La ferrovia degli Appalachi

4 agosto, 2013 § Lascia un commento

wpid-2013-08-02-18.01.33.jpgLa ferrovia da Philadelphia a Pittsburgh è fra le prime costruite negli Stati Uniti a metà Ottocento. A quell’epoca era un esempio di tecnologia avanzata, per i dislivelli che superava attraverso la catena degli Appalachi. In realtà queste montagne sono solo morbide colline boscose, che si alzano un’onda dopo l’altra in un territorio largo centinaia di chilometri. La ferrovia le valica senza fatica, con ampie curve ed una galleria, proprio in cima, messa lì ad indicare lo spartiacque. Ma prima di salire sugli Appalachi, la ferrovia si distende fra le coltivazioni di granoturco, coi casolari sparsi di legno bianco e gli alti silos cilindrici, chiusi da cupole che li fanno sembrare osservatori astronomici. Il treno ha le stesse carrozze metalliche di quello che ho preso per Washington, ma i sedili dentro sono ben distanziati e larghi, tanto che ci si può stare quasi stesi, in vista di un lungo viaggio. Questa linea non è elettrificata ed il locomotore fischia solenne ad ogni curva. I binari paralleli divergono talvolta l’uno dall’altro, al punto che sembrano due diverse ferrovie che corrono a distanza, nei lunghi corridoi tortuosi sovrastati da un bosco che non finisce mai. E’ questa la selva di Penn, che ha dato il nome allo stato della Pennsylvania. Dopo il valico la ferrovia comincia a scendere verso ovest con la stessa flemma con cui era salita ad est, avvolta nelle anse di un grande fiume.

wpid-2013-08-02-18.01.28.jpgNel versante che si libera poco a poco verso valle, si respira l’aria nuova dell’orizzonte aperto in direzione dell’Ohio, che è appena l’inizio delle sconfinate vie carovaniere del west. In discesa nei pendii occidentali, la prima stazione che si incontra è Altoona, centro del carbone e dell’acciaio (di carbone se ne vede ancora sui vagoni merci che aspettano di partire) contornato dagli edifici antichi e moderni delle fabbriche, fra i boschi. I binari della ferrovia dopo Altoona sono tre e accanto a noi corre in discesa un lunghissimo treno merci che non finisce mai, mentre i lunghi fischi solenni delle motrici diesel duettano, ciascuna con la propria tonalità. L’arrivo a Pittsburgh è previsto per le otto di sera, ma il treno viaggia in anticipo ed alle sette e quaranta entra già in stazione, che sembra un angar oleoso incuneato fra i palazzi del centro. Sette ore di viaggio da Philadelphia a Pittsburgh sono volate, soprattutto nell’ultimo tratto, con gli occhi fissi fuori dal finestrino a guardare quel che resta della produzione dell’acciaio: enormi fabbriche di mattoni adagiate nella valle, con accanto le vie d’acqua e le ferrovie. (Sarà un effetto delle fabbriche abbandonate, se stanotte ho sognato il direttore tecnico della SFIR: era altissimo, anzi no, era piu’ lungo che alto, quasi tre metri, e guidava il pullmino scolastico, di ritorno dal campo sportivo. Nella confusione si dimentica di farmi salire… o forse non vuole.)

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