Coreografia democristiana

29 aprile, 2013 § Lascia un commento

Le addette al CAF della CGIL hanno l’aria un po’ castigata, coi capelli corti pettinati in casa e le gonne lunghe conservate nella naftalina, prese dall’ultimo armadio del comunismo casalingo. In attesa del prossimo festival dell’Unità, guardano smarrite il futuro di un partito cui le larghe intese hanno definitivamente confuso l’identità, con la faccia di Bersani riconsegnata al magazzino delle maschere e quella di Berlusconi già pronta per un nuovo carnevale. Ma le addette al CAF hanno una bella notizia da darmi: dicono che non sono più tenuto a presentare la denuncia dei redditi. Non sapevo d’esserne esonerato: forse è un errore, ma la semplificazione della mia vita professionale doveva manifestarsi prima o poi in qualcosa di positivo. Senza arrivare al voto di povertà, lo stipendio dell’insegnante è sulla buona strada. Dopotutto il voto di povertà è un pretesto per la libertà: fuori dai condizionamenti materiali, poche scartoffie, niente commercialista, è splendido.

Con tutti gli interessi che hanno da difendere, i Berlusconi di destra e di sinistra non se lo possono permettere. Benedetti dal presidente e maledetti dai disperati, se ne stanno barricati dietro le larghe intese. Il governo Letta ha un retrogusto felpato, che ripristina la prima repubblica dopo il tunnel della seconda. A propria difesa, i Berlusconi di destra e di sinistra hanno collocato al governo dei presta-faccia che non si vedevano dai tempi di Craxi Andreotti e Forlani. Il sapore della prima repubblica ha dopotutto qualcosa di rassicurante, dopo ventanni di partitismo bipolare. Non immaginavo che fosse una nuova coreografia democristiana ad allonare dai riflettori chi aveva avvelenato per vent’anni la nazione. I nomi scabrosi rimaranno impuniti, al prezzo di starsene quieti, dietro le quinte, senza farsi più vedere. L’epilogo della seconda repubblica è speculare a quello della prima.  Un nuovo scudo permetterà ai Berlusconi di tornare nella tana. Pretendere giustizia, sarebbe troppo: ci accontentiamo di non vederli più.

Annunci

Mi scusi presidente

21 aprile, 2013 § 2 commenti

c’è poco da aggiungere al fatto singolare della rielezione al quirinale. Tutto è stato detto. E’ una rivincita dello spirito papalino radicato fra i muri di un palazzo costruito più di quattro secoli fa, reggia del potere teocratico. Napolitano lo seppelliranno nella Cappella Paolina, il suo corpo mummificato e le viscere riposte nella cripta dei Santi Vincenzo e Anastasio, a Trevi, come ai tempi di Sisto Quinto. C’è poco da aggiungere anche su Pierluigi, il narratore di massime padane. Da tempo sapevamo che il suo tempo era finito. Solo l’occhio miope degli interessi di cordata poteva non accorgersene. L’elezione del Presidente ha amplificato lo psicodramma del PD. In un momento delicatissimo della storia repubblicana, il dibattito parlamentare è stato subalterno alle convulsioni di una classe dirigente arrogante e perversa che, prima di uccidere se stessa, ha cancellato i propri padri. L’esplosione del PD produrrà vari frammenti e il nucleo storico D’Alemiano avrà finalmente mano libera per accordarsi con Berlusconi alla luce del sole. Non consola dire che ce lo saremmo aspettati, come se tutto fosse stato scritto nel libro di un profeta. La spaccatura non è più fra destra e sinistra, ma fra chi sta dentro e chi sta fuori, fra gli integrati del potere televisivo e gli apocalittici del web. Non siamo alla terza repubblica: viviamo ancora in una di quelle precedenti – non saprei dire se la prima o la seconda – che però ha assunto la forma di un fossile, una corazza immobile contro la crisi.

La resa dei conti è rimandata, ma l’onda continua ad alzarsi contro il baluardo di cemento. L’anno prossimo torneremo a votare ed il dibattito sarà ancor più radicale. Napolitàno sceglierà di dimettersi prima della fine del secondo mandato, ma intanto avrà dato al suo incarico un’impronta nuova, più esplicitamente governativa, che non era prevista dalla costituzione. Non era quello che desiderava Berlusconi? Con l’aiuto del PD, Silvio può arrivare dove vuole, da puttaniere a statista, la metamorfosi è ormai compiuta.

Fès, il groviglio della medina (II)

14 aprile, 2013 § 2 commenti

DSC00331dal terrazzo del Patio, la vista sulla medina di Fés è più familiare dopo l’esplorazione del mattino, anche se le strade restano invisibili, nascoste fra i muri alti delle case quadrate. Il pendio della città sale alle nostre spalle, dove il crinale culmina ad occidente e si allunga fino alle mura del palazzo imperiale che è inaccessibile. Di fronte, oltre la sella modellata dai torrenti, la collina risale nel quartiere degli Andalusi. Diamo finalmente un nome al minareto alto decorato di verde, poco distante dal terrazzo: è quello della moschea che il touring indica come El Rsif e che la segnaletica locale chiama El Rcif. Questa ed altre differenze di traslitterazione dalla lingua araba, aumentano le distorsioni della cartografia italiana, di cui non ci fidiamo ancora. Le indicazioni sono tuttavia ancor più sommarie nella Blue Guide e nella Lonely Planet, di fatto inutili per orientarsi nella medina.

DSC00338La carta del touring è la più affidabile fra quelle che abbiamo a disposizione e non ce ne sono altre in vendita. Sarebbe stata perfetta per orientarsi in un qualunque centro storico europeo. Dove esistono i punti di riferimento inequivocabili del potere civile e religioso, una logica geometrica accompagna i passi fin nelle piazze centrali della città. Ma qui il potere religioso e quello civile coincidono in un luogo che è inaccessibile ai non mussulmani, in una moschea nascosta nel cuore della medina. La carta del touring non rinuncia all’abitudine di segnare larga come l’abbozzo di una piazza la strada attorno al centro. Ma è una inesattezza disorientante. La medina si annoda attorno a el Quaraouiyyin con un bazar sovraffollato che nasconde le pareti degli edifici storici.

DSC00360Abbiamo perso Abdul, la nostra guida del mattino. Anche se ormai sappiamo quel che c’è da vedere, manca ancora il coraggio di avventurarci da soli alla ricerca della moschea el Quaraouiyyin. Non sapendo a chi affidarci, il cameriere Joseph ci affibbia suo fratello, un ragazzino di sedici anni che sembra sveglio e salta di qua e di là come un capretto. Un sole splendido filtra fra i tetti della medina. Il fratello di Joseph si fa chiamare Joseph anche lui e gli diciamo di andare subito a el Quaraouiyyin: altri itinerari non ci interessano, nessuna negoziazione. Dopotutto la grande moschea è piuttosto vicina. Nella corrente del mercato ambulante, la sensazione è ancora di non essere liberi, strattonati fra le offerte dei venditori di dolciumi, sotto le tende dei banchi che oscurano le porte della più antica moschea del Marocco.

DSC00358Le decorazioni geometriche di stucchi e di ceramica sono molto più raffinate delle altre che abbiamo visto finora, ma non sono così antiche come potrebbe vagheggiare un occhio inesperto. Non risalgono all’epoca della conquista araba: sono molto più recenti, appartengono all’età che in Italia chiamiamo rinascimento. Ma a differenza delle opere rinascimentali, che sono monumenti in relazione ad uno spazio attorno, qui il percorso scivola accanto alla moschea senza che nessun tetto emerga chiaro sopra il bazar di bancarelle. La decorazione dei muri della moschea affiora a tratti come un pizzo, dietro i banchi del mercato.

DSC00363La folla è eterogenea, fra la gente ci sono molti pellegrini in visita al mausoleo del Mulay Iddriss II, che è il figlio del fondatore del regno marocchino. Come la moschea el Quaraouiyyin, anche il mausoleo è inavvicinabile. E’stato rifatto nel quindicesimo secolo col bel minareto svettante al centro della medina. I segni di un lento lavoro di restauro ingombrano con impalcature metalliche quel poco spazio rimasto libero fra una bancarella e l’altra. Agli infedeli è concesso appena il tempo di dare un’occhiata furtiva dalla porta di ingresso. L’atrio finemente decorato fa venire in mente il tempietto longobardo di Cividale: sarà un’impressione dovuta agli stucchi, oppure è la radice comune del gusto altomedioevale, che l’Islam ha conservato senza grandi variazioni fino ad oggi?

DSC00369Dall’esterno la visita procede rapidamente. Nonostante i capolavori dell’arte islamica, protagonista indiscussa resta la medina, coi mercati colorati ed il traffico di somari. Chiedo a Joseph se conosce qualche medersa. Ce ne dovrebbero essere di bellissime qui attorno, accessibili ai turisti. Le mederse sono le antiche scuole coraniche, dove i ragazzi trascorrevano in comunità gli anni della formazione. La mia richiesta eccita incredibilmente il nostro accompagnatore che comincia a farfugliare una lingua incomprensibile. Da quanto dice, le mederse dovrebbero essere tutte chiuse, in restauro forse. Vorrebbe portarci subito da qualche altra parte, ma lo fermiamo. Siamo al Fondouk en-Nejjarin, una piccola piazza che sembra enorme dopo il percorso tortuoso dei vicoli.  Nella carta del touring riconosco finalmente una rappresentazione corrispondente alla visione che ho di fronte: comincio ad orientarmi! Da qui non dovrebbe essere difficile raggiungere le porte della città, dov’è il museo di Dar el Batha. Ma prima dobbiamo entrare nel settecentesco palazzo en-Nejjarin, una tappa fondamentale della guida Lonely Planet, col museo del legno e la terrazza dove prendere il té.

DSC00384Joseph aspetta in ansia, nascosto da qualche parte fra le bancarelle. Non potrebbe accompagnare i turisti: se la polizia lo scopre, passa dei guai. Accetta malvolentieri di guidarci attraverso le strade affollate dove stanno appostate le guardie in borghese. Così, quando gli chiediamo di guidarci verso il museo di Dar el Batha, lui cambia strada e scende di nuovo nei vicoli stretti senza una direzione precisa. Ricominciamo col solito labirinto della mattina, dove non c’è nessuno, neanche la polizia. Ormai l’abbiamo capito il gioco di questi ragazzi. Ci prendono in giro. Anche Abdul aveva paura di imbattersi in qualche poliziotto e si è arrabbiato quando gli abbiamo chiesto di andare diritto a el Quaraouiyyin, dopo una mattina su e giù al riparo dai rischi nei vicoli del suo quartiere. Claudia è di nuovo stanca, non ce la fa più a camminare in salita e in discesa su quelle strade. Chiediamo a Joseph di accompagnarla in albergo con Antonio, mentre io e Adina ce la caveremo da soli, finalmente liberi di perderci e di ritrovarci con le nostre forze nella medina di Fés. Joseph non crede che troveremo l’albergo e ci canzona di lontano: nella medina di fés nessun turista torna a casa da solo il primo giorno!

In una città primitiva, la mappa può essere d’aiuto, ma non puoi usarla come guida. L’orientamento è un fatto viscerale, come quello dei gatti che tornano a casa da distanze chilometriche. Finché vai in salita non sbagli: oltre il crinale troverai le strade affollate come torrenti. Allora segui la corrente  nel verso del sole che sorge, o in quello del sole che tramonta. Tutte le vie  portano da Dar el Batha a El-Rcif, a due passi dal nostro albergo. Da El-Rcif al Patio sono pochi metri, dopo i giri del mattino è una strada che conosciamo ormai a memoria. Senza il lacci di un percorso guidato, la città rivela l’anima più profonda. Il mercato della sera è il più bello della giornata. Oltrepassata la moschea el Quaraouiyyin, la porta di una medersa si apre e si richiude dietro di noi nell’ombra della sera, senza che la cercassimo. Potrebbe essere el Attarin, invece è ech Cherratin, un edificio maestoso del Seicento, con belle decorazioni e cinque cortili, coi portici di legno di cedro, su tre piani…

DSC00395

Fès, il groviglio della medina (I)

8 aprile, 2013 § 1 Commento

DSC00376Medina, la città dove Allah si è rivelato attraverso il profeta, ha lasciato traccia del suo nome nei centri islamici dell’Africa settentrionale, dove le strade si restringono e si raggomitolano l’una sull’altra, al punto da non essere più strade, ma sentieri contorti fra muri altissimi che si richiudono sopra la testa. Il cielo, quando si vede, è un frammento in alto, lontano come la luce che filtra in un pozzo. Le medine sono un eterno mercato che pulsa nel cuore delle città nordafricane, spazi minimi fra un muro e l’altro, dove si aprono le anguste botteghe senza luce, sufficienti per comprare e per vendere. Formicai di attività dove un’umanità fluida sguscia fra un luogo e l’altro senza urtarsi. La rete di vie è cresciuta su se stessa senza un piano, ma seguendo regole condivise, un passo dopo l’altro. Ha la forma di un tessuto organico: un sistema nervoso reattivo, percorso da abitanti messaggeri. E’ questa la struttura della città preistorica. Dovevano essere così i centri abitati del medio oriente, quelli narrati dalla Bibbia mille anni prima di Cristo: aggregazioni spontanee di focolari domestici, con una efficace struttura d’insieme aldilà dell’apparente irrazionalità. Funzionali soprattutto alla difesa: chi ci entrava per conquistarli, ne veniva conquistato. I meandri della viabilità avevano il potere di assorbire gli invasori e di digerirli come i canali di un intestino.

DSC00269Il tassista con la faccia da orso ci fa scendere dal suo mercedes scassato all’ingresso della medina di Fes. Non conosce l’albergo riad le Patio che gli abbiamo indicato sul biglietto. Dei due ingressi alla medina ha scelto il primo, dov’era più semplice arrivare. Peccato che sia quello sbagliato. Ma a Fes non si può restare a lungo con l’aria smarrita in mezzo alla strada: una nuvola di ragazzi si fa avanti con la pretesa di guidarti ovunque attraverso il groviglio di strade della città vecchia. E’ ormai sera e siamo stanchi. I giovani dalla faccia scura dicono di conoscere il nostro albergo, dobbiamo fidarci per forza. Cominciamo una discesa fra i muri contorti dei vicoli, che sono più stretti e più vecchi di quelli del ghetto di Roma. Una curva, un’altra curva: la strada non finisce mai. Non abbiamo un filo da stendere nel labirinto e neppure le briciole di Pollicino. Il percorso tortuoso sembra aggrovigliarsi su se stesso, potremmo passare due volte dallo stesso punto senza accorgercene, ma dobbiamo fidarci dei nostri giovani accompagnatori. Ad ogni angolo la loro faccia cambia,  si passano il compito come in una staffetta, spariscono e ricompaiono più giù.

DSC00278Adina teme il peggio e vorrebbe già chiamare la polizia, ma io e gli altri facciamo appello all’entusiasmo dei turisti di passaggio. Dopotutto è molto pittoresco, anche gli accompagnatori sono parte dell’ambiente. Affrontiamo l’ultimo rettilineo di nuovo in salita, sotto i muri cadenti di una piazzetta minuscola ridotta a discarica, con una banda di bambini sfrontati che giocano a pallone. Giriamo per l’ultima volta a sinistra, in un vicolo buio, più lungo del necessario. E’ incredibile che il riad Le patio de Fes sia proprio qui, in fondo ad un cunicolo nero che sembra una trappola. Siamo arrivati, non ci resta che suonare il campanello. Speriamo che dentro ci sia qualcuno. Al citofono risponde Rashid, apre la porta, ci sta aspettando: un silenzio aristocratico smorza l’eccitazione del tragitto avventuroso che ha portato fin qui. Rashid è un omone giovane e quieto, dai lineamenti mulatti, e parla sottovoce. Chiede se vogliamo chiamare davvero la polizia: no, meglio di no. Abbassiamo un po’ la voce: ci sono altri ospiti e noi stiamo gridando. Siamo i soliti italiani.

DSC00249Le patio de Fes è un riad, vale a dire un piccolo albergo di nove stanze, ricavato in una bella casa storica rimessa a nuovo da un medico francese di Bordeaux, che ha voluto dare un impulso all’economia turistica di Fes, manifestando la sua straordinaria passione per questo luogo negli innumerevoli particolari dell’arredo del suo albergo. Il cortile su cu affacciano i tre piani di stanze è diventato un salone, chiuso in alto da un lucernaio trasparente. E’ decorato di legno, stucchi e ceramica, come nella migliore tradizione araba. Tutto testimonia un attaccamento affettuoso a questo luogo, dove fra i camerieri c’è perfino qualche erede della vecchia proprietaria, che ricorda di averci vissuto con la nonna, quando ancora il patio era un cortile come tanti altri nella medina di Fes, cella di un alveare accanto ad altri innumerevoli cortili quadrati.

DSC00246Dalla terrazza in alto non si vedono i vicoli, troppo stretti, ma solo le sommità piane delle case degradanti, muri cadenti coi cortili forati come pozzi, atrii e peristili più o meno grandi, espressione di una tradizione antica a cui si erano ispirati anche i romani. I minareti svettano sui tetti: alcuni bianchi, altri con le decorazioni geometriche delle ceramiche verdi. Le loro forme parallelepipede esprimono un gusto razionalista. Fossero stati campanili, li avrei datati a colpo d’occhio. Ma delle moschee di Fes non ne so nulla e niente suggerisce un termine di datazione chiaro per queste forme nuove. La città risale all’ottavo secolo: sarebbe sorprendente se le torri delle moschee fossero rimaste intatte da quell’epoca…

DSC00281All’indomani alle nove del mattino, il giovane che il giorno prima ci aveva guidati in albergo si presenta puntuale per reclamare la continuazione del suo servizio di accompagnamento, al prezzo concordato di 150 dirham per quattro persone. Per l’insistenza, sembra impossibile dirgli di no. Sarebbe interessante sfidare da soli il labirinto -il modo migliore per conoscere una città è perdersi- ma sappiamo che in un posto come questo non sarebbe così ovvio ritrovarsi. Ognuno di noi vorrebbe andare in una direzione diversa e nell’incertezza si farebbero avanti altri ragazzini con analoghe pretese. Tanto vale consegnarci subito ad Abdul. Eccolo: è alto, col viso scuro schiacciato e gli occhi neri. Ha una dignità orgogliosa, da cavaliere triste. Dice qualcosa in italiano e lo seguiamo senza paura. Ha una predilezione per gli antichi mestieri che si svolgono lungo le strade e dentro le botteghe.

DSC00284Il suo scopo è condurci nei negozi, per fare acquisti, ma dissimula questa intenzione con lunghi giri tortuosi che moltiplicano il labirinto e lo fanno sembrare ancora più vasto. Ad un crocevia provo ad orientarmi sulla mappa del touring. Chiedo ad Abdul di indicare la posizione con un dito, ma lui guarda in modo evasivo il mio libro, come se gli avessi mostrato la mappa di un’altra città. Forse ci sono approssimazioni vistose, qualcosa non torna nella raffigurazione cartografica delle guide italiane. Anche il touring club potrebbe essersi arreso di fronte alla complessità irriducibile della medina di Fes. Il reticolo di strade del disegno potrebbe essere una rappresentazione allegorica, come le città inventate nei frontespizi dei libri antichi: del tutto inutile per orientarsi. Oppure Abdul non sa leggere le carte topografiche. Anche questo è possibile, ma non posso dirlo con certezza.

DSC00287La tappa più importante dell’itinerario del mattino  è il negozio di pellame che si affaccia sulle concerie del Guerniz, a due passi dal mausoleo del Mulay Idriss, nel centro monumentale che sfioriamo senza ancora metterci piede. Visto dall’alto, lo spettacolo delle concerie toglie il respiro, non tanto per l’odore molto forte, ma per la scena medievale degli operai immersi nelle innumerevoli vasche colorate, sotto i muri neri e grigi dei caseggiati che si alzano attorno come le quinte di un teatro cadente. Le pelli da lavorare arrivano a dorso di mulo fino dentro al cuore della medina. Questi animali primitivi sono incredibilmente competitivi nell’arena dell’economia globale, più competitivi di certe produzioni italiane inesorabilmente dismesse. La sopravvivenza di tecniche antiche si spiega forse con l’eccesso di una manodopera che non è stata dirottata altrove. Nessuna modernizzazione è riuscita a recidere i legami con le produzioni protoindustriali. Eppure anche qui ci sono le città nuove, con i profili di fabbriche moderne, monumentali, come in Europa. Due velocità parallele sdoppiano la realtà di Fes su due piani diversi, di cui solo uno è contemporaneo al nostro presente. L’altro è rimasto fermo nell’età indefinita di una storia primitiva che guarda il futuro dal passato, senza temerlo.

DSC00292Siamo a due passi dalla moschea Quaraouiyyin, ma non ne siamo consapevoli. La lavorazione protoindustriale della pelle non sembra compatibile con la monumentalità di un antico centro d’arte. Dopo una sosta nel negozio dell’Argan, Abdul oltrepassa l’ El Rsif ed indirizza il suo passo veloce verso gli altri mercati del quartiere degli Andalusi, nella collina di fronte, dove dice di abitare. E’ difficile accorgersene, ma siamo vicinissimi al nostro albergo: in due ore abbiamo fatto solo un giro nel quartiere. I monumenti veri sono poco distanti, nel punto più alto della città, ma non li abbiamo ancora intercettati. Il quartiere degli Andalusi dove abita Abdul è pieno di vita: meno stretto, con molti rifiuti sparsi ed innumerevoli antenne paraboliche sui tetti. E’ ormai mezzogiorno e la folla aumenta, tanto da rendere difficile il ritorno nelle vie strette della medina. Una sosta nella strada dei tintori fa pensare che la medina di Fes sia solo una messa in scena, una specie di riserva indiana da fotografare per cinque dirham. Eppure non è un gioco: la produzione è vera mentre l’attrazione turistica è un economia collaterale, del tutto secondaria rispetto alle vasche ribollenti di odori e di colori.

DSC00322E la moschea Quaraouiyyin? Doveva essere la principale attrazione turistica, mentre noi siamo rimasti nei vicoli, fra le bancarelle, tutta la mattina. Troppa gente: Claudia dice d’essere stanca e non vorremmo che svenisse proprio qui, fra le braccia di un moro. Abdul è in ritardo, prima della moschea ci sarebbero i tessitori: il suo giro è fatto così, prendere o lasciare. Non ha altro tempo da dedicare a noi nel pomeriggio. All’improvviso dobbiamo essergli sembrati insopportabili, con le nostre lungaggini e le solite pretese da benestanti spilorci. O è qualche altra paura ad averlo messo in crisi? Ci riporta in albergo per una pausa di mezz’ora, ma poi manda tutto all’aria e se ne va arrabbiato, senza farsi pagare. Ancora una volta l’albergo è incredibilmente vicino, col solito silenzio innaturale nel salone inondato dalla luce del primo pomeriggio. Torneremo fuori più tardi, per cercare il Quaraouiyyine e vedere i monumenti attorno. Se non c’è più Abdul, qualcun altro ci accompagnerà.

Il treno per Fès

5 aprile, 2013 § 1 Commento

DSC00190a Casablanca la stazione voyageurs ha conservato lo stile coloniale della prima metà del Novecento. Parrebbe troppo piccola per una città di sette milioni di abitanti, ma non c’è molta gente: la fila in biglietteria corre veloce; le pensiline fra un binario e l’altro sono corte ma sufficienti per quel traffico rarefatto, dilatato sui tempi lunghi dei viaggi africani. Nel giorno di preghiera la città non si ferma, anzi si muove più in fretta, con le auto in colonna verso mezzogiorno, di corsa alla moschea. Anche di venerdì i treni veloci per Fès partono puntuali ogni due ore. Prendendo quello dell’una e un quarto, l’arrivo è previsto un po’ prima delle cinque. La  ferrovia esce in fretta verso nord, direzione Rabat, e corre diritta, appena rialzata sul pendio leggero che degrada regolare sull’oceano. Il sole riscalda i prati verdissimi di marzo sotto il cielo blu. Non ci sono confini, a parte il mare, e l’orizzonte si allarga. In lontananza spuntano i camini di grossi impianti industriali. E’ questa la west coast della conquista araba, il far west nordafricano delle leggende islamiche che si perdono nella notte dei tempi.

DSC00233Nei prati pascolano le vacche magre, coi pastori vecchi ed i bambini seduti a terra in un ozio vigile. Le mucche sono tenute alla larga dai binari con muri di cemento, che si interrompono di tanto in tanto per fare passare i pedoni. Mancano i passaggi a livello perché non servono. Non si vedono automobili: le strade sono sentieri rossi di terra battuta che attraversano i binari dove c’è bisogno. File di uomini vestiti a festa tornano a casa a piedi dalla moschea nelle prime ore del pomeriggio. Attraversano i binari in fila davanti al treno che si fa largo con due fischi: il primo acuto, il secondo lugubre. Le loro case sono baracche, pezzi di lamiera accatastati che si confondono con i rifiuti. Sopra i tetti brillano le parabole satellitari, rivolte nella stessa direzione come simboli religiosi in ascolto di una voce divina. Anch’esse sono il segno di un dio, come la stella e la mezza luna araba, e verrebbe da credere che siano tutte rivolte verso la Mecca.

DSC00455La moderna capitale Rabat è annunciata da caseggiati bianchi e grigi incompiuti, dove qualcuno è andato comunque a vivere. Prima di entrare in città, la ferrovia attraversa lo zoo, che simula un paesaggio dell’africa nera, poi lambisce le pareti di un grande stadio monumentale. La capitale del Marocco non è poi così grande: superato il fiume, sull’altra sponda fanno eco le mura dorate di Salé, che gli antichi romani chiamavano Sala. Dopo Rabat la ferrovia si allontana dal mare ed il paesaggio spoglio assume i tratti di un tavoliere, fra le montagne dell’Atlante e quelle del Rif. Dopo la diramazione per Tangeri, la ferrovia si dirige con decisione verso l’entroterra collinare che ha un aspetto sempre più familiare, morbido come i paesaggi dell’Italia centrale, senza case sparse e senza fabbriche, come poteva essere l’Italia di cent’anni fa. I braccianti percorrono chilometri fra un campo e l’altro, con gli attrezzi in mano, e si siedono ai crocevia per mangiare un boccone. Qualcuno si appisola all’ombra sotto una pianta frondosa, nel modo in cui stava steso Goethe nel famoso ritratto di Tivoli. Non è un caso che gli imperatori romani avessero fissato entro l’orizzonte di queste colline il capoluogo africano del loro impero, nell’antica città di Volubilis. All’inizio della storia islamica, i conquistatori arabi si insediarono in quel che restava della città di Volubilis, ma si spostarono ben presto un po’ più a nord, ai piedi dell’Atlante, dove il territorio offriva acqua in abbondanza, ampie valli e difese naturali. La nuova città la chiamarono Fès, che vuol dire “colpo di piccone”: un gesto fondativo è implicito nel nome della prima capitale del Marocco, all’incrocio fra il mondo arabo ed i Berberi dell’Atlante.

DSC00480Mancano cento chilometri alla città di Fès, ma prima c’è Meknes, dove il Mulay Ismail  aveva costruito una nuova città imperiale in gara col Re Sole, alla fine del Seicento. Il treno rallenta, si ferma e riparte. Va a passo d’uomo in campagna, fra corsi d’acqua scroscianti e paesaggi sempre più verdi. Raggiunge una stazione secondaria e si arrende. Si ferma in una sosta prolungata oltre misura, che pare non debba finire mai. La ferrovia a binario unico riserva sorprese. La gente scende senza fare domande e va ad aspettare in piedi sul marciapiede. Passa mezz’ora, un fischio richiama tutti in carrozza, ma è una falso allarme, il treno non riparte: di nuovo tutti giù, con calma, senza fare troppe domande. Un’ora dopo un altro fischio: salite, è quello buono, si riparte!  Il ritardo non scalfisce la calma dei viaggiatori locali che ripartono come se non fosse successo nulla. In un viaggio di mezza giornata, che differenza fa un’ora in più? In carovana ci sarebbero voluti almeno quattro giorni… Arriviamo a Fès mentre i raggi caldi del sole illuminano ormai orizzontalmente i muri maestosi della nuova stazione ferroviaria, modernissima, costruita su misura per folle oceaniche di futuri turisti. Questa modernità non lascia immaginare il groviglio di muri e di strade nella città vecchia: la medina di Fès è vittima di un’incantesimo. Per venirne fuori, serve una macchina del tempo.

DSC00238

Casablanca

4 aprile, 2013 § 2 commenti

2013-03-29 10.55.03La quiete scolastica è un rifugio, ma a Pasqua bastano cinque giorni per immergersi altrove. Il tempo cambia ritmo e riprende a scorrere dove l’avevo lasciato in qualche vita precedente, sospeso, in attesa di continuare, chissà, domani o dopo ancora. La percezione soggettiva non dà una misura esatta del tempo. Nel respiro di una vacanza si fanno i conti con quello che nella vita è successo, e con quello che non è ancora riuscito ad accadere. In Marocco non c’è Pasqua, ma il Venerdì Santo si fa festa come tutti i venerdì dell’anno, giorno di preghiera per il dio dei musulmani. Le feste religiose islamiche sono fissate nel calendario lunare e scorrono indietro di dieci giorni, da un anno all’altro, compreso il Ramadan, che in questo 2013 comincerà con la luna nuova di luglio, il nove del mese. Sarà faticoso digiunare sotto il sole della canicola.

2013-03-29 10.49.40A Casablanca ci sono due capolinea ferroviari, a cui i francesi hanno dato il nome abbreviato di Casa Port e di Casa Voyageurs. Casa Port è nel cuore della città, dove ti aspetteresti di trovare il Rick’s Café Américain di Humphrey Bogart, e serve perlopiù il traffico locale. I treni veloci per Rabat e Fes partono da Casa Voyageurs, che è la stazione principale, sempre in centro, ma in un’area un po’ più dimessa, con i palazzi coloniali dipinti di bianco e le palme che si allargano sulle ampie vie di traffico in tutte le direzioni. Per raggiungere Casa Voyageurs dall’aeroporto basta poco più di mezz’ora e l’ultimo treno della giornata parte alle dieci di sera. A quell’ora la città è già deserta ed i lampioni rossicci fanno una luce sommessa sulle vie polverose della periferia: non c’è vita notturna nelle strade, perché la gente si alza presto di mattina.

2013-03-29 10.29.46Adina se la ricordava più ordinata, più pulita, più francese: non mette piede a Casablanca da trentaquattro anni, dopo averci vissuto coi genitori ai tempi delle scuole elementari. I viali che portano in centro adesso sono piuttosto cadenti, le vetrine sbarrate, certi portici monumentali ridotti a deposito di rifiuti. E’ il destino delle metropoli che si sviluppano in maniera tumultuosa: certi angoli del centro si trasformano in cimitero, mentre la gente va ad abitare nei sobborghi in crescita. In cent’anni Casablanca ha avuto un’espansione vertiginosa. E’ passata da poche migliaia di abitanti ai sette milioni dell’attuale grande città. La sua storia è tutta coloniale, con un ruolo strategico durante la seconda guerra mondiale, quando Roosevelt e Churchill si riunirono proprio qui per fissare la strategia finale contro la Germania nazista, nel gennaio del 1943. I festeggiamenti per il centenario del porto che i Francesi hanno costruito nel 1913, si svolgono proprio adesso a Casablanca, con il re Mohammed VI in prima fila.

2013-03-29 10.41.25L’attuale re del Marocco ha un’aria rassicurante e fresca nelle foto giganti che lo ritraggono come un sovrano antico, appese dappertutto nei luoghi pubblici. Ma suo padre Hassan II, scomparso nel 1999, aveva la fama di un despota. Dice qualcosa la moschea che porta il nome di Hassan, sul litorale di Casablanca, col minareto più alto del mondo. E’ stata costruita vent’anni fa come una cattedrale antica, come se cinque secoli di età moderna e contemporanea non fossero passati. La cura artigianale dei dettagli decorativi racconta la storia di una società dove la tradizione è ancora così viva da confondere l’antico col moderno, senza cedere all’equivoco delle imitazioni.

2013-03-29 11.50.27

Dove sono?

Stai visualizzando gli archivi per aprile, 2013 su ...I've got a project!.