sembra aver tolto il primato a Ibiza.

In prossimità di Zara un labirinto di Isole allontana il continente balcanico dallo sguardo e lo fa sembrare un miraggio. L’Isola Lunga potrebbe formare una linea di costa, ma è soltanto la prima delle ipotetiche spiagge che moltiplicano l’illusione di essere arrivati: un canale parallelo al mare ed un’altra lunga isola replicano la sensazione di un nuovo arrivo e spostano il continente più in là, in un gioco di rimandi, mentre la rotta scivola in un canale marino parallelo alla costa.

Ora son ben visibili entrambe le isole con la base di calcare bianco e rosso presso il battente delle onde e il rivestimento di macchia: rarissime le abitazioni; solo un villaggetto sulla riva di un golfo che forma l’isola Melada. Il piroscafo entra nel canale fra le due isole, tenendosi più vicino alla Melada per evitare isolotti tondeggianti rivestiti di macchia che restringono il canale a sud: passano da quel lato altre due isole, con qualche vista lontana, poi l’Isola Sestrugno, mentre di  fronte appaiono nell’azzurra lontananza ed apparentemente più alti della realtà, i monti Velebiti, come una barriera continua di rocce, nevosi nell’inverno e nella primavera, e che culminano nella piramide del monte Santo (m. 1753).”  E’ proprio vero, le montagne in lontananza appaiono altissime, ma nessuna di esse riesce ad emergere dall’orizzonte marino al centro dell’Adriatico.

DSC06413I nomi italiani con cui le isole sono indicate nella guida del 1924 fanno credere d’essere in Italia anche sull’altra sponda dell’Adriatico. La mancata assegnazione delle isole Dalmate allo stato italiano sembra solo una malevolenza della storia recente, a cui la guida del Touring cerca di porre rimedio, animata dall’amor di patria. Ma le stesse isole e le stesse montagne si rispecchiavano nelle acque dell’Adriatico coi nomi differenti di chi le guardava dai Balcani e le riteneva, già allora, legittimamente croate. L’identità veneziana dell’Isola Lunga, di Melada e di Sestrugno si negava in Dugi Otok, Molat, Sestrunj, nomi nemici degli stessi luoghi. Per secoli gli interessi mercantili di Venezia avevano creato un equilibrio fra lingue ed etnie differenti. Le isole lunghe moltiplicavano l’identità di questa costa frastagliata, in cui tanti popoli trovavano lo spazio per esprimersi. Nessun amor di patria poteva ricompattarle sotto un’unica bandiera: solo il nazionalismo delle dittature sembrò riuscirci per qualche tempo.

DSC06326Sulla carta geografica dell’Italia appesa fra i banchi di scuola le isole dalmate fuggivano a destra ed oltrepassavano la cornice. L’occhio le rincorreva come le perle di una collana che si era sfilata. I confini geografici dell’Italia erano già quelli del secondo dopoguerra, ma il clichè della geografia fisica in sottofondo era lo stesso di cinquant’anni prima, nella cornice di un’Italia che si sarebbe dovuta allargare ai Balcani. Non capivo perchè, ma quelle isole piene di nomi in disuso catturavano lo sguardo più di quanto facessero le coste monotone della nostra penisola. La loro forma allungata, ripetuta, ossessiva, pareva uno scherzo della natura, un labirinto messo lì per difendere un mondo che non ci riguardava. La pretesa italiana sui Balcani si era capovolta nel boomerang di una estraneità totale. Il trattato di Osimo del 1975 aveva confermato in modo definitivo l’occupazione del maresciallo Tito, indiscusso vincitore della seconda guerra mondiale. Solo Trieste rimaneva legata ad un’Italia per lo più indifferente, per la ferma volontà del Patto Atlantico che non voleva rinunciare a quel porto adriatico, confinato in una sottile striscia litoranea, com’era stato il territorio di Fiume e di Zara fra le due guerre, quando il piroscafo approdava laggiù sull’altra sponda di un’Italia ancora vittoriosa…

Si è già nell’ampio canale di Zara, generalmente più tranquillo dell’alto mare, limitato di fronte da una bellissima costa. Il piroscafo volge a sud est mettendo la prua direttamente su Zara, che non tarda ad emergere dalle acque. A sinistra, lungo la riva del canale che va restringendosi, qualche villaggetto; a destra, ben presto la bella isola di Ugliano, più accidentata e più popolata delle altre: su una delle sue vette appaiono le rovine di un castello veneziano. Ed ecco ormai Zara prossima, con la bella linea di palazzi moderni della Riva Vittorio Emanuele III, dietro i quali si levano il grandioso campanile del Duomo e quelli minori di Sant’Elia dall’acuta cuspide ottagonale e di Santa Maria a quattro pioventi. Si gira a nord la città (presso la riva, le due antenne della stazione radiotelegrafica) per entrare nel porto, difeso da un piccolo molo ormeggiando presso la riva IV Novembre.” –

Le frasi in corsivo sono tratte dalla prima edizione della “Guida d’Italia” a cura di Luigi Vittorio Bertarelli. Volume I, Italia Centrale, 1924.

Per approfondire la questione adriatica c’è anche il sito: http://www.coordinamentoadriatico.it/)

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