La forma degli alberi spogli

29 gennaio, 2013 § Lascia un commento

DSCN1678Ecco i giorni più freddi. Ai lati delle strade, in campagna e nelle periferie sconnesse fra i centri urbani, corrono gli alberi spogli, i tronchi nudi disseminati in pianura e l’intrico dei loro rami neri contro il cielo. Il flusso vitale è rallentato, quasi congelato. D’inverno questi alberi sono fantasmi della vita che riprenderà a fluire in primavera. Ora che sono immobili, tutta la loro storia è immortalata in un’immagine istantanea. Come in un fotogramma, nei rami contorti resta impressa l’energia della natura. E’ una registrazione fedele delle verdi esplosioni del passato, delle potature amorevoli oppure affrettate, delle imprevedibili tempeste di vento e di neve, che hanno spezzato alcuni rami sviluppandone altri su percorsi contorti, senza interrompere la vita della pianta nel suo insieme. Ci sono tronchi secolari, segati a metà dalla sorte e rifioriti col guizzo sottile di una giovane pianta, alberelli infantili che non vogliono crescere all’ombra di altre chiome giganti, tronchi storti, deviati dalla vita su curvature improbabili. E poi c’è il pioppo, che non ha mai cercato di allontanarsi dalla sorte più ovvia del cortile di casa.

Guardo gli alberi spogli, l’intreccio dei rami, i tronchi tagliati, e mi sembrano umani, con le loro storie così vicine alle nostre.

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La retorica del giovane

26 gennaio, 2013 § Lascia un commento

Nella campagna elettorale di carnevale, anche i ribaldi che contendevano il primato ai vecchi volponi sono stati riesumati: Alfano a destra, Renzi a sinistra. Per la festa una parte ce l’hanno tutti, come nelle famiglie patriarcali di una volta, i giovani li mettiamo in vetrina, basta che non siano troppo invadenti. E se dobbiamo abbassare l’età media dei parlamentari, è meglio che i giovani siano giovanissimi. I ventenni funzionano meglio dei trentenni: “Così li tiriamo su”. Dicevano la stessa cosa anche in fabbrica -i vecchi che non volevano cambiare metodo- quando veniva assunto un giovane. Se la fabbrica l’hanno chiusa, una ragione è anche questa. Il parlamento non chiuderà, daccordo, ma dove andrà a finire? Per non essere cacciati allo scoccare dei trentacinque anni, i giovani in vetrina dovranno pensarla come i vecchi che li hanno cooptati, buoni buoni, zitti zitti. Quale rinnovamento? Maquillage.

Il voto dissociato

20 gennaio, 2013 § 3 commenti

Neanche il mio consulente finanziario sa più chi votare. Ci vorrebbe qualcuno senza infamia e senza loden. In un’epoca in cui le preferenze non vanno più di moda ed anche il voto disgiunto ha perso di significato, il voto dissociato potrebbe essere la soluzione giusta, per rispondere alle contorsioni di destra e sinistra. Con i discorsi preelettorali che si sentono in giro, è evidente che la dissociazione regna già. Non sappia la mano destra quello che fa la sinistra! Chi non ha ancora finito di scrutinare le primarie della propria identità e dentro di sè sa di essere un po’ democratico e un po’ liberale, a volte autoritario e spesso permissivo; chi non ha intenzione di rinunciare al proprio diritto di voto, in linea con la dissociazione dilagante, il segno potrebbe metterlo un po’ di qua e un po’ di là. E’ un peccato che le schede elettorali siano soltanto due.

Perdonate la leggerezza, ma dopo le primarie del PD, cosa resta da decidere? La sconfitta di Renzi ha rimesso in sella Bersani, Berlusconi e Monti. Le elezioni secondarie di fine Febbraio servono a definire i confini reciproci di questi tre finti nemici, che saranno presto di nuovo alleati. Limature, soltanto.

Il paese dei pini-palma

14 gennaio, 2013 § Lascia un commento

DSCN1674_2Se non fosse per lo sfondo del cielo plumbeo che annuncia la neve, le chiome spelacchiate di questi alberi parrebbero palme del deserto, vicino ad un’oasi. Come i barboncini delle signore, tosati ad arte per sembrare piccoli leoni, i pini di Pinarerella fingono d’essere piante esotiche di una razza d’oltremare. Per realizzare un taglio alla moda come questo, il potatore potrebbe aver tratto ispirazione dal parrucchiere di Mario Balotelli. Ma vorrei dare almeno una ragione a questo intervento eccessivo che snatura la natura. E’ una progettualità talmente proiettata nel “futuro” da disdegnare l’effetto ridicolo del “frattempo”? O è  la tradizione del giardino all’Italiana che incontra la potenza farneticante della motosega? Molti rami tagliati equivalgono a molto lavoro. Al cliente che paga, bisogna fare vedere come il prezzo più alto sia adeguato al molto lavoro svolto. Ma la motosega va da sè, e taglia un ramo e ne taglia ancora, che è un piacere. Peccato che l’albero finisca subito. Qualche ramo -per ricordo- bisognerà pur lasciarlo in cima, come i capelli di certe rasature di moda, che lasciano in testa un’idea Michelangiolesca di incompiuto.

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L’inverno della post-democrazia

13 gennaio, 2013 § Lascia un commento

Sono rientrato nella mia vita di provincia dopo aver trascorso qualche giorno a Roma e la Romagna adesso mi sembra un esperimento di spazio sottovuoto. I vapori esalano quel poco che resta dell’anima della scorsa stagione sul litorale, ma il centro delle città è ancora più rarefatto, perché la vita si è ormai spostata nelle città ultraterrene dei centri commerciali che si raggiungono in automobile. Le innumerevoli rotonde, una dopo l’altra, rilanciano la fantasia degli autisti verso nuovi inutili acquisti. I luoghi della storia -piazze e viali cittadini- sono colpiti da sindrome americanizzante e si svuotano non appena i pochi negozi sopravvissuti chiudono le saracinesche. Di sera in piazza restano gli arabi imbacuccati nei cappotti, ai margini delle strade, in crocchi sfaccendati come i nonni di cinquant’anni fa. La voce scomposta di un senegalese solitario col passamontagna arriva ondeggiando in bicicletta, noncurante della crisi che impedisce la costruzione delle piste ciclabili. Per lui la strada è un lusso già sufficiente, la sua bicicletta si muove senza fare domande in mezzo ai camion e fra le auto che schizzano ai cento all’ora. E’ lui l’abitante perfetto del futuro che ci attende.

La sindrome americanizzante dell’urbanistica assume tratti espliciti anche nel litorale cervese, dove addirittura un grattacielo suggellerà una nuova dimensione cittadina. Lo vedremo calare dall’alto durante il 2013. Deve piacervi, per forza! Ma a molti non piace, imbevuti di pregiudizi per così dire democratici, vorrebbero bloccarne la costruzione a colpi di maggioranze referendarie e non colgono la bellezza autoritaria di un grattacielo imposto dall’alto, da molto in alto, ai piccoli funzionari della politica locale che non possono dire di no. Mancano le valutazioni di impatto economico e di viabilità, e le complesse valutazioni di impatto ambientale per questo colosso costruito sul mare, ma a che servono? Il grattacielo è il prodotto residuale di una macchina che serve a fare girare denaro nelle tasche giuste, con la promessa di spartire un po’ di quel denaro anche in lavori di utilità pubblica, aiuole e risanamenti di luoghi dimenticati da decenni. Le democrazie non riescono a produrre grandi opere, con tutti quei distinguo e la paralisi delle opposte opinioni. Per le grandi opere servono i totalitarismi: i democratici cervesi l’hanno capito bene. E per fare tornare i conti con quello scomodo nome di “democratico” che si portano appresso nel simbolo del partito, si sono inventati in extremis un progetto di autoassoluzione, cosiddetto di democrazia partecipativa, nel cuore dell’inverno.

Stamattina anch’io ero invitato al progetto partecipativo di trekking urbano, battezzato Cervia d’Amare, nel bel mezzo di un gelido inverno sotto i pini di Milano Marittima.  Purtroppo (per fortuna) una fastidiosa sinusite mi ha tenuto alla larga da questa affascinante gita nella nebbia con buffet finale. Due simpatiche ragazze “a progetto” -architetti esperti di comunicazione- sono state incaricate dall’Amministrazione pubblica (o da privati, chissà…? ) con l’arduo compito di salvare le apparenze democratiche: distogliere l’attenzione dalla fissazione monomaniacale del grattacielo e chiedere ai cittadini idee sul verde pubblico e sul recupero di vecchi edifici. Con tanti esperti superdotati e pagati profumatamente, che bisogno c’è di chiedere idee ai cittadini blanditi coi giochi della comunicazione? “Cittadini per un giorno” e sudditi gli altri trecentosessantaquattro…   Il mio parere lo esprimerei volentieri, e sarebbe  puntuale e circostanziato, da professionista.  Ma richiederebbe un compenso simbolico -diciamo cento Euro?- un gettone di presenza per il disturbo di mezza giornata festiva trascorsa fuori casa. I cittadini conoscono i canali istituzionali e cercano di esprimersi nei modi della democrazia già da un po’ di tempo. Ma le modalità previste dalle leggi democratiche (interpellanze, referendum…) non funzionano più nella post-democrazia di Cervia. Il governo della città è infastidito dalla disapprovazione della gente e non vuole rispondere, non può rispondere direttamente, forse perché non è padrone delle proprie scelte. Altri poteri lo sovrastano. I cittadini non resta che illuderli, il trekking urbano arriva dopo le feste come l’ultimo gioco di società: l’osso tirato al cane che non deve mordere.

Fin dentro la piramide

7 gennaio, 2013 § Lascia un commento

DSCN1653Lasciato alle spalle l’archeo pop di Palazzo Valentini, l’esplorazione archeologica di Roma può continuare all’aperto e nei sotterranei come in una caccia al tesoro. Una folla di migliaia di persone ristagna nella fiera perenne fra i Fori Imperiali ed il Colosseo, coi centurioni finti che chiedono dieci Euro per una foto in posa. Anche questo è archeo pop, poca tecnologia, ma molto carnevale. I tratti caricaturali di certe facce e l’accento popolare romanesco dei soggetti mascherati rendono le comparse assai credibili, un fenomeno di grande successo presso i turisti del nord italia che si fanno fotografare accanto ai redivivi centurioni con l’elmo, la corazza ed una scopa rossa in testa come ornamento. L’economia turistica si regge innanzitutto sui comportamenti folkloristici delle grandi masse di visitatori che attraversano certi spazi rappresentativi come la corrente di un fiume, lasciando un solco per terra, dove altri turisti ritrovano poi il senso della medesima appartenenza. Quanta cultura ci sia in tutto questo, non saprei dirlo, forse ce n’è solo un pizzico in più rispetto a quella che trovereste in una fiera paesana, la domenica pomeriggio con lo zucchero filato e le giostre per i bambini.

DSCN1652Ma prima di esprimere un giudizio, bisognerebbe dare una definizione esatta di “cultura”, un bell’esercizio di filosofia pratica, per niente facile. Anche il folklore, le arti povere e i pellegrinaggi per baciare una reliquia sono espressioni culturali. Può sembrare pregiudiziale stabilire gerarchie fra un turismo e l’altro, così come fra una cultura e l’altra. Anche i nobili viaggiatori del passato cercavano emozioni nelle passeggiate archeologiche. Goethe o Stendhal si sarebbero lasciati trasportare da un profumo sconosciuto, dalla suggestione di un raggio di luce che filtra al tramonto, così come probabilmente capita adesso agli innumerevoli asiatici che vagano con l’occhio appeso all’obbiettivo della macchina fotografica e fanno di se stessi un rumore di fondo sulle vie della città. Ma Goethe e Stendhal amavano perdersi nei luoghi, per riscoprirsi in una prospettiva inedita, mostrarsi da un nuovo punto di vista. L’itinerario era un’avventura che liberava nuove visuali nello spazio e nel tempo. Era un esercizio interiore, per affinare strumenti di giudizio estetico e forse anche morale. Era una pratica attiva, esercitata in piena libertà. Dunque il turismo, se fosse una forma di cultura, dovrebbe insegnare l’esplorazione come pratica attiva, fare cogliere l’intreccio di dettagli sempre più minuti, con lo scopo di affinare le capacità percettive e di giudizio. Non ha niente a che fare con le giostre ed i saltimbanchi dei luna park…   E’ quello che sai vedere, non quante cose riesci a vendere.

DSCN1658A due passi dalle rievocazioni circensi dell’antichità classica spuntano le tracce di un’archeologia moderna disabitata e decadente nel cuore di Roma. Da una posizione verdeggiante, il giardino dell’ex antiquarium sovrasta la folla di turisti che ristagnano nel piazzale del Colosseo. La salita al Celio costeggia i ruderi del vecchio antiquarium comunale, un museo in piena regola, costruito sul finire dell’800 ed abbandonato nel 1939, a seguito dei lavori di costruzione della sottostante linea di metropolitana, che causarono cedimenti strutturali. Nessun sindaco ha ancora pensato di recuperarlo, forse perchè è troppo piccolo, oppure perchè l’edificio non ha un valore architettonico tale da giustificare un restauro. Eppure la posizione è splendida, verde, panoramica, vicinissima al Colosseo, farebbe gola a chiunque. I misteri dell’archeologia contemporanea sono a  volte più intricati di quelli dell’archeologia classica e producono rovine altrettanto interessanti. Poco più su, la basilica dei Santi Giovanni e Paolo nasconde nei sotterranei le pareti e le volte affrescate delle Case del Celio, un complesso fiorito nel corso del III secolo dopo Cristo, di sorprendente ricchezza ed in uno stato di conservazione a dir poco straordinario. Un pubblico di turisti  silenziosi, perlopiù francesi di mezz’età, si affaccia e paga il biglietto alla cooperativa Spazio Libero che gestisce questo sito archeologico ed organizza molte altre visite guidate in angoli della capitale solitamente inaccessibili.

DSCN1666Al di là dei siti che hanno regolari orari d’apertura, è ormai vasta l’offerta turistica di cooperative che consentono la visita di luoghi chiusi, in occasioni particolari. Chi a Roma ci sta almeno qualche giorno, può arricchire l’itinerario con queste visite, più facili per i residenti che per i turisti occasionali. Ad esempio, la Coopculture permette di entrare nella piramide di Caio Cestio, a Porta San Paolo, il secondo ed il quarto sabato di ogni mese. Per non essere da meno, certi funzionari della Soprintendenza che controllano la piramide ed il vicino museo della via Ostiense, il primo ed il terzo sabato del mese organizzano altre visite guidate, gratuite, in cui danno libero sfogo ad una passione per la cultura, dopo settimane di apnea dietro le scrivanie. E’ un’esperienza singolare farsi accompagnare da qualche dipendente pubblico che non ha ancora soffocato la vivacità dello sguardo dietro la noia della funzione. Consiglio a tutti di scoprire la piramide di Caio Cestio in compagnia della guida del primo sabato del mese, alle dieci e trenta del mattino… è  un viaggio appassionato al di fuori degli schemi televisivi e del politically correct. Dopo aver respirato l’aria medievale delle stanze di Porta San Paolo, che è una piccola succursale del Museo della Civiltà Romana, dedicata allo studio di Ostia Antica e dei complessi portuali di Roma, la visita mette in mostra la camera sepolcrale del console Caio Cestio, nel cuore della piramide aguzza che è incastonata nelle mura Aureliane, accanto a Porta San Paolo, simbolo di un gigantismo esoterico.

DSCN1663Dopo la sepoltura del console, verso la fine del primo secolo avanti Cristo, la cella sepolcrale venne sigillata, senza lasciare tracce dell’ingresso. Durante il medioevo qualcuno riuscì ad entrarci, attraverso una galleria obliqua forata dal lato orientale. Fu Papa Alessandro VII a sistemare l’ingresso attuale: una porta sul lato occidentale che immette in un cunicolo orizzontale, dove si deve abbassare la testa per non urtare il soffitto. Il cunicolo di Alessandro VII è davvero lungo rispetto alle misure della cella sepolcrale (un rettangolo di 24 metri quadrati) al centro della piramide, dove si soffre un po’ di claustrofobia. Le luci artificiali mettono in mostra i frammenti delle pitture antiche. Le pareti sono dipinte con decorazioni aeree del terzo stile, entro riquadri, e sono rotte in più punti da scavi antichi, alla ricerca di chissà quali tesori. Solitamente alla luce del sole rimane soltanto un’ombra delle pitture romane più belle. L ‘ombra della piramide almeno qui ce le restituisce intatte: linee rosse e blu così brillanti, da sembrare fluorescenti. Ancora per quanto?

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La “stanza intelligente” a Palazzo Valentini

6 gennaio, 2013 § 1 Commento

Il sito di recensioni turistiche Trip advisor è una referenza sbandierata con adesivi in vetrina nei ristoranti e nei musei di tutto il mondo, anche in Italia, anche a Roma, dove l’abitudine di recensire i siti turistici ha una tradizione antichissima, fin dai tempi dei viandanti pellegrini che annotavano sui taccuini le Mirabilia Urbis Romae. Fra i siti consigliati da Trip Advisor, al primo posto c’è la chiesa di San Luigi dei Francesi, per la fama dei quadri del Caravaggio con le storie di San Matteo, visibili gratuitamente. Dovendo mettere in fila quello che c’è da vedere a Roma, è difficile stabilire un ordine, ma a giudicare dal flusso turistico dominante, ai primi posti dovrebbero stare il Colosseo e la Basilica di San Pietro. Trip Advisor è un esempio di stanza intelligente, per dirla con David Weinberger, autore del citatissimo saggio Too big to know, che indaga gli esiti sorprendenti dell’intelligenza diffusa sul web. Il depositario dell’esperienza non è più un soggetto con nome e cognome, ma è la stanza virtuale in cui avviene la discussione, nel web, dove i giudizi di più interlocutori convergono, si sedimentano ed originano un giudizio d’insieme, che dovrebbe esprimere qualcosa in più della somma dei singoli giudizi, una forma di intelligenza collettiva che va oltre l’intelligenza personale. Allora vale la pena scorrere altri pareri di Trip Advisor a Roma, per vedere cosa suggerisce l’intelligenza collettiva del web al turista connesso in rete. Al secondo posto, con oltre cinquecento recensioni, compaiono le domus romane di Palazzo Valentini, che Trip Advisor giudica più interessante del Colosseo e dei Musei Vaticani, di Piazza di Spagna e di Piazza Navona. Una novità assoluta: ne avevo sentito parlare ed avevo già pensato di andarle a vedere, su suggerimento dell’intelligenza umana del professor Casini, ben prima di scoprire Trip Advisor. Palazzo Valentini è il palazzo della Provincia di Roma, che ha il retro affacciato sulla colonna Traiana, proprio in centro, a due passi da Piazza Venezia. Il biglietto occorre prenotarlo con qualche ora di anticipo, perché le visite nei sotterranei sono a numero chiuso, accompagnate da giovani inservienti con l’aria da hostess. Roma sotterranea abbonda di cunicoli e cantine affrescate, con il rumore di acque sotterranee ed il ricordo dei passi che hanno calpestato e ricalpestato quei suoli, prima che diventassero sottosuoli. I ricordi di altri sotterranei di Roma, la Domus Aurea, le case del Celio, San Clemente, fanno pregustare le meraviglie di un sito che si preannuncia analogo, nella trepida attesa dell’ora prenotata per la visita. I pavimenti dello scivolo in discesa sono ricoperti da lastre di cristallo, che fanno galleggiare i passi sulle rampe di mattoni, giù fino in cantina.

Nella prima sala dei sotterranei cinquecenteschi comincia lo spettacolo. La luce si spegne e nel buio pesto di un sito archeologico divenuto sala da proiezione compare la voce di Piero Angela, con gli stacchi sonori di Superquark. L’hostess ha il compito di indicare le vie di fuga, in caso di incidente, e lascia il pubblico in ostaggio della voce narrante artificiale. I proiettori guidano lo sguardo dei visitatori, a comando, a dorso della narrazione immaginifica del grande vecchio monopolista della cultura televisiva. Chi ha il gusto anarchico dell’esplorazione deve cedere le armi e convincersi d’essere solo una comparsa nella messinscena di una recita virtuale, come in certa fantascienza di Orwell e di Aldous Huxley. Ficcare il naso dove capita, o solo attardarsi su un particolare oltre il tempo concesso dal proiettore che lo illumina, qui è socialmente scorretto, è come alzarsi in piedi al cinema a metà del primo tempo. La messainscena, dopotutto, affascina. Siamo dentro gli effetti speciali di un documentario. Linee immaginarie fatte di luce completano le tracce delle antiche strutture e ricreano gli ambienti, così come sarebbero potuti essere, accompagnati dalla voce angelica, che dà ragguagli sulle tecniche costruttive della tarda romanità. Chissà se erano fatte proprio così, queste case, come le raccontano le immagini ricostruttive. Non c’è il tempo per guardare in autonomia. Quello che è rimasto è secondario rispetto alla cornice di effetti multimediali che sono i veri protagonisti di questo scavo, dove emergono alcuni pavimenti frammentari, senza muri antichi in alzato oltre le fondazioni, e senza affreschi, ben poca cosa nel centro di Roma antica. Il mio giudizio è controverso ma lascia spazio alla discussione. E’ lecito valorizzare in questo modo uno scavo archeologico, per farne un’attrazione turistica mascherata con intenti didattici? Trip Advisor viene a dirci che tutta questa messinscena è più attraente della Domus Aurea… Nella Domus Aurea le volte antiche non sono simulate e le sale sono dipinte per davvero, tuttavia l’intelligenza virtuale preferisce la realtà virtuale, potrebbe essere una questione di affinità elettive, ma temo di peggio. I turisti sono spettatori abituali dei format televisivi. Nella massa dei giudizi, il baricentro culturale di Trip Advisor è più spostato verso la TV, che forma la consapevolezza e fa stare meglio chi si adegua a quel linguaggio. Nella stanza intelligente di Trip Advisor un certo numero di persone parla ad altri, che sono sufficienti per riempire le visite quotidiane di un museo-attrazione da 10 € a biglietto. Gli addetti ai lavori nelle loro soprintendenze archeologiche fanno e disfano e discutono su come deve essere un museo moderno. Di certo il museo-attrazione funziona, come i parchi tematici, come il multimediale spalmato nell’attività didattica, in sostituzione dell’insegnante senza voce. Quando mettiamo in gioco certi effetti speciali, nei musei così come a scuola, occorre chiarire di quale cultura stiamo parlando. E’ una mistificazione illuderci che queste forme di intrattenimento siano la via maestra della conoscenza. Salire su una ruota panoramica non è come scalare una montagna. Nessuna autorità impone d’ufficio certi percorsi turistici o culturali, ma la stanza intelligente di David Weinberger, così bene rappresentata da Trip Advisor, sta diventando un’autorità impersonale, sensibile alle novità di moda, al godimento dell’effimero, a cui il sentire comune (modellato da lunghi anni di monopolio televisivo) assegna la patente di cultura. L’autorità personale degli esperti, surclassata dalla stanza intelligente, ha rinunciato al suo ruolo: non traccia più mappe della conoscenza, non ha il coraggio di fare ordine e distinguere la cultura da quello che non potrà mai essere cultura. La stanza intelligente basta a se stessa, ma è una bolla che bisogna imparare ad osservare da fuori, per non lasciarsi plagiare dalla dittatura effimera dell’intrattenimento. Là fuori, al di là della vegetazione lussureggiante delle informazioni virtuali, potrebbe nascondersi ancora qualche maestro.

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