Fès, il groviglio della medina (I)

8 aprile, 2013 § 1 Commento

DSC00376Medina, la città dove Allah si è rivelato attraverso il profeta, ha lasciato traccia del suo nome nei centri islamici dell’Africa settentrionale, dove le strade si restringono e si raggomitolano l’una sull’altra, al punto da non essere più strade, ma sentieri contorti fra muri altissimi che si richiudono sopra la testa. Il cielo, quando si vede, è un frammento in alto, lontano come la luce che filtra in un pozzo. Le medine sono un eterno mercato che pulsa nel cuore delle città nordafricane, spazi minimi fra un muro e l’altro, dove si aprono le anguste botteghe senza luce, sufficienti per comprare e per vendere. Formicai di attività dove un’umanità fluida sguscia fra un luogo e l’altro senza urtarsi. La rete di vie è cresciuta su se stessa senza un piano, ma seguendo regole condivise, un passo dopo l’altro. Ha la forma di un tessuto organico: un sistema nervoso reattivo, percorso da abitanti messaggeri. E’ questa la struttura della città preistorica. Dovevano essere così i centri abitati del medio oriente, quelli narrati dalla Bibbia mille anni prima di Cristo: aggregazioni spontanee di focolari domestici, con una efficace struttura d’insieme aldilà dell’apparente irrazionalità. Funzionali soprattutto alla difesa: chi ci entrava per conquistarli, ne veniva conquistato. I meandri della viabilità avevano il potere di assorbire gli invasori e di digerirli come i canali di un intestino.

DSC00269Il tassista con la faccia da orso ci fa scendere dal suo mercedes scassato all’ingresso della medina di Fes. Non conosce l’albergo riad le Patio che gli abbiamo indicato sul biglietto. Dei due ingressi alla medina ha scelto il primo, dov’era più semplice arrivare. Peccato che sia quello sbagliato. Ma a Fes non si può restare a lungo con l’aria smarrita in mezzo alla strada: una nuvola di ragazzi si fa avanti con la pretesa di guidarti ovunque attraverso il groviglio di strade della città vecchia. E’ ormai sera e siamo stanchi. I giovani dalla faccia scura dicono di conoscere il nostro albergo, dobbiamo fidarci per forza. Cominciamo una discesa fra i muri contorti dei vicoli, che sono più stretti e più vecchi di quelli del ghetto di Roma. Una curva, un’altra curva: la strada non finisce mai. Non abbiamo un filo da stendere nel labirinto e neppure le briciole di Pollicino. Il percorso tortuoso sembra aggrovigliarsi su se stesso, potremmo passare due volte dallo stesso punto senza accorgercene, ma dobbiamo fidarci dei nostri giovani accompagnatori. Ad ogni angolo la loro faccia cambia,  si passano il compito come in una staffetta, spariscono e ricompaiono più giù.

DSC00278Adina teme il peggio e vorrebbe già chiamare la polizia, ma io e gli altri facciamo appello all’entusiasmo dei turisti di passaggio. Dopotutto è molto pittoresco, anche gli accompagnatori sono parte dell’ambiente. Affrontiamo l’ultimo rettilineo di nuovo in salita, sotto i muri cadenti di una piazzetta minuscola ridotta a discarica, con una banda di bambini sfrontati che giocano a pallone. Giriamo per l’ultima volta a sinistra, in un vicolo buio, più lungo del necessario. E’ incredibile che il riad Le patio de Fes sia proprio qui, in fondo ad un cunicolo nero che sembra una trappola. Siamo arrivati, non ci resta che suonare il campanello. Speriamo che dentro ci sia qualcuno. Al citofono risponde Rashid, apre la porta, ci sta aspettando: un silenzio aristocratico smorza l’eccitazione del tragitto avventuroso che ha portato fin qui. Rashid è un omone giovane e quieto, dai lineamenti mulatti, e parla sottovoce. Chiede se vogliamo chiamare davvero la polizia: no, meglio di no. Abbassiamo un po’ la voce: ci sono altri ospiti e noi stiamo gridando. Siamo i soliti italiani.

DSC00249Le patio de Fes è un riad, vale a dire un piccolo albergo di nove stanze, ricavato in una bella casa storica rimessa a nuovo da un medico francese di Bordeaux, che ha voluto dare un impulso all’economia turistica di Fes, manifestando la sua straordinaria passione per questo luogo negli innumerevoli particolari dell’arredo del suo albergo. Il cortile su cu affacciano i tre piani di stanze è diventato un salone, chiuso in alto da un lucernaio trasparente. E’ decorato di legno, stucchi e ceramica, come nella migliore tradizione araba. Tutto testimonia un attaccamento affettuoso a questo luogo, dove fra i camerieri c’è perfino qualche erede della vecchia proprietaria, che ricorda di averci vissuto con la nonna, quando ancora il patio era un cortile come tanti altri nella medina di Fes, cella di un alveare accanto ad altri innumerevoli cortili quadrati.

DSC00246Dalla terrazza in alto non si vedono i vicoli, troppo stretti, ma solo le sommità piane delle case degradanti, muri cadenti coi cortili forati come pozzi, atrii e peristili più o meno grandi, espressione di una tradizione antica a cui si erano ispirati anche i romani. I minareti svettano sui tetti: alcuni bianchi, altri con le decorazioni geometriche delle ceramiche verdi. Le loro forme parallelepipede esprimono un gusto razionalista. Fossero stati campanili, li avrei datati a colpo d’occhio. Ma delle moschee di Fes non ne so nulla e niente suggerisce un termine di datazione chiaro per queste forme nuove. La città risale all’ottavo secolo: sarebbe sorprendente se le torri delle moschee fossero rimaste intatte da quell’epoca…

DSC00281All’indomani alle nove del mattino, il giovane che il giorno prima ci aveva guidati in albergo si presenta puntuale per reclamare la continuazione del suo servizio di accompagnamento, al prezzo concordato di 150 dirham per quattro persone. Per l’insistenza, sembra impossibile dirgli di no. Sarebbe interessante sfidare da soli il labirinto -il modo migliore per conoscere una città è perdersi- ma sappiamo che in un posto come questo non sarebbe così ovvio ritrovarsi. Ognuno di noi vorrebbe andare in una direzione diversa e nell’incertezza si farebbero avanti altri ragazzini con analoghe pretese. Tanto vale consegnarci subito ad Abdul. Eccolo: è alto, col viso scuro schiacciato e gli occhi neri. Ha una dignità orgogliosa, da cavaliere triste. Dice qualcosa in italiano e lo seguiamo senza paura. Ha una predilezione per gli antichi mestieri che si svolgono lungo le strade e dentro le botteghe.

DSC00284Il suo scopo è condurci nei negozi, per fare acquisti, ma dissimula questa intenzione con lunghi giri tortuosi che moltiplicano il labirinto e lo fanno sembrare ancora più vasto. Ad un crocevia provo ad orientarmi sulla mappa del touring. Chiedo ad Abdul di indicare la posizione con un dito, ma lui guarda in modo evasivo il mio libro, come se gli avessi mostrato la mappa di un’altra città. Forse ci sono approssimazioni vistose, qualcosa non torna nella raffigurazione cartografica delle guide italiane. Anche il touring club potrebbe essersi arreso di fronte alla complessità irriducibile della medina di Fes. Il reticolo di strade del disegno potrebbe essere una rappresentazione allegorica, come le città inventate nei frontespizi dei libri antichi: del tutto inutile per orientarsi. Oppure Abdul non sa leggere le carte topografiche. Anche questo è possibile, ma non posso dirlo con certezza.

DSC00287La tappa più importante dell’itinerario del mattino  è il negozio di pellame che si affaccia sulle concerie del Guerniz, a due passi dal mausoleo del Mulay Idriss, nel centro monumentale che sfioriamo senza ancora metterci piede. Visto dall’alto, lo spettacolo delle concerie toglie il respiro, non tanto per l’odore molto forte, ma per la scena medievale degli operai immersi nelle innumerevoli vasche colorate, sotto i muri neri e grigi dei caseggiati che si alzano attorno come le quinte di un teatro cadente. Le pelli da lavorare arrivano a dorso di mulo fino dentro al cuore della medina. Questi animali primitivi sono incredibilmente competitivi nell’arena dell’economia globale, più competitivi di certe produzioni italiane inesorabilmente dismesse. La sopravvivenza di tecniche antiche si spiega forse con l’eccesso di una manodopera che non è stata dirottata altrove. Nessuna modernizzazione è riuscita a recidere i legami con le produzioni protoindustriali. Eppure anche qui ci sono le città nuove, con i profili di fabbriche moderne, monumentali, come in Europa. Due velocità parallele sdoppiano la realtà di Fes su due piani diversi, di cui solo uno è contemporaneo al nostro presente. L’altro è rimasto fermo nell’età indefinita di una storia primitiva che guarda il futuro dal passato, senza temerlo.

DSC00292Siamo a due passi dalla moschea Quaraouiyyin, ma non ne siamo consapevoli. La lavorazione protoindustriale della pelle non sembra compatibile con la monumentalità di un antico centro d’arte. Dopo una sosta nel negozio dell’Argan, Abdul oltrepassa l’ El Rsif ed indirizza il suo passo veloce verso gli altri mercati del quartiere degli Andalusi, nella collina di fronte, dove dice di abitare. E’ difficile accorgersene, ma siamo vicinissimi al nostro albergo: in due ore abbiamo fatto solo un giro nel quartiere. I monumenti veri sono poco distanti, nel punto più alto della città, ma non li abbiamo ancora intercettati. Il quartiere degli Andalusi dove abita Abdul è pieno di vita: meno stretto, con molti rifiuti sparsi ed innumerevoli antenne paraboliche sui tetti. E’ ormai mezzogiorno e la folla aumenta, tanto da rendere difficile il ritorno nelle vie strette della medina. Una sosta nella strada dei tintori fa pensare che la medina di Fes sia solo una messa in scena, una specie di riserva indiana da fotografare per cinque dirham. Eppure non è un gioco: la produzione è vera mentre l’attrazione turistica è un economia collaterale, del tutto secondaria rispetto alle vasche ribollenti di odori e di colori.

DSC00322E la moschea Quaraouiyyin? Doveva essere la principale attrazione turistica, mentre noi siamo rimasti nei vicoli, fra le bancarelle, tutta la mattina. Troppa gente: Claudia dice d’essere stanca e non vorremmo che svenisse proprio qui, fra le braccia di un moro. Abdul è in ritardo, prima della moschea ci sarebbero i tessitori: il suo giro è fatto così, prendere o lasciare. Non ha altro tempo da dedicare a noi nel pomeriggio. All’improvviso dobbiamo essergli sembrati insopportabili, con le nostre lungaggini e le solite pretese da benestanti spilorci. O è qualche altra paura ad averlo messo in crisi? Ci riporta in albergo per una pausa di mezz’ora, ma poi manda tutto all’aria e se ne va arrabbiato, senza farsi pagare. Ancora una volta l’albergo è incredibilmente vicino, col solito silenzio innaturale nel salone inondato dalla luce del primo pomeriggio. Torneremo fuori più tardi, per cercare il Quaraouiyyine e vedere i monumenti attorno. Se non c’è più Abdul, qualcun altro ci accompagnerà.

Annunci

Tag:

§ Una risposta a Fès, il groviglio della medina (I)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Fès, il groviglio della medina (I) su ...I've got a project!.

Meta