Le cose di troppo

30 dicembre, 2012 § Lascia un commento

Da qualche parte di sicuro succede ancora, trent’anni fa era normale anche da noi preparare per tempo un paio di piatti vecchi di ceramica da scaraventare fuori dalla finestra allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre. La ricerca dei cocci da rompere era una prerogativa del nonno, che li rimediava fra i rimasugli della credenza o dell’armadio nascosto in cantina, in mezzo a tante altre polverose meraviglie, al caldo della stufa Becchi di terracotta. Due o tre piatti antiquati apparivano sempre per magia sul tavolo della cucina poco prima della mezzanotte, fra i dolci e le portate della cena. Aperta la finestra, il lancio giù nel cortile era un rito liberatorio e rumoroso, affidato proprio a me, in deroga alle buone e sane abitudini dei momenti di festa. Il rumore dei piatti era assordante, una provocazione alle abitudini casalinghe, da mettersi le mani sulle orecchie. Il giorno successivo, col sole o con la nebbia, nel cortile avremmo spazzato via i frammenti di quella mattata notturna. Erano taglienti, puliti e brillanti, e si distinguevano bene dalle altre pietruzze del cortile, macchiate da una lunga convivenza con la terra. Qualche pezzetto poteva riaffiorare anche a distanza di mesi, alla fine dell’inverno, nascosto dalle foglie di una pianta di rosa, o dai rami del rosmarino.

Adesso non vado a cercare cocci da scaraventare fuori dalla finestra alla mezzanotte del 31 dicembre. I riti liberatori di fine anno hanno un’altra forma, in primo luogo si esprimono attraverso il riordino degli scaffali, dove trovo sempre qualche libro da eliminare e qualche altro libro da ricollocare in primo piano, da rileggere se c’è il tempo. Una biblioteca privata non dovrebbe essere troppo grande, dovrebbe contenere i volumi che occupano lo spazio di un baule, come era qualche secolo fa, quando fra gli effetti personali dei viaggiatori c’era la “cassa di libri”, cento, duecento titoli scelti fra i classici ed i contemporanei. Sarebbe un bell’esercizio di pulizia mentale, eliminare i libri superflui e leggere, rileggere soltanto i libri che parlano al cuore, non più di duecento in tuttto. I compilatori del “vecchio testamento”agirono in questo modo, quando ancora i libri non esistevano ed occorreva mettere insieme le parti più importanti di una tradizione scritta, rotoli di pergamena da tramandare, da assimilare con letture individuali e corali. Ora i libri tracimano dagli scaffali e trovano forme ibride perfino nel web, come controparte scritta di un flusso verbale inesauribile. Il peso della carta stampata si è talmente alleggerito che potrebbe bastare una finestra aperta per fare volare via le pagine di un’intera biblioteca. La tentazione c’e l’ho, di lasciare la finestra aperta per vedere cosa succede. Le rilegature sono rigorosamente in brossura, i caratteri minuscoli, l’interlinea da lente di ingrandimento. Gli editori si compiacciono delle mode che indulgono al vezzo, riducono all’osso i costi, ma non il prezzo di copertina. I libri sono uguali in apparenza, cataste di pagine numerate, rilegate e colorate con nuove trovate grafiche a cui si chiede di esprimere un tocco di novità. Ma chi ha il tempo per leggere quello che c’è scritto? E poi, ancora, chi ha conservato la capacità di decifrare una scrittura veramente strutturata?  Il flusso incessante delle informazioni sta plasmando il senso comune. Nel web come nella pagina scritta, la lettura è una scossa leggera che gratifica le emozioni superficiali.

Sarebbe un esercizio salutare, almeno una volta all’anno, fare volare via dagli scaffali le pagine riempite di storie vane, che sembrano messe lì soltanto per riempire copertine accattivanti e confondere le acque. Il rumore non sarebbe fragoroso come quello dei piatti di ceramica scaraventati a terra, ma produrrebbe un grido liberatorio dello spirito, di grande soddisfazione. Il lettore ritroverebbe l’energia del silenzio, a tu per tu con la grandezza della parola scritta di quei pochi libri che vale la pena salvare. Il senso della parola tornerebbe a galla, liberati dal sovraccarico dell’industria della carta stampata. Non più di duecento libri: per ogni nuovo libro che entra, un altro ne deve sparire. Per il flusso di parole in libertà, per tutto il resto che può essere detto senza il peso della carta, c’è già il web, una memoria senza impegno.

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Auguri a tutti

24 dicembre, 2012 § 1 Commento

La fine del mondo non c’è stata, sarà per la prossima volta. Neanche la fine di Monti è stata una vera fine, per non parlare di quella di Berlusconi. Negli ultimi giorni il nastro della storia in lingua italiana è stato riavvolto di alcuni anni, mentre  le narrazioni in lingua inglese galoppano verso il futuro e guardano attonite l’ultima invenzione degli Italiani: la macchina del tempo. Dopo Silvio Berlusconi, stanotte la RAI manderà in onda Carlo Magno che si incorona imperatore nella Basilica di San Pietro, in diretta da Roma, mentre a marzo sarà il turno di Giulio Cesare, doppio turno alla romana con stilettate, il quindici del mese. Tu quoque? Quaquaraqua. Cosa posso aggiungere la vigilia di Natale? Auguri a tutti, ma proprio a tutti: a quelli che ci credono ancora e a quelli che provano ancora a crederci; a quelli che fanno finta di crederci e a chi non ci crede proprio più.

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La fine del mondo

19 dicembre, 2012 § Lascia un commento

Non capisco perché non lo prendete sul serio, è un discorso serissimo, è la fine del mondo!  Le trombe squillano, i lampi squarciano il cielo, le stelle cadono a migliaia. Certe creature ultraterrene scendono giù con le ali coloratissime, metà diavoli e metà angeli, afferrano le anime terrorizzate e ripartono veloci come fulmini, verso il cielo o verso gli inferi, lo vedrete dal vivo il 21 dicembre 2012. I giustizialisti non avranno da lamentarsi, la fine del mondo è democratica, nessuno è escluso dal giudizio finale, e per nessuno ci sarà il tempo di un ricorso in appello e in cassazione, neanche per Sallusti. Erano altri tempi, quando la fine del mondo era una cosa seria ed accompagnava la vita di ognuno, in città così come in campagna, quando i film full HD non c’erano e gli occhi erano dominati dalle immagini dipinte degli angeli e dei diavoli divoratori di anime.

Ma la fine del mondo di cui faremo presto esperienza è un po’ diversa, in conflitto con le spese del Natale, è quasi una barzelletta. Dopo millenni di raffigurazioni cristiane, non sappiamo come sarà quella profetizzata dai Maya il 21 dicembre 2012. Potremmo provare ad immaginarla. E se ci fosse davvero? che esperienza! Varrebbe la pena vedere com’è, anche se poi non ci sarebbe nessuno a cui raccontarla.  Non rimarrebbero molte cose, non rimarrebbe nulla, neanchè l’IMU. La fine del mondo è una promessa di rinnovamento. Strano che Berlusconi non ne abbia ancora parlato.

Santa Costanza

11 dicembre, 2012 § Lascia un commento

DSC05216Dalla linea B della metropolitana si stacca un ramo nuovo, dal Tiburtino verso le strade coloniali del quartiere fitto fitto che si allarga fra la Nomentana e Villa Ada. Il capolinea provvisorio ha un nome promettente -Conca d’Oro- ma cederà presto il privilegio ad altri nomi nascosti dietro la carta adesiva, nella mappa schematica di questo ramo di linea B che cresce a singhiozzo una stazione dopo l’altra e va a moltiplicare il taglio dei nastri e le fastose inaugurazioni Alemanne, nell’urbe moderna. La prima stazione ha un nome doppio “Sant’Agnese-Annibaliano” e proporzioni colossali, degne della lunghezza del nome, che non si spiegano in un ramo periferico della metropolitana di Roma, se non con la necessità di spendere il più possibile. Sant’Agnese è sullo sfondo, accanto c’è il mausoleo di Costanza, moglie di Annibaliano e figlia di Costantino, fatta santa in dubbie circostanze medievali, quando il monumento rotondo che racchiudeva le sue spoglie principesche fu trasformato in chiesa.

DSC05214L’otto dicembre è giorno di messe solenni a Roma, di celebrazioni e di matrimoni.  A Santa Costanza si entra senza biglietto, mentre il sacerdote parla di amore e di fecondità. Due sposi giovanissimi in abito nuziale lo ascoltano distratti, lui coi capelli diritti e la bocca storta, a metà fra il sorriso e il ghigno, lei col pancione di sette mesi. Nella luce mattutina di Santa Costanza sembrano fecondi anche i tralci della vite mosaicata sul soffitto che gira attorno, sopravvivenza mozzafiato dell’arte romana, nella volta anulare a botte. E pensare che in origine i mosaici ed i marmi erano in ogni superficie dell’interno… Qualche frammento era rimasto ancora sulle pareti, quando i viaggiatori del Seicento arrivavano a Roma e incidevano i loro nomi sugli intonaci morbidi delle cappelle di Santa Costanza, all’interno, in penombra. Fuori era tutta campagna e sarebbe stata una follia immaginare la linea B della metro in costruzione, proprio lì sotto.

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