Il Sole del giorno prima

30 Mag, 2013 § Lascia un commento

Una volta la settimana prendo il quotidiano: è il Sole24ore e lo compro di domenica, per via dell’inserto culturale che è ancora interessante, anche se a scriverci sono sempre le solite venti firme di accademici non ortodossi, opinionisti di bestsellers, truppe di occupazione del dibattito culturale in Italia da almeno vent’anni. Le cose più interessanti sono le recensioni, soprattutto quelle dei libri stranieri tardivamente tradotti: le leggo nei ritagli di tempo del lunedì, nella terza ora vuota del mattino, quando esco da scuola e prendo il caffé al bar, nella darsena di Ponente, con le barche ormeggiate di fuori. Di rado mi avventuro nelle pagine del quotidiano vero e proprio, impegnate nella liturgia domenicale di quella confindustria che vorrebbe porsi come guida morale, neutrale, equidistante, giusta, del paese.

Qualche giorno fa aveva fatto il suo discorso Giorgio Squinzi, presidente degli industriali: un intervento dopotutto politico, ammiccante, senza l’ambizione di porre le basi di un rinnovamento. E’ ovvio il sostegno all’economia reale, un passo dopo l’altro, avanti nei sentieri contorti dello sviluppo figlio di se stesso, senza la forza di tracciare nuove linee guida per un domani che sia proiettato davvero nel futuro e non soltanto nel giorno dopo. Allora è importante sostenere l’edilizia, qualunque essa sia, anche se siamo soffocati dal cemento brutto ed inutile, perché l’edilizia è il vero traino dell’economia reale, di tutte le attività che negli anni si sono sedimentate attorno alle costruzioni. Fra le imprese dell’indotto spicca il gioiello di famiglia Squinzi: la grande MAPEI che produce adesivi, sigillanti, prodotti chimici per l’edilizia. MAPEI è in buona salute, perché si lascia trainare dai paesi emergenti che hanno fame di nuove costruzioni in Asia ed in Sud America. Applicare la stessa ricetta di sviluppo nell’Italia del 2013, è la prima idea che può venire in mente, ma è assolutamente stupida. Con tutto il rispetto per i discorsi da bar, al capo di confindustria dovrebbe competere una visione più ricca, un’idea più originale del futuro. Infatti lui non nega una maggior apertura e blandisce gli italiani e la loro intelligenza, una ricchezza immateriale invidiata dal mondo intero. Ma il filo di questa intelligenza che dovrebbe essere collegato all’idea di sviluppo, si aggroviglia da qualche parte senza arrivare in fondo. Colpa delle infrastrutture fatiscenti, colpa della diffusa mentalità anti-impresa: colpa dello stato, verrebbe da dire, o della cattiva politica che ha preso lo stato in ostaggio…

La notizia più discussa dal Sole24ore nell’ultima domenica di maggio è il sequestro dei beni della famiglia Riva, campioni del capitalismo italiano che in cinquant’anni di storia recente hanno legato a sé le sorti di quarantamila famiglie nell’area di Taranto, fra dipendenti ed attività collaterali dell’indotto. I Riva sono i padroni dell’ILVA, la più grande acciaieria italiana sopravvissuta a decenni di dismissioni che hanno ridimensionato il ruolo di questa produzione strategica nel nostro paese. La condanna dei Riva non è arrivata di sorpresa. La questione di Taranto si era già infiammata un anno fa attorno ad una bizzarra contrapposizione: salute contro lavoro. Si erano spesi fiumi di inchiostro per sostenere che la salute è più importante del lavoro, mentre un analogo sforzo era stato profuso per dimostrare che il lavoro è più importante della salute. Sembravano senza alternative, salute e lavoro: due concetti di nuovo inconciliabili nell’Italia del duemila, come nelle miniere inglesi del Settecento. Con tutto il denaro che in cinquant’anni era circolato nelle casse dell’ILVA, la responsabilità non poteva essere dei Riva? Colpa delle infrastrutture pubbliche. Colpa della diffusa mentalità anti-impresa. Se c’è una mentalità anti-impresa, almeno in questo caso, è da ricercare proprio nell’impresa industriale. A meno che non vogliamo dare un’altra definizione di industria: sfruttamento del territorio fino all’esaurimento delle risorse umane ed ambientali, con lo scopo di travasare ricchezza, dai beni materiali ai giochi finanziari da salotto. Almeno a parole, Giorgio Squinzi non sarebbe d’accordo.

Dal Sole24ore mi aspettavo una difesa d’ufficio della famiglia Riva: appartengono allo stesso mondo ed è normale che si sostengano a vicenda. Sono le motivazioni ad essere un po’ banali, già dette in mille altre occasioni, poco rappresentative di quell’intelligenza blandita dal capo di confindustria qualche giorno prima. Ecco la difesa: “I giudici sbagliano a mettere con le spalle al muro una rispettosa famiglia come quella dei Riva, che ha ancora il merito di sfamare quarantamila famiglie del sud, con la crisi che morde senza rimedio“. L’ho già sentita: per contrastare le accuse, serve uno scudo umano e la massa dei lavoratori ne fornisce uno adeguato. Come i condannati della politica hanno in ostaggio le istituzioni, gli industriali si sono presi il mondo del lavoro, legato stretto fra le lamiere dell’acciaieria, finché sarà utile alla loro difesa. Soltanto quando non servirà più lo lasceranno andare a fondo nell’abisso della dismissione, dopo che le proteste sindacali se ne saranno servite ancora, per qualche tempo, nei loro fugaci teatrini in deroga. L’intelligenza invocata dal capo di confindustria viene subito espulsa da questi giochi al massacro, dove l’odio di classe esercita la sua quotidiana vendetta. Credete che la fabbrica sia un vostro diritto? Prendetela, accarezzatela, datene un pezzo ai vostri figli. E’ avvelenata.

Non è mai stato semplice fare industria, ma ci sono circostanze in cui può essere terribilmente difficile, altre in cui è facilissimo. Quando i giochi sono chiusi, si arriva all’estremo, diventa impossibile oppure è banale: basta nascere nella famiglia giusta. Confindustria potrà anche circondarsi di una corte di intellettuali, ma il merito e l’intelligenza li spolvera solo di tanto in tanto, per le feste, come i soprammobili. Sa bene che la vera risorsa sono i dipendenti che lavorano giorno e notte a testa bassa, senza fare storie. La forza dell’elite è nel conformismo. Dentro o fuori, dipende dal nome: toccherà a loro segnare la rotta. Si salvi chi può.

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Il testimone

23 Mag, 2013 § 3 commenti

Nell’ultima settimana sono stato contattato ben due volte al telefono dagli addetti di una ricerca, da Bologna e addirittura da Londra. Non era la solita promozione commerciale mascherata da indagine di mercato. Sebbene non mi conoscessero di persona, gli interlocutori al di là del filo cercavano proprio me ed il motivo erano gli zuccherifici. Qualcuno bussa alla porta chiusa dell’altra mia vita proprio adesso che è maggio e la natura rimette in moto tutte le cose, anche quelle che sembravano irrimediabilmente perdute. Succede anche in musica, che i diversi temi di un discorso ritornino e si ricompongano per qualche istante in una forma compiuta prima della fine, dopo essersi a lungo contrapposti rubandosi a vicenda la scena. Entrambi i miei interlocutori dovevano effettuare un’indagine sulle riconversioni degli zuccherifici, in particolare quelli della SFIR, a sette anni di distanza dalla riforma comunitaria che in Italia ha liquidato diciotto fabbriche su ventuno, con indennizzi milionari per gli ex-industriali vincolati ad un programma di riconversioni di cui si sta perdendo traccia. Le fonti istituzionali non riescono a fornire un quadro soddisfacente della complessità irrisolta di questa vicenda. Nel web affiorano come al solito i frammenti del discorso: pagine di giornale, commenti, proteste, relitti scomposti di una nave naufragata. Le versioni ufficiali ricompongono l’abito attorno al morto -e lo truccano pure col rimmel ed il fondotinta- mentre la realtà di chi ci ha vissuto annega nel troppo difficile da ricordare.

Per chi va in cerca di notizie sulle riconversioni degli zuccherifici, le mie storie di un declino industriale affiorano dal web come una crepa nel politically correct delle narrazioni istituzionali. Non forniscono numeri, ma danno conto di un clima: rappresentano la vita che c’è stata attorno al relitto di una fabbrica di zucchero fra il 2007 e il 2010. Nella confusione che cancella i fatti più recenti, la mia voce è già una testimonianza rara, come una memoria secolare. E’ incredibile che sia proprio io il depositario di questo passato, io che ero il giovane tecnico assunto nel 1995 con l’incarico di introdurre in fabbrica le automazioni del futuro. Ma forse non c’è niente di strano: l’abilità che permette di scorgere il futuro non è diversa da quella che sa leggere il passato. Il passato è un futuro capovolto e la perdita di memoria va di pari passo con l’incapacità di prevedere quello che domani accadrà. E’ ormai diffusa la convinzione che per stare a galla non serva né il futuro né il passato: basta circondarsi di opulenza e di denaro facile, per il quale occorre lottare senza esclusione di colpi. I ciechi non si lasciano distrarre e galleggiano meglio di chi vede lontano nella quotidiana guerra del presente, senza memoria e senza futuro. Hanno vinto i galleggianti, rassegnamoci: non c’è più una classe dirigente ed è inutile pretendere di diventarlo.

Le mie storie al telefono sono difficili da raccontare. Non c’è niente di scientifico nei grovigli di vicende umane e politiche di una chiusura aziendale. Devo appellarmi a tutta la chiarezza di cui sono capace, come Giulio Cesare in guerra. La mia intervistatrice londinese prova a ripetere quello che le spiego, per aver conferma, ma io mi accorgo che le sue parole ritornano alle mie orecchie falsate e un po’ distorte, inevitabilmente approssimative. Eppure mi sembrava una ragazza intelligente. Per raccontare la SFIR non basta un questionario, ci vorrebbe un romanzo. Anche mio padre, quando intervistava i partigiani sulle loro vicende di guerra, quello che scriveva non andava mai bene e doveva rifarlo mille volte, cancellando nomi e luoghi così difficili da mettere per iscritto. Finché c’è vita non ci può essere storia, solo storie.

Esame di coscienza

13 Mag, 2013 § 2 commenti

DSCN1907Qualche post è rimasto incompiuto prima che arrivassi a premere il tasto “pubblica”. Preferisco scrivere altrove, non proprio di attualità, anche se l’attualità non è mai avara di cose da commentare. L’uomo mascherato ha superato sè stesso nel teatrino di Brescia, dove i giudici hanno fatto la parte dei cattivi. La fiction diventa ancora più finta e ricopre così bene la realtà, da farla sembrare inconsistente. Ma non perdiamo tempo col vecchio imbalsamato, che è condannato a costruire menzogne per non soccombere. Devo terminare il racconto di Fés, il groviglio della medina! me lo chiede Adina, che vorrebbe un finale un po’ noir, con fuga notturna nei vicoli, inseguiti da bande criminali. Ma la mia coscienza mi spinge più volentieri verso la narrazione di un’altra attualità: fra nubifragi e schiarite, il cielo di maggio è di un bel turchese, così bello e disarmante. Quando lo vedo, non resisto al richiamo che mi porta a vagabondare nella pianura, sulle orme di un’altra vita che non ricordo se era la mia. Dunque avrei parlato volentieri delle rotaie di una ferrovia di campagna e di un lungo viale di pioppi spettinato dal vento, col profilo di un colonnato in fondo: l’architettura che diventa natura e la natura addomesticata nella misura di un giardino, a misura di un uomo che non c’è più.

Avrei parlato ancor più volentieri di un’altra coscienza, la coscienza imperfetta del libro di Arnaldo Benini, e del viaggio in auto con lui da Ravenna a Forlì, con tutto quello che posso aver ascoltato mentre gli facevo da autista, a cinquanta all’ora, per prolungare il più possibile l’incanto della conversazione. C’era da aspettarselo, che il libero arbitrio fosse un’illusione, un autoinganno della coscienza, costruito ad arte dall’evoluzione. La verità di una nuova scienza è sempre difficile da digerire. Perfino il cielo blu è una costruzione elettrica del cervello buio.

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