Exit poll

25 febbraio, 2013 § 1 Commento

Meteoriti, gelo e vulcani in eruzione. Perfino il papa dimissionario stava rubando la scena romana al teatro della politica. Ma ieri è tornato a risplendere il sole e quasi tutti sono andati a votare. Oggi vedo le facce dei candidati premier piazzati: almeno due su quattro potrebbero essere usciti dalla classifica del telegatto, invece è il parlamento. E pensare che nel 1980 ci eravamo scandalizzati perché Ronald Reagan da giovane aveva fatto l’attore. L’exploit di Grillo potrebbe superare le aspettative e sarà una degna cornice ai vecchi giochi della politica. Bersani canta vittoria, ma il giaguaro non l’ha smacchiato. Monti dovrebbe averlo capito finalmente, che governare gli italiani non è difficile… ma inutile. Ingroia ripiomba nel letargo: nessuna rivoluzione sarà mai civile.

Purtroppo la vera gorgone è ancora lì, coi capelli finti e le idee finte ancora di più. Quel 22% dei suoi votanti non depone certo a favore del suffragio universale come metodo di reclutamento per la rappresentanza parlamentare. Ma tant’è: stanno peggio in Tunisia. Intanto preparate i soldi per il prossimo conto. Ci sarà da pagare anche quello della lavanderia, smacchiatore incluso.

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La carità dei ricchi

17 febbraio, 2013 § 2 commenti

Per la prima volta in un museo statale ho comperato un biglietto ridotto, con la tessera da docente della scuola pubblica, che mi è stata consegnata un mese fa. Le tessere elettroniche appartengo ad un futuro che non ci riguarda: il documento dei professori di ruolo è una cartina fragile, tipo carta di identità, ma è verde anziché rosa. Farsi ridurre il biglietto di un museo, anche se solo del trenta per cento, è un privilegio d’altri tempi che i provvedimenti di legge si sono dimenticati di revocare. Nella scuola ci sono ormai entrato di ruolo e non riesco più a parlarne con lo stupore del dilettante. Se penso all’altra vita che facevo fino a qualche anno fa, mi sembra così lontana, eppure non è passato tanto tempo. Quando incontro qualche amico che è rimasto legato ai miei vecchi lavori, mi accorgo che si rivolge a me come se io fossi un altro me stesso: parla all’altra pelle dismessa insieme alla fabbrica, non a quella nuova di tre anni fa.

Don Pietro mi aveva visto crescere con incarichi complessi in un duro ambiente di lavoro e non mi considera ancora un professore. Non si aspetta che parli bene dell’esperienza che faccio nella scuola media pubblica: dopotutto potrebbe essere soltanto un ripiego. A molti succede di doversi accontentare, nella vita così come nel lavoro. Invece gli racconto che non sono mai stato così bene. Da quando insegno a scuola, nessuno espropria più il mio tempo. La qualità delle relazioni umane non sarebbe di certo migliore se, anziché a scuola, lavorassi nel consiglio di amministrazione di una società quotata in borsa. Quello che dico non rasserena don Pietro, anzi gli conferma il pessimismo di fondo che lo accompagna e lo fa diventare più tetro, ogni anno che passa. Anche per lui il mondo è cambiato: non vive più nella comunità dei preti operai di vent’anni fama è al timone di un centro di spiritualità dove presiede i servizi della Caritas di Forlì.

La città è ancora ricca. In mensa c’è un piatto di minestra per tutti. Per chi avesse perso il lavoro o la casa, c’è sempre un tetto dove ripararsi. Ma quello che è diventato davvero difficile è ridare un lavoro a chi, avendolo perso, non ha più la forza di cercarlo. E’ il lavoro il collante della società. Senza lavoro i rapporti fra le persone si sfilacciano, la diffidenza aumenta, crescono le tensioni. I ricchi sprecano quello che hanno mentre i poveri si isolano nella vergogna. Gli aiuti della Caritas arginano il disagio, ma non hanno la forza di rimettere in pista tutti quelli che lo chiedono. Chi resta escluso dal lavoro è condannato all’emarginazione e alla depressione. Un lavoro continuativo, per quanto semplice, è un fatto identitario. Oggi è un tesoro. Senza lavoro neanche i preti di buona volontà riescono più a promuovere la dignità umana. Bisognerebbe trovare la forza di una nuova condivisione. Ma la carità dei ricchi si accontenta di molto meno: si fa bella con le offerte milionarie e manda avanti qualcuno con un piatto di minestra, come se bastasse.

Il peso dell’età

12 febbraio, 2013 § 1 Commento

La notizia del Papa dimissionario ha un merito innegabile: è riuscita ad eclissare l’asfittico dibattito elettorale italiano. Stiamo aspettando il commento di Berlusconi, che non si è ancora espresso sullo “spostamento” del conclave, troppo vicino alle elezioni del parlamento che ha sede nella medesima città eterna. Potrebbero celebrarlo ad Avignone il conclave, tanto per recuperare un’antica tradizione, e lasciare la scena romana agli antipapi di Montecitorio, simoniaci e concubini inamovibili, eterni più del Papa e della città di Roma.

Ma il Papa non è un affare di politica interna. Grazie al Vaticano, l’Italia riesce ancora a salire in primo piano sul palco della comunicazione globale. Da ventiquattr’ore la BBC World dedica metà del tempo al Papa. A Roma è giunto uno stuolo di cronisti e commentatori da tutto il pianeta. Fanno confronti con quello che era accaduto otto anni fa, all’indomani della morte di Karol Wojtyla. Adesso è un’altro mondo. Gli scenari cambiano così in fretta. Benedetto XVI era stato salutato da molti come un Papa ad interim, un intellettuale ambizioso che avrebbe guidato la chiesa per qualche anno, dopo che la figura straordinaria di Karol Wojtyla era stata consegnata alla storia ed alla santità, con la S maiuscola. Ora che questo interim si prolunga più del necessario, il “papa intelligente” ha capito che i tempi sono cambiati.  Avere 85 anni, non vuol dire necessariamente essere tagliati fuori.  Il presidente Giorgio Napolitano ha due anni in più di Joseph Ratzinger e non se ne sta chiuso al Quirinale a scrivere libri sull’infanzia di De Gasperi.  L’enciclica più famosa della chiesa moderna, la Rerum Novarum, è stata formulata da un papa ottantenne, Leone XIII, che ha combattuto la battaglia del modernismo fin oltre i novant’anni, un secolo fa.  Per andarsene bisogna desiderarlo.

Certi integralisti cattolici reagiscono come se fossero stati traditi. Un Papa non può rifiutare la croce di Cristo. Ma quante cose deve essere un Papa!? Icona vivente di Cristo, profeta di pace per il mondo intero e politico accorto in casa propria, sull’orlo degli scandali che attanagliano il Vaticano. Se è vero che Benedetto XVI meditava da un anno questa decisione, un ruolo l’avrà avuto anche la vicenda del povero Paolo Gabriele, maggiordomo corvo e capro espiatorio di una strana faccenda interna alle stanze della curia. La corte vaticana ambisce ad un papa incapace, per manovrare nefandezze dietro le quinte. La vita media si sta allungando verso traguardi che prolungano la sopravvivenza, ma non la capacità di stare al mondo. La Chiesa del futuro avrà ancora un ruolo nella storia, se i suoi Papi impareranno ad uscire di scena al momento giusto, prima di sopravvivere a se stessi, fantocci nelle mani oscure di certe retrovie di cui neppure immagino il colore.

Benedetto XVI è stato il primo papa del terzo millennio. Fra qualche generazione ci si ricorderà di una strana abitudine, in voga fino al 2000: che i Papi dovessero per forza rimanere legati alla loro funzione, fino al termine dei giorni terreni.

A volte ritornano

4 febbraio, 2013 § Lascia un commento

Renzi è apparso di nuovo in TV quasi contemporaneamente a Bersani, non l’uno contro l’altro come ai tempi delle primarie, ma in due trasmissioni diverse in successione. Bersani sta parlando ancora in diretta su la7: ha il viso tirato, gli occhi vagamente lucidi ed un leggero tic che gli fa contrarre gli zigomi di tanto in tanto. Non usa più le metafore colorite della tradizione agricola padana: niente giaguari da smacchiare stasera. Deve essere stato qualche esperto di comunicazione a suggerirgli questo tono più contenuto. Oppure è la nuova aria sepolcrale che spira delle ultime proiezioni di voto degli italiani, che sgonfiano il povero PD di un punto e mezzo ogni settimana, mentre gli avversari rimontano della stessa percentuale: quanto basta per arrivare al 24 febbraio in parità col centro-destra. Non è sorprendente, l’avevamo già visto nel 2006.  

L’ex avversario di Bersani ha incassato la sconfitta alle primarie del PD e fa capolino con l’occhio furbo del filosofo che dice di amare la quiete della propria città. Il fenomeno Renzi è rientrato. Non si è candidato a queste elezioni e da sindaco di Firenze non ha lezioni da dare ai grandi vecchi del partito. L’unica cosa che è riuscito a rottamare è il camper, anzi, non ha rottamato neanche quello: dice di averlo venduto ad un’asta di beneficenza. Ora l’ex avversario di Bersani è stato riesumato per qualche comizio nelle regioni in bilico e lui non si sottrae alla richiesta d’aiuto, che suona come un SOS. E’ da gentiluomini dare una mano a quell’oligarchia interna che appena qualche mese fa gli sparava addosso. E intanto i fedelissimi della base del PD emiliano, passati indenni attraverso i muri della guerra fredda, lo apprezzano e dicono che non sfigurerebbe come prossimo segretario del partito. L’orientamento di voto degli italiani, così come è emerso dagli ultimi sondaggi, deve fare proprio paura.

Ma a non mandare giù la svolta amichevole dei due ex avversari del PD sono certi supporter di Renzi, che avrebbero voluto la vittoria di Davide contro Golia alle primarie. Un Davide alleato con Golia a Firenze non sarebbe riuscito a scolpirlo neanche Michelangelo. E’ comunque eccessivo il timore di certuni che vedrebbero Renzi appiattito sulla componente affarista emiliana ex PC. Le diverse anime del partito troveranno un punto di incontro, che sarà tanto più spostato verso Renzi quanto più il PD di Bersani uscirà bastonato dalle elezioni politiche. Forse la paura di non vincere spaventa Bersani, che cerca un’inversione di tendenza con Renzi in prima linea.  Ma Renzi non funziona come Balotelli al Milan e neanche come il rimborso dell’IMU sul conto corrente.

Chi aveva intenzione di votare la squadra di Renzi dovrà comunque aspettare un altro giro di elezioni politiche e intanto sperare che la prossima legislatura non duri fino alla fine: un desiderio destinato ad avverarsi quanto prima, se l’esito del 2013 sarà simile a quello del 2006. Dejà vu. Ma c’era proprio bisogno di questa replica?

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