Raccontarsi

25 giugno, 2013 § Lascia un commento

Nella relazione di fine precariato poche parole bastano per raccontare i miei ultimi vent’anni, che mentre li vivevo mi erano parsi effettivamente più aggrovigliati, irrazionali, caotici, non così meditati come invece emergono da questa miracolosa sintesi…

La scelta di insegnare è tipica di molti laureati in materie scientifiche. Nel 1993 avevo fatto anch’io una breve esperienza nella scuola superiore, subito dopo la laurea in fisica, ma poi mi ero dedicato ad altro, convinto che non sarei più tornato nell’ambito dell’insegnamento. Nel 1995 avevo cominciato ad occuparmi di automazione industriale, con un contratto di lavoro dipendente che avrei voluto trasformare prima o poi in una libera professione. Ero orientato all’innovazione tecnologica ed in particolare avevo allestito alcuni prototipi di manufacturing exectution system, in zuccherificio, con l’uso di tecniche fuzzy. I miei tentativi di mettermi in proprio, cominciati nel 2003, non diedero buoni risultati, essendo i miei progetti un po’ troppo evoluti per il contesto socio-economico in cui ero immerso, nel momento in cui le prime avvisaglie della crisi frenavano proprio gli investimenti in innovazione. Nel frattempo anche la solidità dell’azienda per cui lavoravo non era più la stessa. Nel marzo del 2006 cominciavo un lungo periodo di cassa integrazione, fino al 2010. Dovevo trovare una collocazione alternativa, che non poteva più configurarsi nella libera professione. Fra le strade da tentare, mi si apriva la possibilità di sostenere l’esame di ammissione alla SSIS, per matematica e scienze nella scuola media, dove sarei potuto entrare di ruolo in pochi anni. L’esame di ammissione sostenuto nel settembre del 2006 mi collocava in una posizione utile per iscrivermi alla scuola di specializzazione nella sede di Modena. Era una prospettiva nuova ed inattesa, che mi faceva sussultare. La cassa integrazione mi avrebbe permesso di seguire in piena tranquillità la SSIS, almeno per qualche tempo, ma andando in questa nuova direzione mi sembrava di rinnegare la vocazione da tecnologo a cui avevo dedicato gli anni più intensi della mia vita. Non era una scelta facile. Mentre frequantavo la SSIS ero più sereno se continuavo a lavorare di tanto in tanto con contratti a termine in ambito industriale. Nel frattempo però sentivo riaffiorare una memoria che credevo perduta: il ricordo degli anni di studio, la passione per la cultura, le discussioni filosofiche nei corridoi dell’università. Ero come in barca, quando due venti contrastanti si contendono le vele. Terminata la SSIS nel giugno del 2008, non scelgo subito di insegnare: ad agosto parto per gli Stati Uniti e comincio un nuovo lavoro in Texas, nella filiale di un’azienda chimica italiana. Purtroppo la crisi finanziaria dell’autunno seguente mi rispedisce di nuovo a casa. Ancora in cassa integrazione, nel 2009 decido di trascorrere qualche mese a Berlino. Sarei tornato in Germania anche nel gennaio del 2010, se la scuola media “Dante Arfelli” di Cesenatico non mi avesse chiamato per una supplenza, al termine delle vacanze natalizie.
Scegliendo di insegnare penso di aver fatto la cosa giusta. Anche se all’inizio mi sembrava fuori dal seminato, in pochi anni la scuola è diventata la mia casa. Non è stato difficile: in fondo non ho fatto altro che tornare a casa. I miei genitori erano entrambi maestri. Mio padre aveva insegnato molti anni nelle scuole del comune di Cesenatico, a Sala, a Villalta, a Bagnarola, fra il Settanta e l’Ottanta. Soprattutto nei giorni successivi alla fine dell’anno scolastico, mi capitava di seguirlo: un bel viaggio in macchina da Forlimpopoli attraverso la campagna, nella penombra delle aule delle sue scuole, con le bidelle indaffarate ad accatastare i banchi prima degli esami di quinta elementare: situazioni e sensazioni che ho ritrovato intatte come allora, nelle aule di via Cremona a Cesenatico. Non mi stupirei se anche ritrovassi, fra i genitori dei miei studenti, gli alunni di mio padre.
A quarantacinque anni l’esperienza maturata in altre situazioni lavorative mi aiuta ad apprezzare il contesto della scuola, a non ingigantirne i problemi, a cogliere i lati positivi, pur consapevole dei limiti del ruolo, che è poco chiaro sul piano della definizione professionale e che addirittura può non piacere all’opinione pubblica, anche a causa di una propaganda mediatica che è stata a lungo nemica. L’insegnante alle prese con i pre-adolescenti deve fare innanzitutto un lavoro su se stesso. Prima di dire qualunque cosa, bisogna avere l’equilibrio giusto dentro di sè. Dalle parole arriva prima l’intonazione, poi il contenuto. E’ inutile accanirsi con le minacce, se manca la serenità. Il benessere interiore è una condizione preliminare da mettere al primo posto: ecco la prima lezione che un insegnante deve impartire a se stesso. Il tempo libero non è mai troppo, perchè è utile a questo scopo. Se i professori avessero lo stesso orario dei lavoratori dell’industria manifatturiera, non avrebbero più nulla da insegnare: diventerebbero badanti o forse secondini.
La sorpresa più bella di questo nuovo mestiere riguarda proprio la qualità del tempo libero, che non è più dedicato alla fuga, allo svago fine a se stesso, ma reclama uno scopo, un progetto armonico centrato sulla mia persona. Lo studio, la scrittura, sono momenti centrali del mestiere dell’insegnante: non per sostenere altri esami o per rincorrere chissà quale successo, ma per ampliare l’orizzonte dell’esperienza, per affinare la sensibilità.

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