Le tesine non finiscono mai

7 giugno, 2013 § 1 Commento

Come se non ne avessi già fatte abbastanza, al termine del primo anno di ruolo devo preparare anche una tesi, chiamiamola tesina, per compiacere la benevolenza di una commissione di valutazione scolastica interna. La presenterò all’alba del 29 Giugno, insieme ad altri quattro fortunati colleghi che condividono il mio stesso status di neo assunti nella scuola pubblica italiana. Devo presentarla in sei copie entro il 22 Giugno, e ciò potrebbe voler dire che almeno sei persone la leggeranno. Non ne sono così sicuro: la burocrazia scolastica è avida di carte intonse da seppellire negli armadi, senza uno sguardo, neanche di commiserazione. Così ho pensato che varrebbe la pena proporne qualche pezzo in questo blog, dove i lettori ancora non scarseggiano. Non so, vedete se vi piace: di sicuro il frammento qui di seguito dovrebbe interessare il mio allievo-blogger gigio45, che da un paio di mesi contribuisce argutamente alle discussioni su questo sito…

Per la prima volta durante questo anno di prova mi sono trovato in continuità didattica su due delle classi dell’anno precedente. E’ una situazione di vantaggio sia per l’insegnante, che conosce già la situazione, sia per i ragazzi, che non devono fare sforzi aggiuntivi per adattarsi ad un nuovo stile didattico. Dopo un anno di esperienza, ho però avuto l’impressione che il vantaggio della continuità didattica sia perlopiù circoscritto ai rapporti umani e tocchi soltanto in modo relativo l’apprendimento disciplinare. La crescita in seconda e terza media avviene in modo tumultuoso e le conoscenze specifiche possono subire rallentamenti, perfino regressioni, salvo poi riaffiorare quando meno lo si aspetta, in momenti successivi del curriculum scolastico.

La maggior confidenza dei ragazzi con un insegnante in continuità didattica, anziché fungere da stimolo, su certi alunni può produrre un rilassamento. Fra gli allievi ve ne sono alcuni con uno spiccato livello di autonomia, che traggono un ulteriore stimolo da questa confidenza, ma otterrebbero comunque buoni risultati in qualunque circostanza. Per loro la scuola serve solo a dare il ritmo all’apprendimento: sarebbero già in grado di capire e di studiare da soli le materie nel loro contesto familiare di appartenenza. Se non si innescano meccanismi di emulazione verso l’eccellenza, una volta isolate le pulsioni negative degli alunni problematici, i comportamenti dominanti sono quelli di chi cerca il massimo risultato con il minimo sforzo, cioè di chi si accontenta di risultati sufficienti o discreti, pur avendo la capacità di fare meglio, perché non vuole affrontare l’impegno (e la fatica) dello studio.

Rispetto a questo gruppo, che scherzosamente chiamiamo dei vagabondi, mi muovo ancora con qualche perplessità. Il loro profitto dipende molto dal mio impegno: dal fatto di ripetere più di una volta la stessa lezione, dalla mia disponibilità a re-interrogarli sugli stessi argomenti. Repetita juvant, dicevano i latini, ma fino a che punto è veramente educativo e responsabilizzante ripetere le stesse cose, due o tre volte, a ragazzi che avrebbero la capacità di farcela subito da soli? …mentre hanno la tendenza a sedersi, quando qualcuno va loro incontro, come se volessero interpretare alla lettera l’etimologia della parola inglese training, intesa come traino, trascinamento a rimorchio. Se non c’è un patto chiaro, l’insegnante può cadere vittima della propria buona volontà e farsi carico di una parte del lavoro che questi ragazzi si sono scrollati di dosso. La tentazione di diventare un personal trainer confligge se non altro con i limiti di orario della scuola pubblica. Come nei servizi e nei prodotti venduti dalle aziende, nella scuola secondaria di primo grado dovrebbero essere esplicitati in modo inequivocabile almeno i limiti di fornitura, entro i quali gli insegnanti comincerebbero a muoversi con maggior sicurezza e con il pieno rispetto delle famiglie degli allievi. Ma quello che vedo va in un’altra direzione: la scuola è un contenitore elastico pieno delle migliori intenzioni, sovraccarico di compiti e povero di risorse. In questo quadro, il vantaggio competitivo degli insegnanti non sta in regole più stringenti, ma nella capacità di adattarsi a situazioni sempre nuove ed imprevedibili.

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§ Una risposta a Le tesine non finiscono mai

  • antonio ha detto:

    A volte anch’io non so bene come affrontare l’educazione delle mie figlie. Tendo spesso a dare la seconda, o la terza possibilità ma non sono convinto che sia un bene per loro. Forse sarebbe meglio essere un po’ più intransigenti: la seconda volta si ricorderebbero di non ripetere lo sbaglio.

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