Il treno per Fès

5 aprile, 2013 § 1 Commento

DSC00190a Casablanca la stazione voyageurs ha conservato lo stile coloniale della prima metà del Novecento. Parrebbe troppo piccola per una città di sette milioni di abitanti, ma non c’è molta gente: la fila in biglietteria corre veloce; le pensiline fra un binario e l’altro sono corte ma sufficienti per quel traffico rarefatto, dilatato sui tempi lunghi dei viaggi africani. Nel giorno di preghiera la città non si ferma, anzi si muove più in fretta, con le auto in colonna verso mezzogiorno, di corsa alla moschea. Anche di venerdì i treni veloci per Fès partono puntuali ogni due ore. Prendendo quello dell’una e un quarto, l’arrivo è previsto un po’ prima delle cinque. La  ferrovia esce in fretta verso nord, direzione Rabat, e corre diritta, appena rialzata sul pendio leggero che degrada regolare sull’oceano. Il sole riscalda i prati verdissimi di marzo sotto il cielo blu. Non ci sono confini, a parte il mare, e l’orizzonte si allarga. In lontananza spuntano i camini di grossi impianti industriali. E’ questa la west coast della conquista araba, il far west nordafricano delle leggende islamiche che si perdono nella notte dei tempi.

DSC00233Nei prati pascolano le vacche magre, coi pastori vecchi ed i bambini seduti a terra in un ozio vigile. Le mucche sono tenute alla larga dai binari con muri di cemento, che si interrompono di tanto in tanto per fare passare i pedoni. Mancano i passaggi a livello perché non servono. Non si vedono automobili: le strade sono sentieri rossi di terra battuta che attraversano i binari dove c’è bisogno. File di uomini vestiti a festa tornano a casa a piedi dalla moschea nelle prime ore del pomeriggio. Attraversano i binari in fila davanti al treno che si fa largo con due fischi: il primo acuto, il secondo lugubre. Le loro case sono baracche, pezzi di lamiera accatastati che si confondono con i rifiuti. Sopra i tetti brillano le parabole satellitari, rivolte nella stessa direzione come simboli religiosi in ascolto di una voce divina. Anch’esse sono il segno di un dio, come la stella e la mezza luna araba, e verrebbe da credere che siano tutte rivolte verso la Mecca.

DSC00455La moderna capitale Rabat è annunciata da caseggiati bianchi e grigi incompiuti, dove qualcuno è andato comunque a vivere. Prima di entrare in città, la ferrovia attraversa lo zoo, che simula un paesaggio dell’africa nera, poi lambisce le pareti di un grande stadio monumentale. La capitale del Marocco non è poi così grande: superato il fiume, sull’altra sponda fanno eco le mura dorate di Salé, che gli antichi romani chiamavano Sala. Dopo Rabat la ferrovia si allontana dal mare ed il paesaggio spoglio assume i tratti di un tavoliere, fra le montagne dell’Atlante e quelle del Rif. Dopo la diramazione per Tangeri, la ferrovia si dirige con decisione verso l’entroterra collinare che ha un aspetto sempre più familiare, morbido come i paesaggi dell’Italia centrale, senza case sparse e senza fabbriche, come poteva essere l’Italia di cent’anni fa. I braccianti percorrono chilometri fra un campo e l’altro, con gli attrezzi in mano, e si siedono ai crocevia per mangiare un boccone. Qualcuno si appisola all’ombra sotto una pianta frondosa, nel modo in cui stava steso Goethe nel famoso ritratto di Tivoli. Non è un caso che gli imperatori romani avessero fissato entro l’orizzonte di queste colline il capoluogo africano del loro impero, nell’antica città di Volubilis. All’inizio della storia islamica, i conquistatori arabi si insediarono in quel che restava della città di Volubilis, ma si spostarono ben presto un po’ più a nord, ai piedi dell’Atlante, dove il territorio offriva acqua in abbondanza, ampie valli e difese naturali. La nuova città la chiamarono Fès, che vuol dire “colpo di piccone”: un gesto fondativo è implicito nel nome della prima capitale del Marocco, all’incrocio fra il mondo arabo ed i Berberi dell’Atlante.

DSC00480Mancano cento chilometri alla città di Fès, ma prima c’è Meknes, dove il Mulay Ismail  aveva costruito una nuova città imperiale in gara col Re Sole, alla fine del Seicento. Il treno rallenta, si ferma e riparte. Va a passo d’uomo in campagna, fra corsi d’acqua scroscianti e paesaggi sempre più verdi. Raggiunge una stazione secondaria e si arrende. Si ferma in una sosta prolungata oltre misura, che pare non debba finire mai. La ferrovia a binario unico riserva sorprese. La gente scende senza fare domande e va ad aspettare in piedi sul marciapiede. Passa mezz’ora, un fischio richiama tutti in carrozza, ma è una falso allarme, il treno non riparte: di nuovo tutti giù, con calma, senza fare troppe domande. Un’ora dopo un altro fischio: salite, è quello buono, si riparte!  Il ritardo non scalfisce la calma dei viaggiatori locali che ripartono come se non fosse successo nulla. In un viaggio di mezza giornata, che differenza fa un’ora in più? In carovana ci sarebbero voluti almeno quattro giorni… Arriviamo a Fès mentre i raggi caldi del sole illuminano ormai orizzontalmente i muri maestosi della nuova stazione ferroviaria, modernissima, costruita su misura per folle oceaniche di futuri turisti. Questa modernità non lascia immaginare il groviglio di muri e di strade nella città vecchia: la medina di Fès è vittima di un’incantesimo. Per venirne fuori, serve una macchina del tempo.

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