Sulla torre di Pomposa

4 ottobre, 2012 § Lascia un commento

La torre di Pomposa appare all’improvviso sulla Romea, una via che ricorda antichi percorsi, anche se è solo una strada moderna aperta dopo la seconda guerra per congiungere il porto di Ravenna con quello di Venezia, quando ormai le bonifiche avevano sottratto alle valli gran parte dell’acqua che le impaludava. La vecchia strada adriatica seguiva un percorso diverso -più interno nell’entroterra- e ripiegava verso Ferrara costeggiando le valli di Comacchio. Nel medioevo la torre di Pomposa era un riferimento sia per i viandanti sia per le barche, nel punto in cui il grande fiume padano mescolava le acque con quelle dell’Adriatico, offrendo un varco navigabile dentro la pianura. Ora il Po si è spostato a nord, ma il relitto dell’antico corso è ancora qui, nel Po di Volano.

La torre di Pomposa ha una data di fondazione -il 1063- e addirittura una paternità nel nome di un certo capomastro Deusdedit che avrebbe diretto i lavori di costruzione a tempo di record. Deusdedit, dato da Dio: sembra il nome di qualcuno senza patria e senza famiglia quello che affiora nell’ultima riga della lapide alla base del campanile, dove la torre parla di sè in prima persona in uno strano latino medievale. Dice chi erano il papa e l’imperatore, l’abate e il priore nell’anno della sua fondazione [+ANN. D. MLXIII/ Te(m)pore Domini/ Alexandri papae/ Et Heinrici regis/ Et Mainardi abb(atis)/ Atque Marci prioris/ Hec turris fundata e(st)…]  e prosegue ringraziando chi la fece costruire, un certo signor Atto con la moglie Willa [Quam construxit/ Atto cum uxore sua/ VVilla sub indc(tione) I/ Pro q(ui)bus p(re)camur/ Vo(bi)s dicant(es) mis(erere)…]. Nell’ultima riga in basso, più stretta delle altre tanto da sembrare un ripensamento, la torre si rivolge direttamente a chi legge, orgogliosa, e riconosce il nome di chi l’ha costruita: Magister deusdedit me fecit! 

Non solo il Magister, ma la torre stessa doveva esser data da dio, per scongiurare un epilogo da torre di Babele, che qualcuno avrà paventato mentre vedeva crescere quell’edificio nuovo e abnorme: un piano dopo l’altro sempre più etereo verso il cielo, sfida terrena ai limiti della natura. Non esisteva niente di simile nel panorama padano della metà dell’undicesimo secolo. I campanili rotondi ravennati -che pure ricordano quello di Pomposa per la successione di bifore e di trifore che si allargano in alto- non hanno una data di nascita altrettanto certa. I muri di Ravenna sono carichi di rifacimenti, ma la forma attuale delle torri cilindriche del duomo o delle chiese di Sant’Apollinare si è sedimentata poco a poco, a partire dai piani bassi più antichi che avevano la funzione di sorreggere le campane al primo piano di bifore. A Ravenna i livelli superiori di trifore sono stati aggiunti dopo, nel dodicesimo e nel tredicesimo secolo, quando in città era tutto una fiorire di torri, in casa dei ricchi borghesi così come nelle chiese degli abati e dei vescovi.

Nel 1063 a Pomposa Magister Deusdedit costruisce tutto d’un fiato la torre dell’abbazia, anche se il territorio circostante non forniva modelli a cui ispirarsi. I campanili di Ravenna a quel tempo erano torrioni piuttosto rozzi: qualcuno stava forse cominciando proprio allora ad alzarli di un piano, mettendoci sopra una loggia di finestre più ariose, unendo il vantaggio pratico della muratura leggera a qualcosa di esteticamente bello. Se l’apparizione della torre di Pomposa non ha suscitato il terrore riservato alle creazioni demoniache, è a causa dell’armonia che vibra dalle sue proporzioni. I rilievi leggeri, ritmati dalla circolarità degli archi, si appoggiano gli uni sugli altri come se fossero parti strutturali dell’architettura, mentre l’architettura diventa decorazione nelle forme delle finestre che moltiplicano il numero di colonne e vibrano con frequenze armoniche sempre più acute dal basso verso l’alto. La successione delle polifore materializza una scala musicale e fa cadere nella trappola del gioco di parole di una torre polifonica proprio nell’abbazia di Guido Monaco, che a Pomposa aveva dettato le regole di scrittura musicale, fissando per primo il nome delle note.

Architettura e decorazione nella torre di Pomposa sembrano le parti di un canto che si rincorrono e si scambiano i ruoli. Le note acute delle finestre fanno breccia in crescendo sui timbri gravi delle murature sottostanti. Il maestro Deusdedit non avrà di certo tradotto in architettura una partitura musicale di Guido Monaco, ma coi mattoni si fa interprete di una sensibilità affine a quella del maestro delle note musicali. Per questo prototipo dell’architettura medievale, come per ogni novità che si presenta alla ribalta all’alba di una nuova epoca, i modelli vanno ricercati aldilà della specifica forma espressiva, ma senza andare troppo lontano: in quella visione del mondo materializzata nei riti dell’abbazia, nelle miniature e nei canti di ringraziamento che più volte al giorno, alle ore comandate, ridavano ordine alla creazione. Il maestro Deusdedit poteva essere un capomastro giunto a Pomposa chissà da dove, con tante idee esotiche, ma poteva anche essere solo un bravo muratore del delta del Po, che ha avuto la fortuna di essere lui -proprio lui- l’uomo giusto al posto giusto quando c’era una torre da costruire. Che le campane di un’abbazia dovessero stare su una torre tanto alta non era affatto ovvio prima di Pomposa. Il suono delle campane si propaga anche da altezze inferiori, se non ci sono ostacoli. Nelle valli alla foce del Po, dove è facile perdere l’orientamento, una torre accanto all’abbazia è più utile che altrove. Il traforo delle finestre la alleggerisce e le dà un rilievo speciale controluce all’orizzonte. I marinai, che nelle secche dall’Adriatico cercavano la foce del Po per risalirlo, riconoscevano attraverso la torre di Pomposa l’allineamento giusto che indicava la rotta dentro il fiume.

Dopo i restauri, nei fine settimana di agosto e di settembre la torre è finalmente aperta al pubblico. Il 30 settembre 2012 è l’ultima occasione da non perdere, poi bisogna aspettare la prossima stagione. Nell’ultimo fine settimana di settembre a Pomposa c’è anche la sagra della patata e il sindaco donna del comune di Codigoro arriva alle dieci e mezza per la liturgia della domenica mattina. Contemporaneamente alla messa, col binocolo in mano noi ci arrampichiamo sulle scale della torre fino all’ultimo piano dove è consentito salire, sotto la cella campanaria che non è accessibile, imprigionata da un robusto restauro del dopoguerra. Le vetrate disposte a chiusura delle finestre che sembrano logge sono un po’ sporche e offuscano l’orizzonte, dove il binocolo vaga. Non si vede il panorama più interessante, quello rivolto verso il mare: la logge da quella parte sono state murate già in epoca medievale per limitare i danni dei venti umidi, ma ciò trasforma gli spazi interni da aperti a chiusi e rinnega la fiducia originale della torre verso ogni manifestazione del creato. Anche il cono della copertura è stato aggiunto nel Milletrecento. Con quel cappuccio in testa, messo lì come un finale ad effetto su una musica raffinatissima, la torre di Pomposa è stata addomesticata nello stereotipo di “campanile lombardo”. Provate ad immaginarla senza cono e vedrete qualcosa di assolutamente nuovo: i colori arabi dei piatti incastonati fra gli archi brilleranno ancora di più e le semicolonne, che si alternano quadrate e circolari sulle pareti, si apriranno come sipari verso forme della percezione a cui non siamo più abituati.

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