NYC – 1

24 luglio, 2013 § 1 Commento

DSC05834L’aeroporto di Newark non luccica di novità tecnologiche. Ha l’usura delle cose consumate dai giorni, senza farci piu’ caso, rappresenta una modernità data per scontata ormai da anni. Le informazioni all’arrivo sono circostanziate: posso prendere un taxi per Manhattan -costa circa settanta dollari- ma ci sarebbe anche un treno che arriva diritto alla Penn Station, a due passi dall’Empire State Building. Raggiungere la ferrovia è semplice con la  navetta, che è una specie di monorotaia degna della migliore fantascienza degli anni Settanta. Dal New Jersey il treno entra a Manhattan in un tunnel sotto l’Hudson. Prima di scendere al buio, le torri della città appaiono in disordine, al di là delle ciminiere spente che popolano la costa rarefatta del New Jersey. La nuova forma del grattacielo che ha preso il posto delle Twin Towers ha cambiato il fondale di downtown, come un’apparizione mutevole, la cui realizzazione deroga dall’idea che mi ero fatto di New York.

DSC05618In treno salgono i pendolari di ritorno a Manhattan alle cinque del pomeriggio. Somo puttosto giovani ma invecchiati in fretta: donne scarmigliate senza le cure dell’estetista, ma con il vezzo di un dettaglio che le ravviva -un orologio, un paio di occhiali- e uomini dalla bianca stempiatura precoce, col tablet in mano. La loro città gli somiglia. Dal sotterraneo della Penn Station riemergiamo in superficie sulla trentunesima trada. Il traffico è animatissimo, come un film. Gente di tutti i colori dal passo sostenuto sembra danzare al ritmo stop and go dei semafori. I palazzi enormi -forse sarebbe meglio chiamarli grattacieli- troneggiano come le torte di un banchetto in cui ti aspetti qualcuno che ne tagli una fetta al volo, per mangiarsela leccandosi le dita. King Kong non era lontano da qui… l’Empire State Building è a pochi isolati, ma non lo vedo. Meglio non prendere il taxi e muoversi ancora a piedi.

DSC05593Dunque cammino verso Brodway, la supero e arrivo alla Fifth Avenue. Pochi passi: il reticolo di strade è a maglie strette. Dell’Empire State Building vedo finalmente uno spigolo luccicante e il parafulmine in cima, come uno spillo piantato in cielo. No so trovare una prospettiva per vederlo tutto intero. Qui non siamo a Roma e l’Empire State Building non è un obelisco di Sisto Quinto. Ma uno scorcio c’è: come la prua di una nave, dalla parte opposta spunta il Flatiron, il capolavoro aguzzo di inizio Novecento che sembra un ferro da stiro. Se l’avessero costruita tutta così, New York sarebbe stata bellissima. Ma attorno c’è un’accozzaglia di edifici che paiono canditi e zucchero filato. Devo imparare a guardarla con occhi diversi questa città, perchè la prima impressione è che sia il trionfo del kitsch. L’arredo urbano monumentale è governato dalla logica di un negozio di bomboniere, anzi di un retrobottega, dove i pezzi rari giacciono nascosti fra la paccottiglia che li sovrasta.

Proseguo a piedi, anche se i taxi mi sfrecciano accanto. La città va misurata coi passi, dal Greenwich Village a Soho, fino a Little Italy, che si e’ ormai ridotta a poche insegne di folklore. Chinatown sottrae interi isolati a Little Italy, segno dei tempi…

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