Philly – 2

31 luglio, 2013 § 2 commenti

DSC05941A Philadelphia la torre dell’orologio illumina le strade di una luce bianca e gialla. Quella torre appare in molti film – sono davvero tanti i film ambientati a Philadelphia. Anche il Rocky di Stallone ha avuto qualcosa da fare qui: una statua di bronzo lo ricorda, accanto alle scale monumentali del museo di Philadelphia, in fondo al viale enorme che guarda in diagonale da nord ovest la torre dell’orologio, che fu per un anno l’edificio piu’ alto del mondo – era il 1908 – quando ancora Philadelphia poteva competere con NYC. Il museo di Philadelphia sta al Metropolitan di NYC come l’intera citta’ di Philadelphia sta a NYC. Non e’ abnorme come il fratello maggiore, che mette insieme pittura, artigianato e archeologia. Il Philadelphia Museum of Arts e’ affrontabile nelle sette ore giornaliere di apertura ed e’ anche piu’ godibile del superaffollato MET newyorkese. Fra le mostre temporanee, ho trascorso un’ora intera in quella dedicata alle diverse forme di incisione, dai primi esempi della fine del quattrocento, fino a Piranesi, Goya, e poi ancora piu’ avanti, nelle visioni del Novecento. Davvero un’esposizione esemplare, fuori dagli stereotipi vien fuori un Piranesi visionario, tanto quanto Goya.

DSC05928Fra le raccolte permanenti domina la collezione Johnson, con una galleria sbalorditiva di pittura dell’Ottocento, dagli impressionisti a Picasso, ed un nucleo di opere del rinascimento italiano, esposte in modo da mettere in mostra, nel retro dei quadri -che sono per lo più di piccole dimensioni- i cartigli delle perizie di vendita di inizio Novecento. Johnson era un facoltoso avvocato di Philadelphia, che ogni anno trovava il tempo per un viaggio in Italia, dove si fermava a fare shopping di opere d’arte, guidato anche dai consigli di Bernard Berenson. Non mancavano gli antiquari che avevano pronto qualche quadro di piccolo formato, giusto giusto per essere messo in valigia ed imbarcato in un transatlantico: proprio quello che serviva a dare lustro al nuovo ricco continente, che ancora non aveva maturato una autonoma identità culturale. Fra le predelle di altari scomparsi ho visto due frammenti di pittura romagnola: una piccola natività  di Palmezzano, di ignota provenienza, ed un pezzo del Rondinelli, documentata a Ravenna nella chiesa di San Domenico fino a metà Ottocento. La fame dei sacrestani di allora -complici i mercanti d’arte- l’ha fatta arrivare fin qui, non si sa come, forse in volo sulle ali degli angeli, come la Santa casa di Loreto.

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Philly – 1

30 luglio, 2013 § 1 Commento

wpid-2013-07-29-18.57.34.jpgA Philadelphia ci sono arrivato di pomeriggio da New York, coi treni della ferrovia suburbana: fino a Trenton con le linee NJ transit, poi con la SEPTA, che entra finalmente nel vivo del continente americano, dove ci sono le casette di legno ed i pali della luce coi fili volanti sui prati. Lo spazio dell’America arriva fin dentro la stanza dell’hotel Windsor Suite, dove alloggio, che è quasi un appartamento. Dopo gli interni claustrofobici di New York, mi ci voleva proprio tutto questo spazio. Vista da Philadelfia, New York appare ancora più incomprensibile. Senza la giungla dei palazzi che oscurano il cielo, i singoli edifici ritrovano una identità, le forme ricominciano a dialogare fra loro e l’architettura ha di nuovo il tempo di raccontare la sua storia: sì, una storia recente compressa in un secolo, ma non sincopata come a New York.

DSC05900 Il centro di Philadelphia è segnato da  un reticolo di strade che sembrano quelle di una città romana. Il quartiere dell’università è un posto tranquillo con le casette di cent’anni fa, antichissime sui vialetti stretti con gli alberi radi. Mi fermo a comprare qualcosa in un negozio di alimentari. Il cassiere asiatico mi chiede se sono appena arrivato e, senza domandarmi quanto mi fermo, comincia ad illustrare quello che ha da vendere, come se a Philadelphia dovessi fermarmi mesi interi. Quando gli dico che sono italiano, lui esclama: Pope Francis! Meglio dell’anno scorso, quando agli italiani all’estero si usava rispondere: Bunga Bunga! Se dovesse tornare Berlusconi, chiederemo l’annessione alla Città del Vaticano…

DSC05919I palazzi di Philadelphia si inerpicano verso il cielo passandosi la voce in ordine, dal più antico al più moderno, dal più basso al più alto. La torre cittadina è spesso visibile sullo fondo, come un campanile barocco incorniciato dal cristallo dei palazzi.Le decorazioni neo-rinascimentali degli anni Venti del Novecento cercano uno stile per le pareti uniformi di mattoni dei primi grattacieli, che però sono troppo vasti e trasformano le proporzioni auree in decorazioni vibranti come pizzi ricamati. “The Drake”, il drago, potrebbe alludere alla forma di un edificio, nato come hotel nel 1928 e trasformato in condominio settanta anni dopo, ma e’ solo il nome del costruttore.

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Sunday at meatpacking district

29 luglio, 2013 § 1 Commento

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Domenica l’appuntamento è a mezzogiorno nella George Washington Square, al centro del Greenwich Village. Le strade sono animate più degli altri giorni. La gente corre e porta a spasso il cane, si ferma ai semafori e riparte di slancio a piedi o in bicicletta, col giornale sotto braccio. C’è vita a New York anche la domenica mattina; l’aria metafisica delle domeniche del mid west dista da New York più del vecchio continente. Nella piazza giardino che porta il nome di George Washington, è incredibile che proprio nel mezzo ci sia un monumento dedicato a Garibaldi, bello alto sul piedistallo, con inciso l’anno di nascita e di morte. Almeno qui Garibaldi non deve aver lottato per la libertà di nessuno. Pare che a New York sia stato ospite per qualche tempo dell’amico Meucci, che faceva candele a Staaten Island, dopo che gli Americani gli avevano soffiato l’invenzione del telefono. Il nostro appuntamento della domenica al Greenwich VIllage non può che essere davanti alla statua di Garibaldi. Poco lontano un pianista estemporaneo suona Rachmaninov e Michael Nymann, sotto gli alberi del parco. Billi è puntuale mentre Lenci arriva dopo un po’, con la bella fidanzata nuova. Sotto lo sguardo vigile di Garibaldi decidiamo dove andare: colazione a Le pain quotidien

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Di pomeriggio, con la pioggia intermittente, arriviamo ad affacciarci sull’Hudson, sul pontile del West Side, e poi riprendiamo a camminare verso il Meatpacking district di Chelsea. I magazzini del porto ed i laboratori che confezionavano la carne hanno lasciato il posto alle gallerie d’arte ed ai negozi di specialità gastronomiche. Ma i volumi, gli spazi enormi degli ex magazzini di mattoni, sono ancora i protagonisti del paesaggio urbano, reimpiegati col gusto vintage delle cose vecchie. Questa città che non dà valore al profilo degli edifici monumentali fatti e rifatti in modo sempre diverso, non perde il ricordo di se stessa quando deve rinegoziare la funzione di vastissime aree di servizio, divenute disponibili per l’edilizia residenziale. Senza il profilo dei magazzini a perdita d’occhio, non si capirebbe la necessità dei palazzoni e dei grattacieli concentrati al centro dell’isola, nel poco spazio che restava libero dalle attività produttive. Da cent’anni gli abitanti qui scherzano dicendo che New York sarà bellissima quando l’avranno finita. Ma se fosse finita non vivrebbe. New York la rifannno prima di averla finita, ogni volta che il gusto, la necessità o un semplice capriccio lo richiedono. Questa città vive di trasformazioni ed il meatpacking district adesso è diventato molto costoso. Insieme ai magazzini, da qualche anno sono scomparsi i ristoranti popolari dei camionisti e dei macellai, perchè gli affitti dei vecchi edifici sono andati alle stelle. La nuova frontiera dei giovani, degli artisti e dei galleristi si è spostata nel Lower est side, proprio lì dove per caso sono finito anch’io, alla ricerca di un albergo dal prezzo accessibile.

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A Chelsea siamo saliti sulla terrazza del nuovo hotel affacciato sull’Hudson, quello con le pareti trasparenti che mettono in mostra gli ospiti esibizionisti. Ne sa qualcosa chi ha visto il film SHAME! In cima c’è un disco bar all’aperto con un panorama mozzafiato sui grattacieli: un pezzo di Riccione nel cuore di Manhattan. Fra i cocktails, ottimo il cucumber lemon…

NYC – 5

28 luglio, 2013 § 2 commenti

DSC05841Nel fine settimana il risveglio è lento. Non mi alzo più prestissimo e faccio tardi la sera. Ho percorso tutto il Village fino al West side. E’ sempre l’isola di Manhattan, ma i grattacieli qui non si vedono e neppure si vede la necessità di quei ciclopi che incombono a meno di due chilometri di distanza, mentre cammino fra i vialetti alberati stile inglese del Greenwich Village. Penso che New York sia la negazione delle teorie dell’architettura, uno sberleffo alla città radiale di Le Corbusier che voleva un centro e tante linee di sviluppo come i raggi del sole. New York è un rotolo che si srotola, le sue strade sono le righe di un testo scritto dal basso verso l’alto nell’isola di Manhattan: un insieme di città parallele lungo la trama dei viali intrecciati all’ordito delle strade.

DSC05811Il West Side è animato dai colori dei ristoranti e dai tavolini lungo le strade. In fondo c’è il mare – sarebbe la foce dell’Hudson, ma di fatto sembra già mare – e qui mi accorgo che New York è una città di mare con tutta l’eccitazione delle città di mare. Al di là del fiume vedo accendersi le luci dei grattacieli del New Jersey al crepuscolo e penso a Woody Allen, quando gli dicono che non potrebbe stare lontano da Manhattan per più di un giorno. Qui in effetti è bellissimo. Mi ricorda Venezia… Venezia rinata con la promessa di una vastità eterna. Alle mie spalle vedo il cantiere del nuovo Withney che aprirà nel 2015.

DSC05845Vado a cercare il parco della high line, un riutilizzo esemplare della ex ferrovia del porto, e lo percorro per intero fra gli ex magazzini del quartiere di Chelsea, dove di sabato c’è parecchia gente. Mi fermo a cena lì sotto in un ristorante ricavato in un ex magazzino del porto – The Park – e mangio il primo hamburger di questo viaggio. (Mattina al Guggenheim: curiosa la mostra di Turrel sugli effetti della luce. Dovevo venire a New York per vedere quanta finzione ci sia nell’arte contemporanea. Pomeriggio alla collezione Frick, esaltante. Henry Clay Frick nel 1913 ha fatto con l’arte europea del rinascimento la stessa operazione del cardinale Borghese a Roma con l’arte antica: ci ha costruito una villa attorno, usando i pezzi straordinari dell’arte come arredo.)
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NYC – 4

27 luglio, 2013 § Lascia un commento

DSC05720Dov’erano le Twin Towers la città scivola morbida verso il porto antico, davanti al ponte di Brooklin, ed è perfino facile immaginare le prime case di legno degli olandesi messi qui a governare le rotte commerciali nel nuovo continente. Wall Street è il centro di una città storica con le strade strette ed i muri tortuosi, tanto che pare d’essere tornati a casa, se non proprio in Italia, almeno in Europa. Nonostante le strade strette, basterebbe la punta di Manhattan a far sembrare New York una metropoli. La geometria sfuggente del grattacielo del memoriale, al posto delle Twin Towers, è un cantiere ormai ultimato. Ripiegata sulle ferite della storia, questa non è più la città del futuro. La capitale del mondo è migrata altrove, chissà dove… Forse in Asia o ancora più lontano, nel non luogo delle reti telematiche. Un vecchio nero vestito di rosso sta ricurvo a lucidare il rilievo bronzeo dei pompieri morti nel crollo. Ai turisti attoniti e distratti davanti a lui grida i frammenti di un lamento biblico. Lo skyline qui attorno è mutevole come il profilo di un impianto industriale a cui le ciminiere possono essere aggiunte oppure tolte da un giorno all’altro. La nuova movimentata torre di Frank Gery da due anni dialoga col protagonista secolare di downtown Manhattan: il Woolworth building, primo grattacielo neogotico a stagliarsi nitido sullo sfondo della città, negli anni della grande guerra.

DSC05734A mezzogiorno arrivo a casa di Billi, al numero 100 di Reade Street. L’ex collega dell’università abita in un appartamento al terzo piano, dov’erano i magazzini del porto a Tribeca. Due ampie vetrate riempiono la sala di luce. Nonostante la strada di traffico sottostante, l’interno è molto silenzioso. Dalla parete divisoria spunta il profilo di una colonna di ferro. In origine il piano era un unico ambiente che solo in un secondo tempo è stato frazionato. Saliamo sull’attico: la forma dei tetti, le finestre, i cortili, sono ancora quelli dei vecchi magazzini del porto alla foce dell’Hudson. Le torri di midtown sono oscurate dalla forma massiccia degli edifici più vicini. Un buon numero di quei grattacieli Billi li ha visti nascere negli ultimi dieci anni, come palazzoni venuti su alla rinfusa. Col passo spedito scendiamo verso China Town per il pranzo da Jing Fong. Billi ci viene spesso: è un posto enorme coi lampadari che sembrano quelli di una sala da ballo e gli ideogrammi dorati sulla tappezzeria rossa. Cameriere cantonesi che non ti aspetteresti al centro di Manhattan, girano fra i tavoli con i carrelli delle vivande. Scegliamo cibi bolliti e beviamo te caldo. Parliamo, parliamo, fin quando in sala non ci sono più tovaglie sui tavoli. Sono ormai le tre quando ci alziamo: dieci dollari a testa, soltanto.

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Pomeriggio alla collezione Withney, dove fra le altre cose è in corso una splendida mostra di quadri e disegni di Hopper. Poi a piedi su Park Avenue fino alla trentatreesima strada. Cena messicana con Guacamole in ristorante messicano.

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NYC – 3

26 luglio, 2013 § 4 commenti

DSC05665L’Upper east side si distende sui lunghi viali quieti che risalgono a perdita d’occhio verso nord. Gli edifici non più altissimi fanno da sponda senza gli eccessi fragorosi delle torri di cristallo e delle guglie piantate a caso. Il traffico scorre regolare al di là delle vetrine dei pochi ristoranti discreti affacciati sui marciapiedi. E’ questa la Manhattan di Woody Allen. Il Metropolitan Museum of Art è poco lontano. Dalla stazione della subway sono appena tre isolati, verso Central Park. L’orario di apertura giornaliero è di solo sette ore e mezzo. Forse dovrò tornare un’altra volta per vederlo tutto. La fila davanti scorre rapida all’apertura, alle dieci del mattino. Il cielo è grigio, potrebbe piovere già da un po’, ma non fa nulla. Gente di tutte le età corre a frotte nel vialetto che conduce a Central Park, sul retro del museo. L’edificio è enorme, ma visto dall’interno non sembra così monumentale. Le diverse sezioni si incastrano una dentro l’altra, come se ogni forma d’arte antica o moderna fosse una diversa sfaccettatura dello stesso alveare.

DSC05678Vado diritto: sotto la scala principale trovo il medioevo, che gli americani fanno cominciare nel 300 dopo Cristo, con l’arte cristiana. E’ davveri così: la caduta dell’impero romano è una data fittizia. Sono gli oggetti preziosi ad impressionare i visitatori. Alcuni di essi non li ho mai visti prima d’ora ed in un altro contesto li avrei ritenuti dei falsi.  Quello che è raro trovare negli scavi, qui è ammassato a profusione, selezionato dal capriccio estroso dei collezionisti che se li sono passati di mano in mano, per secoli nelle wunderkammern di famiglia, prima di donarli al Metropolitan, in memoria di qualche illustre congiunto scomparso. Mi attardo fra i bronzi smaltati di Limoges che scrivono un romanzo sul medioevo europeo, come se fossero quadri del Caravaggio.

DSC05666Fra le sculture c’è una sorpresa: il Sant’Ellero romagnolo che fu recuperato dal chiostro del suo monastero quando venne distrutto. Appartiene al Fondo Rogers del 1908. Non se la passa male qui, sotto gli occhi del mondo intero, meglio che a Galeata in provincia di Forlì. Dello studiolo intarsiato di Gubbio non riesco a vedere niente, è l’unica stanza inaccessibile, pare che sia under renovation, ma i guardiani non sanno dare spiegazioni. Mi consolo con la pittura americana dell’Ottocento, in cerca anch’io di un rinnovamento spirituale in quel naturalismo dei paesaggi vastissimi. La galleria della pittura europea è il solito museo che fa tornare a casa gli Italiani. L’apparato didascalico è esemplare e rimanda al sito web del museo per gli approfondimenti sulla storia delle acquisizioni.

DSC05676Esausto, alle tre e mezzo mangio un boccone (è questa la traduzione esatta di food!) e ricomincio dall’archeologia. Antichità greche e cipriote: lascio perdere gli altri continenti e mi ritrovo fra la scultura romana quando il museo è ormai in chiusura. Ho appena il tempo di dare un’occhiata alle pitture romane dell’area vesuviana, ricostruite nei loro ambienti, quando il custode si fa avanti e mi allontana in modo brusco. Time out: il MET in un attimo si svuota.

Attraverso il Central Park fino al Lincoln Center dove sono i teatri e la Juillard School. C’e’ un festival estivo all’aperto con il Kronos Quartet che festeggia i quarant’anni di carriera.

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NYC – 2

25 luglio, 2013 § 2 commenti

DSC05648I cinesi proliferano anche nel Lower est side, ben oltre i confini di Chinatown, sulle strade che scendono sotto il Manhattan Bridge. Hanno occupato il quartiere delle sparatorie fra bande rivali, dove Sergio Leone ha ambientato le scene più belle di “C’era una volta in America”. Qualche sinagoga spunta ancora fra i tetti e si vedono anche i versetti di una bibbia incisi in alto, nella facciata monumentale di un palazzo, ma attorno pullula un’altra vita che ha gli occhi a mandorla. Gli ebrei osservanti hanno colonizzato altri quartieri lontano da Manhattan, ma qualcuno di loro sta ancora nel Diamond District o attorno alla sinagoga centrale a Midtown. Vestiti di nero, giovani e vecchi, indossano un cappello alto ed hanno i riccioli lunghi fin sulle guance bianchissime. Chiudono i loro negozi di venerdi pomeriggio ed anche di sabato, tutto il giorno, noncuranti dello shopping del sabato. 

DSC05610Nel Sohotel dove risiedo a Broome Street, le camere sono piccole ed il mio letto queen size accoglierebbe a fatica un’altra persona. L’ambiente è trendy, anche se lillipuziano. Le scale fino al terzo piano sono rampe ripidissime, ma c’è sempre un caffè pronto –for free– da sorseggiare su un divanetto zebrato a metà strada. Alle pareti stanno appesi fogli puliti che chiedono scusa per i lavori in corso. “We are under renovation” è una scritta che potrebbe diventare il simbolo di tutta New York. La città intera è “under renovation” da sempre: un impianto urbano a cui aggiungi e togli pezzi che si agganciano alle strade diritte, alla rete elettrica ed all’antincendio in un gioco di incastri. L’urbanistica mette regole ferree alle due dimensioni orizzontali, mentre la terza -quella verticale- è libera di rincorrere le più astratte bizzarrie. Sotto le Avenues, le linee ferroviarie della metropolitana rispecchiano l’ordine rettilineo della città sovrastante, senza colori e senza insegne luminose in superficie. Gli ingressi non si fanno notare ed è facile smarrirli, come le scale strette di un banale bagno pubblico sotterraneo.

DSC05628New York accelera la dinamica del rinnovamento urbano e sfida l’occhio di chi la osserva ad inventare un nuovo denominatore comune, per darle coerenza, al di là del gioco costruttivo che ingigantisce i volumi e mette in ridicolo le proporzioni di quello che c’era prima. I grattacieli coi pinnacoli art deco hanno figli ciclopici coi vetri di cristallo che divorano la scena. Manca uno stile dove l’occhio possa riposare. I centri con una storia secolare mantengono il loro stile di riferimento pur col mutare delle mode. New York si comporta diversamente, o forse si è comportata diversamente fino ad ora. L’unico stile che c’è, è nel superamento di quello che c’era prima, a colpi di baionette piantate contro il cielo e contro la visione classica della città col centro in piazza. Inutile cercare una sintesi nello “stile degli stili”. D’altro canto la proporzione delle proporzioni potrebbe essere solo un gioco di parole…

(Mattinata al MOMA, superaffollato, con metà dell’arte contemporanea dei libri scolastici: una sorpresa la sezione fotografica ed anche quella dedicata al design dei videogames. Prima del MOMA,  giro attorno al Rockfeller center, fino a Radio City ed alla Cattedrale di St. Patrick, che ha le guglie sovrastate dai grattacieli).

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