L’isola di sabbia

30 settembre, 2013 § 2 commenti

DSC06464Con le  vele alzate, entriamo nel mare fra l’arcipelago di Zara e le isole del Quarnaro. Premuda si allontana a poppa, sempre più azzurra e sempre più protesa in Adriatico, quasi a cercare un’autonomia dalle altre isole che la legano all’identità slava. Un’impercettibile linea taglia la rotta su questo tratto di mare. Quello che fra le due guerre è stato il confine tra l’Italia e la Jugoslavia, sopravvive ancora nell’aria, come limite climatico fra il medio e l’alto Adriatico. Davanti si snoda già il profilo verde dell’isola veneziana di Lussin, che gli Italiani chiamano Lussino e gli slavi hanno storpiato in Losinj, dopo la vittoria del 1945. La vegetazione diventa lussureggiante e mescola sorprendentemente i tratti mediterranei delle piante grasse, con gli ulivi, i pini ed altre piante della flora subalpina, che colonizzano le rive contorte dei fiordi fin sul mare. Il paese di Lussingrande, sulla sponda dell’isola rivolta verso i Balcani, non ha avuto una fortuna adeguata al nome, forse a causa dei venti di Bora che da quella parte spazzano le rive fin dentro al porto. D’altro canto Lussinpiccolo è da tempo il centro più grande dell’isola, steso all’estremità di un fiordo che sfocia come un fiume in mare aperto, a nord-ovest.

DSC06481Potremmo fare sosta a Lussinpiccolo fino alla sera dell’ultimo giorno, prima di affrontare la rotta adriatica del ritorno, ma Lucio vuole mostrarci l’ultima isola dell’arcipelago, un avamposto verso Ravenna, da cui sarà facile alzare le vele in direzione dell’Italia, quando sarà buio. L’isola di Susak, l’antica Sansego, è a poche miglia da Lussino verso occidente. Ha una forma tozza, disseminata di piante basse, palustri, meno eleganti di quelle che colonizzano le coste di Lussino. E’ un’isola piccola, con un villaggio in alto che sovrasta il mare, ed uno in basso, che si affaccia sulla baia dov’è il porto. Vista da lontano, Sansego non sembra interessante, ha un’aria tutto sommato povera e dimessa, ma Lucio ne parla con entusiasmo e vuole tornarci, come faceva tanti anni fa, sulla via del ritorno dalla Jugoslavia: una sosta a Sansego è di buon auspicio prima di attraversare l’Adriatico verso l’Italia. Le rive sabbiose dell’isola sembrano un avamposto padano e annunciano già il litorale romagnolo che è dall’altra parte del mare. Vista da qui la spiaggia di Ravenna pare molto più vicina, almeno nelle idee. Se ci fosse stata un’isola di pescatori davanti alle coste romagnole, sarebbe stata così: una duna di sabbia rialzata dalle correnti sul fondale sabbioso, un labirinto di canne e di alberi bassi dall’ombra incerta. E’ straordinario accorgersi che quest’isola esiste, è Sansego, ma è scivolata via, fino in Croazia, sostenuta dalle scogliere balcaniche.

DSC06468Arriviamo a mezzogiorno, ma non scendiamo a riva, gettiamo l’ancora nell’insenatura accanto alla baia del porto, dove un promontorio verde di canneti scende in mare con una fragile scarpata di sabbia compatta, erosa dal vento. Facciamo giusto in tempo a gettare l’ancora ed ecco, un gommone si avvicina a grande velocità, col motore fuoribordo. Punta diritto verso di noi, con decisione. Sopra c’è una giovane donna con gli occhiali a specchio ed i capelli corti, accompagnata da un ragazzo molto più giovane di lei. E’ la donna che governa, con una mano afferra il timone, con l’altra fa cenno di ascoltarla. Si destreggia senza spegnere il motore, tenendo in moto il gommone a poca distanza, e spalanca una dentatura smagliante. Dice qualcosa a me, che sono a prua, ma non è con me che deve parlare… il capitano? E’ al timone!  La osservo, chissà chi è, di certo non una turista: potrebbe essere la Bradamante dell’Orlando Furioso, passata qui per caso a cavallo di un fuoribordo. Dice che non possiamo gettare l’ancora dove vogliamo, hanno messo giù degli ormeggi a pagamento. Non costa tanto, solo cinquanta Kune, gli ultimi soldi croati che abbiamo ancora in tasca, con in cambio la ricevuta elettronica di un tablet, come impone la nuova legge europea. La ragazza è spigliata, dice come ormeggiare, ma dà anche ragione al nostro capitano che vuole fare di testa sua. Quando vede che siamo a posto, riparte col gommone e saluta con la mano alzata: “ci vediamo più tardi!”. Parla un italiano perfetto, solo la pronuncia ha un accento straniero.

DSC06484La ritroviamo verso sera sul molo del paese, dove abbiamo ormeggiato per scendere a cena e caricare le batterie. Stacca un’altra ricevuta di poche Kune per il servizio dell’elettricità e si ferma a parlare. Non ha fretta, è curiosa di noi e della nostra barca, tanto quanto lo siamo noi di lei. Come ti chiami? Maja, dice di chiamarsi Maja la ragazza, e si ferma in piedi con le spalle diritte, sul molo davanti alla Contessa. Senza occhiali, le brillano finalmente gli occhi chiari, castani come i capelli. Dice d’essere la donna del boss dell’isola, che gestisce il traffico turistico delle barche. L’italiano lo conosce bene, avendo studiato in Italia: psicologia e qualcos’altro all’Università di Padova, prima di scegliere quest’altra vita. A Sansego d’estate c’e da fare con le barche, ma in autunno, finita la pesca dei calamari, restano solo l’orto e la luna che segna i mesi del freddo, una notte dopo l’altra. La gente di solito non riesce a vivere senza gli  stimoli di una città. Internet ed il computer possono aiutare contro l’isolamento, ma per stare bene a Sansego basta la voce della natura, se impari ad ascoltarla. Anche a noi verrebbe voglia di ascoltarla questa voce, almeno fino a Natale, ma è il momento di partire. Siamo ormai pronti per la traversata notturna: “arrivederci Maja, arrivederci”. Ci salutiamo a vicenda e lei risponde: “arrivederci… avete proprio una bella barca. Non se ne vedono tante in mare di barche così… !”

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Verso Premuda

28 settembre, 2013 § Lascia un commento

DSC06376Il mare si restringe di nuovo in un canale che sembra quasi un fiume fra l’Isola Lunga e Sestrugno. La navigazione del pomeriggio procede a rilento verso nord, una virata dopo l’altra, di bolina, ma il vento si attenua mentre il cielo si ricopre di un velo sottile di nubi che promettono pioggia. L’Isola Lunga finisce in un mare stagnante, delimitato dal profilo di altre coste imprevedibili più a nord. A sinistra dovremmo vedere gli isolotti delle Punte Bianche, dove transitano i traghetti della linea Ancona-Zara. Da quella parte spunta anche il relitto di una nave, di cui affiorano due alberi corrosi dalla ruggine. Costeggiando le isole esterne potremmo raggiungere Ist, ma per arrivare in fretta laggiù dovremmo accendere il motore, mentre davanti a noi si allarga la baia di Molat, fra due promontori che si gettano in mare come braccia aperte. Una bava di vento spinge già le vele in quella direzione. Non abbiamo fretta. La Contessa sfila solenne a velocità ridottissima sul mare oleoso, fin dentro l’insenatura verde, circondata da un silenzio sovrannaturale. Qualche goccia di pioggia annuncia il temporale, ma neanche il maltempo ha fretta di arrivare. Il golfo di Molat è protetto al centro da un isolotto rotondo. Lo superiamo e gettiamo l’ancora in fondo, dove il mare si restringe in un angolo acuto.

DSC06389Le dorsali dell’Isola Lunga e di Sestrugno riaffiorano nell’isola di Molat e là si ricongiungono come le sponde di una valle appenninica in prossimità del crinale. Più a nord divergono ancora e scendono nell’altro versante sommerse dal mare. Ist, Silba e Premuda sono le ultime isole dell’arcipelago, disposte sulla scia del medesimo corrugamento che a Molat si incrocia in una “v” rovesciata. La forza della terra in equilibrio col mare disegna isole ispirate da una volontà incerta: pennellate, sfumature, gocce di colore cadute distrattamente ai margini dell’arcipelago, simili agli sbuffi vaporosi di certe nuvole che si assottigliano in cielo. Nel disegno estroso della costa dalmata, potremmo leggere lo scontro tettonico fra la placca euroasiatica e quella africana, una frizione fra l’Europa e l’ultimo lembo d’Africa che si infossa in Adriatico alle porte dei Balcani, sotto il peso della sabbia del Po. Le profondità maggiori, superiori ai cento metri, sono vicine alle isole croate. Ma il fondale comincia a risalire subito, piano piano verso ovest, e continua a farlo impercettibilmente, finchè emerge in superficie nelle spiagge di casa nostra.

DSC06426Il cielo ammassa nuvole e tuoni, mentre di mattina affrontiamo nuovamente il mare aperto, al largo delle ultime isole dell’arcipelago di Zara. Col promontorio di Ist a dritta, teniamo d’occhio l’isola di Premuda, in fuga verso il golfo di Venezia. I bordi di bolina diventano più incerti sotto le raffiche mutevoli del vento. Nel cielo cupo rimbombano i lampi di un temporale che lambisce la nostra rotta. Per stare al sicuro è meglio ammainare le vele. Col motore acceso entriamo nel piccolo porto di Premuda e subito il cielo si schiarisce, diventa brillante, di un bell’azzurro settembrino. L’approdo è molto accogliente, rivolto verso il mare aperto, ma protetto da una barriera naturale di scogli che corre parallela alla costa. Da questa isola il motoscafo silurante di Luigi Rizzo sferrò l’attacco alla corazzata austriaca Szent Istvan e l’affondò, il 10 Giugno 1918, mentre scendeva l’Adriatico al largo della costa dalmata. Questa gloria nazionalista italiana non basta a spiegare perché Premuda abbia conservato intatto il nome veneziano, a differenza delle altre isole dell’arcipelago di Zara.

DSC06405Sarebbe stato facile per gli slavi trasformarla per vendetta in una impronunciabile prmut, ma l’insegna sulla strada che scende al porto conferma che siamo ancora a Premuda, scritta in nero su una tabella gialla. Quest’isola conserva più delle altre un legame aristocratico con la tradizione veneziana, nei palazzi di pietra nobile, nei camini, nelle scale esterne che risalgono i cortili col pozzo. Il centro abitato in cima alla collina è ricco, anche se diroccato. Perfino i camerieri del ristorante sul porto sembrano farsi vanto di questa tradizione e parlano un buon Italiano, con un garbo mai sentito nella costa croata, dove i modi della gente sono differenti, di solito ruvidi e bruschi. Potremmo credere di essere già arrivati nelle isole dalmate assegnate all’Italia all’indomani della prima guerra mondiale, ma la linea di quel confine corre più su in Adriatico, nel braccio di mare che separa Premuda, Silba e Olib da Lussino. Il genio veneziano del luogo aveva messo radici profonde a Premuda e non si è lasciato scalfire dal destino successivo della storia.

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Pirati e sommergibili

26 settembre, 2013 § 2 commenti

DSC06360Fra le isole croate che si dispongono di fronte alla costa da sud verso nord-ovest, l’Isola Lunga è la maggiore, messa a baluardo verso il mare aperto, con un crinale di quarantacinque chilometri. E’ chiamata anche Isola Grossa, ma potrebbe starle altrettanto bene il nome di “isola stretta”, dato che si assottiglia in alcuni punti ben al di sotto dei cinque chilometri indicati come larghezza media. Il dorso dell’isola si salda sotto il mare con quello dell’Incoronata, che riemerge quasi subito fra le insenature di una laguna labirintica, dove la prospettiva delle piccole isole e dei promontori è ingannevole e rende difficile la navigazione a vista, per chi non c’è mai stato. E’ davvero il posto giusto per le avventure di un Ulisse miniaturizzato, che può andare incontro ai Lestrigoni, alle sirene, ai mangiatori di loto, nel raggio di poche miglia televisive.

DSC06368Di fronte a Sali, che si affaccia sul mare interno dall’Isola Lunga, la laguna ristagna di notte senza vento, con la mezza luna affacciata ad oriente. Le barche dondolano all’ormeggio, attraccate di poppa davanti ad un bar che anima le ore notturne con musica da discoteca. La pista da ballo è invasa da strani personaggi mascherati da pirati. Sono piuttosto avanti con gli anni, ma si agitano come ragazzini, governati dalle regole di un gioco messo su dai tour operators per gli Australiani in vacanza nel Mediterraneo. I vacanzieri degli antipodi identificano se stessi più volentieri con la tradizione corsara di Senj, ignari dell’Italia, di Venezia, di duemila anni di storia antica e moderna con la quale non hanno nulla da spartire. La borgata di Sali è avvolta nella baia ma risale anche la collina, con le case rade, gli orti, gli alberi da frutto. E’ conservata meglio dell’altra che abbiamo visto nell’isola Vergada, ma ha tratti simili, un’aria latente di abbandono a cui cercano di resistere i vecchi edifici affacciati sulla baia, con qualche dettaglio veneziano nel pozzo del ristorante e nel campanile in cima al tetto della piccola chiesa di San Nicola.

DSC06369Dopo aver fatto spesa nel negozio del paese, di mattina, col sole già alto, molliamo l’ormeggio. Dobbiamo risalire l’Isola Lunga ed arrivare alle piccole isole che coronano l’arcipelago di Zara verso nord-ovest. Sono almeno trenta miglia e non c’è tempo da perdere. La navigazione corre fluida nel canale lagunare che si restringe in prossimità di altre coste e diventa come un fiume stretto fra la riva monotona dell’Isola Lunga e le forme movimentate dell’isola di Rava, che mette in mostra un bel villaggio, adagiato fra il mare ed i boschi. L’Isola Lunga è più massiccia, pur sempre alberata, ma col segno di una strada bianca che la taglia a mezza costa per chilometri, come uno strappo nel paesaggio naturale per il resto intatto. Il mare aperto è nascosto dietro la montagna lunga quanto l’isola, che corre lontano, come una muraglia, a perdita d’occhio.

DSC06370Con Rava ormai alle spalle, all’ora di pranzo gettiamo l’ancora in una insenatura che si allarga nella laguna di nuovo ampia, in vista di altre isole verdi, dal profilo appenninico, in direzione del continente balcanico. Nella riva rocciosa dell’Isola Lunga scopriamo l’imboccatura monumentale di un bunker dove si rintanavano i sommergibili, una fessura nera tagliata nel cemento, che si alza fuori dall’acqua per un’altezza sufficiente a farci entrare una barca a vela. E’ fatta come il sepolcro degli Atridi e pare davvero un monumento primitivo. Deve essere servita per qualche guerra, almeno in Italia è così: i bunker sulla spiaggia parlano dell’ultima guerra mondiale, qualcosa che si è concluso ormai da sessant’anni. Ma sulla costa dei  Balcani occorre cambiare la scala dei tempi; l’ultima guerra mondiale ha avuto un epilogo recente, che tutti ricordano, alla fine del comunismo.

DSC06371Questo mare azzurro dove i bagnanti prendono il sole, trent’anni fa era proibito anche alle barche di passaggio. Le rotte dei sommergibili che si andavano a nascondere fra le rocce dell’Isola Lunga, tenevano d’occhio quello che succedeva in Adriatico. Senza saperlo eravamo noi i nemici di quei sommergibili, proprio noi che a quei tempi costruivamo castelli di sabbia sulle spiagge dello stesso mare e mangiavamo pesce fritto nelle ferie d’Agosto, sull’altra sponda. Di mattina guardavamo verso l’orizzonte, per vedere se almeno una volta fosse apparso il profilo della Jugoslavia, che non pareva tanto distante, a giudicare dalle carte geografiche. Ma in lontananza si vedevano solo onde e turbolenti miraggi. Era colpa della foschia -si diceva- ma anche della curvatura terrestre, che da una costa piatta impedisce di osservare oltre una certa distanza. Se ci fosse stata una montagna alta da cui guardare, in quelle giornate limpidissime che capitano alla fine dell’estate avremmo potuto vedere finalmente qualcosa al di là del mare: una linea ambigua, un profilo sfumato, il segno inequivocabile dell’altra riva. Anche il maresciallo Tito osservava la lontananza marina, dall’altra parte, in direzione dell’Itala. Il suo interesse per la costa Italiana era di certo maggiore della nostra oziosa curiosità per l’invisibile orizzonte balcanico. Il leader comunista aveva scelto per le sue vacanze le isole Brioni, al largo dell’Istria: era il punto più occidentale della nazione slava, ad un passo da Venezia e da quel litorale triestino che non era riuscito a strappare agli Americani, alla fine della seconda guerra mondiale.

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Le isole gialle

20 settembre, 2013 § Lascia un commento

DSC06344In mare prima della pioggia il cielo ha le tinte cupe dell’indaco e si richiude come una caverna sull’acqua che vibra incerta. Abbiamo avuto il tempo di mettere giù il tender e di arrivare a terra nell’isola Vergada, per fare un po’ di spesa. Di domenica l’aria festiva è dimessa. Qualcuno esce di casa ma rientra subito, perché manca un centro dove andare, al di fuori del perimetro rarefatto delle mura domestiche. Case rade semiabbandonate, gli orti e gli alberi da frutto occupano entrambi i versanti del paese che scende al mare. Due baie contrapposte offrono alternativamente riparo ai pescatori, quando soffiano i venti dai diversi quadranti. Un negozio e due bar ravvivano la borgata nei pressi della baia maggiore, rivolta ad est, ma non riescono a trasformare il destino incerto di un luogo sospeso fra il degrado e le nuove promesse turistiche. Un edificio scolastico rimesso a nuovo, dietro la chiesa nel punto più alto della collina, sembra definitivamente chiuso. Visto da qui il panorama è magnifico. Le cime verdi ed irregolari di altre isole affiorano dal mare scuro. Accade a volte di vedere così anche le cime degli Appennini, quando spuntano da un mare di nebbia.

DSC06334Torniamo in barca un istante prima che si scateni il temporale, quando le gocce di pioggia cominciano a ticchettare sulla plastica gonfia del piccolo gommone con cui eravamo scesi a riva. Di nuovo a bordo, non ci resta che aspettare, sperando che il mare non si faccia sentire troppo, adesso che la prua è girata verso il maestrale. La pioggia martella insistente sul velo teso d’acqua, con infiniti segni puntiformi. Abbandonarsi a guardarla, ha l’effetto di un sonno che di domenica può durare quanto vuole. Ma la realtà è meno pessimista delle previsioni che annunciavano tempo perturbato tutto il giorno. In tarda mattinata non piove più: l’aria torna ad essere chiara ed un timido sole accenna qualche raggio nel cielo carico di vapore. Il Maestrale fa alzare le vele verso le isole gialle. Col vento al traverso, la punta meridionale delle Incoronate corre incontro a prua, segnata a vista da una cima piatta. Il vento sostiene la navigazione ad una bella velocità,la direzione è quella giusta e non serve bordeggiare. Mezzogiorno è passato da poco quando entriamo finalmente nel canale delle Incoronate. Navighiamo di nuovo stretti fra due sponde, da un lato l’isola principale, che prolunga verso sud la piega terrestre dell’Isola Lunga, dall’altro gli isolotti più esterni dell’arcipelago, che scivolano verso l’Adriatico come gocce di terra cadute in mare.

DSC06321Fuori dall’acqua, le isole emergono senza alberi, senza case, senza le forme aspre delle scogliere, solo curve rotonde. L’orizzonte pare modellato con la matita gialla seguendo il profilo morbido ed irregolare di un curvilinee, un’attrezzo che gli architetti usavano prima del computer. Gli arbusti coprono ogni versante di vegetazione arida, tipo savana. E’ un paesaggio fuori dal mondo ed anche fuori dal tempo. Il cielo incerto fra l’azzurro ed il grigio lo allontana dalle cose familiari e lo fa sembrare ancor più esotico. Lo sguardo corre lontano alla ricerca di una via d’uscita dal canale, che non accenna a finire, ma prosegue serpeggiante fra un’isola ed un promontorio, senza case, senza alberi, senza scogli. Nel silenzio profondo, la voce del mare articola parole mai ascoltate. L’unico segno umano affiora nel ritmo dei muri a secco che risalgono il pendio dell’isola principale e scompaiono oltre il crinale. Paralleli l’uno all’altro a perdita d’occhio, danno al paesaggio un ritmo ossessivo. Potrebbero sembrare l’invenzione di un’intelligenza extraterrestre, tanto lavoro così, calato nel nulla. Dovevano essere i muri di confine di gente arrivata fin qui in un passato divenuto incomprensibile, quando i magri pascoli dell’isola Kornati riuscivano a dare senso a tanto sacrificio.

DSC06358E’ difficile credere che a poche miglia ci sia un villaggio di pescatori, una manciata di case affacciate sulla baia di Vruglie, dove un torrente trova lo spazio per scavare una breve vallata con qualche albero, parallelamente alla costa. In fondo al canale la vista converge nella sagoma minuscola di una fortezza veneziana, calata in un paesaggio appena più aspro di quello che ci stiamo lasciando alle spalle. Le forme di altri edifici di pietra, che sembrano una città primitiva, spuntano dalla rupe che guarda in faccia il mare aperto, in una delle isole più esterne.  Ma non è un paese antico: è una finzione costruita su misura per l’Ulisse televisivo del 1968, con Irene Papas nel ruolo di Penelope, residente in questa Itaca divenuta slava per esigenze di produzione. Vero o presunto, in ogni angolo del Mediterraneo c’è sempre un riferimento ad Ulisse.

Vruglie appare all’improvviso in un golfo profondo, quasi un fiordo.  Il pontile galleggiante offre un approdo sicuro per poche barche. L’ormeggio appartiene al ristorante dove è d’obbligo fermarsi a mangiare almeno un pesce alla griglia. Poche case basse coronano la baia, dove i generatori di corrente elettrica fanno luce la sera solo per un po’. Poi è notte davvero.

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Le isole verdi

16 settembre, 2013 § 1 Commento

DSC06266A Zara il traghetto ci arriva di mattina presto col cielo ancora buio. Le luci dell’isola di fronte chiudono la vista verso il mare, di seguito l’una dopo l’altra sulla linea dell’orizzonte. L’alba si insinua già come un sospetto che trasformerà in fretta la notte in un velo grigio sempre più chiaro. Le stelle svaniscono e l’umidità del cielo si fa d’un tratto più pesante. Il sole tarda ancora a sorgere, ma non è più notte. Anche le luci della nave impallidiscono, mentre i passeggeri si allontanano assonnati sul molo, coi trolley rumorosi e le borse da viaggio sulle spalle. La città storica è poco distante. I campanili affiornano sui tetti delle case e sui frammenti delle mura veneziane. La nostra “Contessa” è ormeggiata nel porto turistico, dall’altra parte della baia che si intromette fra la punta della città antica e l’entroterra. Dal molo possiamo raggiungerla in fretta: Lucio ha detto che dobbiamo salire sulla piccola barca a remi del traghettatore. E’ perlomeno insolito un traghettatore come Caronte, indicato da un cartello moderno con la scritta Barcajoli, fra le navi di linea che fischiano in partenza. E’ già al lavoro alle sei del mattino e non è il classico vecchietto, ultimo erede di un mondo di ieri, ma un giovane disinvolto che guida con destrezza la sua piccola barca a colpi di remi, apparentemente senza fatica, con la saggezza di un gondoliere. La parola Barcajoli, che dà il nome al servizio, è evidentemente di origine veneziana. Prima che le nazioni moderne cambiassero il profilo dei confini, i Croati scesi dai Balcani non avevano né l’esperienza né le parole per competere coi padroni indiscussi della costa dalmata, negli affari di mare.

DSC06285Zara si risveglia nei bar affacciati sul porto, ma i selciati luccicanti di pietra dalmata spingono ad andare oltre, verso il centro storico, dove le saracinesche dei bar sono aperte da poco e ancora non fanno sentire l’odore del caffé. Nella strada centrale l’accoglienza per la colazione è rispettosa e severa, col tono accigliato di una signora robusta, che deve essere stata una promessa sportiva ai tempi di Tito. Ancora non c’è molta gente nella piazza accanto alla Cattedrale, solo qualcuno a spasso col cane, sotto i raggi obliqui del sole appena sorto. I monumenti veneziani stanno appoggiati in bella mostra sul piano antico di marmo, come i pezzi di una scacchiera. Ma la piazza che si allarga verso il porto è anche incorniciata dai caseggiati schematici di epoca titina. Del carattere profondamente italiano e veneziano, di cui parlava nel 1924 la guida turistica di Luigi Vittorio Bertarelli, non restano segni nella facce della gente, e forse neanche nell’architettura, assimilata a quell’idea balcanica della storia recente, fatta di guerre e di dittature. Le uniche tracce, per lo più taciute, del gusto veneziano, sono nelle facciate settecentesche di alcuni palazzi e nelle lapidi che ancora parlano della munificenza dei Dogi, pochi anni prima che si scatenasse la bufera napoleonica.

DSC06288Salpiamo prima di mezzogiorno, diretti verso l’arcipelago delle Incoronate. Il vento spinge comodo le vele della “Contessa” fra la costa di Zara e l’isola di fronte, dove il mare diventa simile ad un lago alpino, nel canale stretto fra le rive boscose ed i piccoli villaggi che sorridono sull’isola di Ugljan, unita tramite un ponte all’isola successiva, chiamata Pasman. Lo stesso profilo collinare prosegue lunghissimo su entrembe le isole: la medesima piega tettonica affonda e riemerge dal mare come la schiena di un vertebrato gigante arenato sul fondale, nei pressi della costa balcanica, milioni di anni fa. Fra il continente da un lato e le isole lunghe dall’altro, la navigazione avviene come in un fiume, anzi un canale, dove i Veneziani potevano ritrovare le linee rarefatte e vaporose della loro laguna, ingigantite nelle forme monumentali di una costa verde e rocciosa, dai colori più decisi. Promontori e piccole isole verdi restringono il canale di navigazione e poi lo allargano ancora. Ingannano la prospettiva altri canali secondari, che non portano altrove, ma diramano golfi profondi in direzione del continente, dove si affaccia Biograd.

DSC06291Il pomeriggio è limpido ed il sole illumina deciso da occidente, sempre più in basso. Con un cielo così bello è difficile dare ragione alle previsioni del tempo, che annunciano temporali per domani e l’arrivo di una persistente bassa pressione. Ormai alla fine dell’isola di Pasman, soffia all’improvviso una brezza più fresca, mentre il canale si apre in uno scorcio marino finalmente ampio, con altre isole che sfumano all’orizzonte, verso le Incoronate ancora lontane, troppo lontane per pensare di arrivare fin là prima che faccia buio. E’ ormai sera, di notte si alzerà vento di scirocco, poi ci sarà la tempesta, così dicono le previsioni. Dobbiamo cercare un riparo dai venti di sud-est e potrebbe essere giusto andarlo a cercare sull’altra costa dell’Isola di Pasman, quella rivolta ad occidente. Lucio ricorda un posto adatto laggiù. Ma senza cambiare rotta, davanti a noi vediamo l’isola Vergada, più piccola e forse più accogliente delle spiagge disabitate dell’Isola di Pasman.

A Vergada la baia aperta a nord è perfetta per gettare l’ancora, senza avvicinarsi troppo a riva. Il paese sulla collina ritaglia in cima la forma di una chiesa veneziana, prima di scendere sulla riva opposta, dov’è il porto. Un’altra chiesa più piccola fa capolino dalla nostra parte con una bifora medievale, che si affaccia sul molo e su un minuscolo cimitero.

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L’Italia in Dalmazia

10 settembre, 2013 § Lascia un commento

DSC06267La prima edizione della Guida d’Italia del Touring Club nel 1924 inseriva anche Zara fra le città dell’Italia centrale. Senza un territorio retrostante, l’unico scampolo di Dalmazia consegnato all’Italia dopo la Grande Guerra restava confinato intorno alle memorie romane dell’antico porto di Zara, come un’isola di terraferma. Era giusto che questa città appartenesse all’Italia – diceva la guida- perché di carattere, di lingua profondamente veneziana e italiana. I collegamenti marittimi la avvicinavano al capoluogo marchigiano più che a qualunque altra città della penisola. Così nelle pagine della prima edizione della guida trovava posto fra Loreto e Cattolica, come escursione dal porto di Ancona. Il piroscafo del 1924 la collegava all’Italia tre volte la settimana in sette ore e mezzo, come il traghetto Jadrolinjia che nell’estate del 2013 parte alle dieci di sera dal molo del porto di Ancona. I collegamenti veloci sono stati soppressi, forse a causa dell’aumento del costo del carburante oppure per lo scarso traffico, e fra queste due sponde dell’Adriatico si è tornati a viaggiare come novant’anni fa, col porto di Ancona coronato dalle luci artificiali e gli sbuffi caldi di fumo che si insinuano fra le brezze notturne sul ponte più alto della nave pronta a salpare.

DSC06260La rotta ed i tempi sono gli stessi del 1924. Come allora, si parte dal molo della Dogana: bellissima la vista scenografica della città distesa ad anfiteatro dal Guasco all’Astagno e saliente dall’arco di Traiano al Duomo e al Faro. Le gru dei cantieri navali non sovrastavano ancora questa meraviglia, né mettevano fuori gioco le minuscole proporzioni dell’arco romano di Traiano. Usciti dal porto si mette la prua a nord est, sparisce rapidamente la città dietro il Guasco di cui si vede il versante nord con bianchi strati di calcare. Ancora per poco si continua a vedere il Duomo… poi emerge il Conero col semaforo, che sparisce ultimo dopo circa due ore di navigazione. Passate circa quattro ore di navigazione, appaiono a prua e un poco a destra le vette dell’Isola Lunga, di cui si delinea rapidamente il profilo e, un poco a sinistra, l’Isola Melada. Ben presto dall’Isola Lunga si vede avanzare la penisoletta delle Punte Bianche con un alto bianco faro”.

DSC06382Quasi con gli stessi orari del piroscafo di allora, il faro delle Punte Bianche dovrebbe apparire all’orizzonte del nostro traghetto alle due del mattino, ma a quell’ora è facile sprofondare nel sonno, nei letti delle cabine o nelle rigide poltrone che non si possono reclinare. Il viaggio notturno ha la durata di un sonno medio, più tormentato e più scomodo del normale. Ma i passeggeri sul traghetto sono in gran parte giovani dall’accento del sud. Pronti per le vacanze, il sonno è l’ultimo dei loro pensieri. Al piano di sotto c’è una discoteca casalinga dove comincia la festa destinata a proseguire nelle alcooliche notti insonni di Novaljia sull’Isola di Pag, che sembra aver tolto il primato a Ibiza.

In prossimità di Zara un labirinto di Isole allontana il continente balcanico dallo sguardo e lo fa sembrare un miraggio. L’Isola Lunga potrebbe formare una linea di costa, ma è soltanto la prima delle ipotetiche spiagge che moltiplicano l’illusione di essere arrivati: un canale parallelo al mare ed un’altra lunga isola replicano la sensazione di un nuovo arrivo e spostano il continente più in là, in un gioco di rimandi, mentre la rotta scivola in un canale marino parallelo alla costa.

Ora son ben visibili entrambe le isole con la base di calcare bianco e rosso presso il battente delle onde e il rivestimento di macchia: rarissime le abitazioni; solo un villaggetto sulla riva di un golfo che forma l’isola Melada. Il piroscafo entra nel canale fra le due isole, tenendosi più vicino alla Melada per evitare isolotti tondeggianti rivestiti di macchia che restringono il canale a sud: passano da quel lato altre due isole, con qualche vista lontana, poi l’Isola Sestrugno, mentre di  fronte appaiono nell’azzurra lontananza ed apparentemente più alti della realtà, i monti Velebiti, come una barriera continua di rocce, nevosi nell’inverno e nella primavera, e che culminano nella piramide del monte Santo (m. 1753).”  E’ proprio vero, le montagne in lontananza appaiono altissime, ma nessuna di esse riesce ad emergere dall’orizzonte marino al centro dell’Adriatico.

DSC06413I nomi italiani con cui le isole sono indicate nella guida del 1924 fanno credere d’essere in Italia anche sull’altra sponda dell’Adriatico. La mancata assegnazione delle isole Dalmate allo stato italiano sembra solo una malevolenza della storia recente, a cui la guida del Touring cerca di porre rimedio, animata dall’amor di patria. Ma le stesse isole e le stesse montagne si rispecchiavano nelle acque dell’Adriatico coi nomi differenti di chi le guardava dai Balcani e le riteneva, già allora, legittimamente croate. L’identità veneziana dell’Isola Lunga, di Melada e di Sestrugno si negava in Dugi Otok, Molat, Sestrunj, nomi nemici degli stessi luoghi. Per secoli gli interessi mercantili di Venezia avevano creato un equilibrio fra lingue ed etnie differenti. Le isole lunghe moltiplicavano l’identità di questa costa frastagliata, in cui tanti popoli trovavano lo spazio per esprimersi. Nessun amor di patria poteva ricompattarle sotto un’unica bandiera: solo il nazionalismo delle dittature sembrò riuscirci per qualche tempo.

DSC06326Sulla carta geografica dell’Italia appesa fra i banchi di scuola le isole dalmate fuggivano a destra ed oltrepassavano la cornice. L’occhio le rincorreva come le perle di una collana che si era sfilata. I confini geografici dell’Italia erano già quelli del secondo dopoguerra, ma il clichè della geografia fisica in sottofondo era lo stesso di cinquant’anni prima, nella cornice di un’Italia che si sarebbe dovuta allargare ai Balcani. Non capivo perchè, ma quelle isole piene di nomi in disuso catturavano lo sguardo più di quanto facessero le coste monotone della nostra penisola. La loro forma allungata, ripetuta, ossessiva, pareva uno scherzo della natura, un labirinto messo lì per difendere un mondo che non ci riguardava. La pretesa italiana sui Balcani si era capovolta nel boomerang di una estraneità totale. Il trattato di Osimo del 1975 aveva confermato in modo definitivo l’occupazione del maresciallo Tito, indiscusso vincitore della seconda guerra mondiale. Solo Trieste rimaneva legata ad un’Italia per lo più indifferente, per la ferma volontà del Patto Atlantico che non voleva rinunciare a quel porto adriatico, confinato in una sottile striscia litoranea, com’era stato il territorio di Fiume e di Zara fra le due guerre, quando il piroscafo approdava laggiù sull’altra sponda di un’Italia ancora vittoriosa…

Si è già nell’ampio canale di Zara, generalmente più tranquillo dell’alto mare, limitato di fronte da una bellissima costa. Il piroscafo volge a sud est mettendo la prua direttamente su Zara, che non tarda ad emergere dalle acque. A sinistra, lungo la riva del canale che va restringendosi, qualche villaggetto; a destra, ben presto la bella isola di Ugliano, più accidentata e più popolata delle altre: su una delle sue vette appaiono le rovine di un castello veneziano. Ed ecco ormai Zara prossima, con la bella linea di palazzi moderni della Riva Vittorio Emanuele III, dietro i quali si levano il grandioso campanile del Duomo e quelli minori di Sant’Elia dall’acuta cuspide ottagonale e di Santa Maria a quattro pioventi. Si gira a nord la città (presso la riva, le due antenne della stazione radiotelegrafica) per entrare nel porto, difeso da un piccolo molo ormeggiando presso la riva IV Novembre.” –

Le frasi in corsivo sono tratte dalla prima edizione della “Guida d’Italia” a cura di Luigi Vittorio Bertarelli. Volume I, Italia Centrale, 1924.

Per approfondire la questione adriatica c’è anche il sito: http://www.coordinamentoadriatico.it/)

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Le rotte di Venezia

7 settembre, 2013 § 1 Commento

DSC06428In mezzo all’Adriatico la luce del mattino arriva all’improvviso e fa sbiadire le stelle all’orizzonte. Anche Sirio, che è appena sorto, svanisce in fretta. La falce della luna calante continua a brillare ma cambia colore, dall’oro al giallo sempre più chiaro. Il pianeta Giove resiste alla luce che sale e vorrebbe sfidare il sole prima dell’alba. La rotta della Contessa è sempre la stessa – 268° gradi- ma il vento comincia a deviare verso ovest e spinge la barca di bolina un po’ più a sud rispetto al porto verso il quale eravamo diretti. Con questa nuova rotta che il vento impone, non arriveremo a Marina di Ravenna, ma più giù, in qualche approdo del litorale romagnolo, dove l’alveare di turisti estivi ruba le ultime giornate di bel tempo all’Adriatico.

DSC06491Il sole è ormai alto quando in lontananza -molto più lontano delle ultime piattaforme metanifere- spuntano le torri bianche di Milano Marittima, una alta a sinistra ed una più bassa a destra, senza altri edifici attorno che facciano supporre un centro abitato laggiù. Sembrano le segnalazioni di un porto fluviale, dove, stretto fra i due grattacieli, potrebbe esserci un canale che fa proseguire il mare nell’entroterra. E’ facile farsi guidare in quella direzione. Le montagne dell’Appennino sullo sfondo sono solo una sfumatura opaca del cielo azzurro. L’aria ha una consistenza diversa su questa sponda dell’Adriatico, meno limpida, ma non per questo meno accogliente, forse più dorata, con l’odore salmastro delle acque morte dei canali e delle valli confuso a quello del pesce fritto in motonave, annunciato dagli altoparlanti a riva. Qui la costa è una leggera linea falcata che interrompe il mare e fa cominciare la pianura del Po, un mare non più navigabile di sabbia e di argilla che dal fondale risale e prosegue chilometri e chilometri prima di approdare alle fragili rocce del continente appenninico.

DSC06386Se non fosse per il profilo familiare di queste città litoranee, potremmo pensare di aver sbagliato rotta. Vien da credere che l’altra sponda dell’Adriatico, sprofondato ad oriente nel golfo del Quarnaro, non sia tanto la costa romagnola, ma il grande fiume Po e, più su, la laguna di Venezia, dove l’acqua marina non si lascia intimidire dalla terraferma e la attraversa, nelle lagune e nei canali, fin dentro i palazzi nobili dell’antica repubblica marinara. Le rotte adriatiche di Venezia non toccavano la costa romagnola: in modo del tutto naturale, la via marittima dell’oriente prendeva le distanze dalla foce del Po e andava subito a lambire l’altra sponda dell’Adriatico, dopo una breve traversata del Golfo di Venezia che ribalta le acque lagunari nel ricamo dei fiordi istriani. Superato il Quarnaro, la discesa del litorale dalmata era perfetta per la navigazione costiera, guidata dalle isole foranee che accompagnano a vista le tappe del percorso, offrendo frequenti ripari contro il maltempo. Sansego, Lussin, Premuda: sono nomi veneziani quelli che indicano le isole esterne fra Pola e Zara, oggi trasformati dalle pronunce slave.

DSC06399Gli abitanti della laguna avevano traghettato nel medioevo le rotte dei romani, che governavano i traffici commerciali del mediterraneo con la flotta insediata ad Aquileia. Al riparo dai barbari, i frammenti dell’impero romano rimanevano vivi nel dominio delle repubbliche marinare. L’unità politica impossibile a terra, l’Italia l’aveva ritrovata nel Mediterraneo, nelle limpide rotte orientali sotto il Leone di San Marco. Le battaglie risorgimentali se ne erano dimenticate: Garibaldi sarebbe stato un ottimo marinaio, ma aveva un’idea continentale dell’Italia, confinata entro le coste della penisola. Dopotutto gli stati nazionali moderni -l’Italia fra le ultime- nascono con le radici ben piantate nel continente. Ci si ricorda dell’altra sponda dell’Adriatico solo alla fine del risorgimento, con la quarta guerra di Indipendenza che diventa guerra mondiale. Prima di quel conflitto, gli accordi di Londra promettevano all’Italia, in caso di vittoria, Trieste e tutta l’Istria, il territorio di Zara e le isole costiere della Dalmazia antistanti Spalato: territori da sottrarre all’Impero austro-ungarico, che sarebbe stato relegato nel continente senza più sbocchi al mare.

DSC06390L’esito fu una debacle per l’Austria, mentre per l’Italia fu una vittoria preterintenzionale che avrebbe dato gli stessi risultati anche in caso di non belligeranza, una beffa per i milioni di caduti sul campo di battaglia. In sostanza gli accordi di Londra del 1915 vennero disattesi, perché sull’altra sponda dell’Adriatico era cambiato il quadro di riferimento. Non c’era più un nemico sconfitto a cui strappare i territori costieri, ma un altro popolo vittorioso, quello dei Serbi e dei Croati, che avevano dato un contributo sostanziale all’uscita di scena dell’impero austro-ungarico. Dunque alla fine della prima guerra mondiale in Dalmazia non c’erano solo gli eredi della Repubblica di Venezia. Altri popoli chiedevano l’autodeterminazione nello stesso territorio delimitato da confini etnici frastagliati e pretestuosi. La sfida sulle frontiere assunse i tratti del nazionalismo dannunziano, premessa di altre guerre e di peggiori sconfitte. Dopo la Grande Guerra, all’Italia vennero assegnate l’Istria ed il Quarnaro, fino all’isola di Lussino, come dicevano i libri scolastici; della Dalmazia, solo la città di Zara, raggiungibile in piroscafo da Ancona con sette ore e mezzo di navigazione.

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