Il rischio sismico della celebrità

23 ottobre, 2012 § 1 Commento

Enzo Boschi si dichiara amareggiato e disperato. In quale trappola sia andato a cacciarsi l’ha capito solo adesso, con la condanna a sei anni di reclusione per un reato che ha diritto di cittadinanza solo nell’Italia degli azzeccagarbugli: mancato allarme per il terremoto dell’Aquila nell’aprile 2009. La notizia scorre incredula nei notiziari di tutto il mondo. In Italia non succedeva dai tempi di Galileo: che sette persone siano da condannare per non aver previsto un sisma, ha dell’incredibile, sembra il capriccio di un re biblico che si accanisce contro chi sbaglia a predire il futuro. Ma in trasparenza, mettendo in fila i risvolti e i retroscena, ad essere condannata non è stata la scienza, bensì la trama viscosa della rete di potere in cui anche l’ambizione degli scienziati è andata ad arenarsi.

Sono più facili le previsioni del tempo, ma un terremoto non è un temporale: la crosta terrestre si muove con dinamiche non umane che sfuggono le capacità predittive dei calcoli più complessi. Lo sanno bene i geofisici, che utilizzano i modelli di una scienza giovane sviluppata perlopiù al calcolatore. Lo sa meno l’opinione pubblica, che ha bisogno di conferme, di risposte secche -di sì e di no- senza inutili toni di grigio. La scienza dovrebbe dire la verità, altrimenti è arbitrio e fantasia: per questo ci sono già gli astrologi, che costano alla collettività molto meno dei geofisici e qualche volta sono anche più simpatici. L’unica verità che può raccontare un geofisico prima di un terremoto è: non-lo-so. Ma la politica ha bisogno d’altro e con tutto quello che Enzo Boschi ha ottenuto dalla politica -migliaia di dipendenti collocati all’Istituto Nazionale di Geofisica, mentre altri enti di ricerca chiudevano i battenti- dovrà pur dare qualcosa in cambio. E in cambio gli hanno chiesto risposte rassicuranti per smontare l’allarmismo di un soggetto strano, quel Giuliani estraneo al potere delle università e degli enti di ricerca, considerato un menagramo, in giro a dire che ci sarebbe stato un terremoto disastroso proprio all’Aquila nella primavera del 2009. Le scosse dei giorni precedenti al grande sisma del 2009 potevano essere interpretate in tanti modi, forse anche come precursori di una catastrofe, ma uno scienziato veramente libero avrebbe dovuto rispondere soltanto in un modo: non-lo-so.

Enzo Boschi ha misurato un rischio sismico molto particolare, quello dell’ambizione di un uomo che ha chiesto troppo alla politica e ne è stato corrotto, parlando da politico in un contesto che gli chiedeva un parere scientifico. Sperava nella complicità dei tempi geologici, per cui le catastrofi non si avverano da un giorno all’altro. Ma questa volta la fortuna non ha aiutato l’audace Enzo Boschi. Il terremoto c’è stato, e che terremoto. Vedremo se la sentenza in appello sarà in grado di ribaltare almeno la condanna degli scienziati. Quella dei terremotati è già definitiva.

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Un Profumo nauseante

21 ottobre, 2012 § 2 commenti

Da un po’ di settimane a scuola c’è un Profumo nauseante. Non basta arieggiare le aule prima dell’inizio delle lezioni. E’ un Profumo appiccicoso che impregna gli arredi scolastici e riempie di disgusto la bocca. Con le finestre chiuse suscita perfino conati. Chi è precario è più sensibile agli effluvi, ma tutti mostrano segni di nausea, tanto più se sono anziani e prossimi alla pensione che non arriva. Questo Profumo è persistente… è il gas di scarico del governo tecnico e per cancellarlo servirebbe un deodorante adeguato. Ne stiamo provando di diversi tipi. Sulle etichette c’è scritto CGIL, CISL, UIL, ma non sono molto efficaci: aggiungono un odore diverso, ma quel che c’è sotto rimane insopportabile.

Il Profumo nasconde un disegno di legge formulato nel caldo dell’estate, che innalza d’ufficio le ore di lezione da 18 a 24 a parità di stipendio. E’ l’Europa a chiedercelo, questa povera Europa tirata in ballo come Gesù Bambino nei santini degli zingari che chiedono la carità. Che strane richieste si è messa a fare l’Europa: aumentare l’orario di lavoro pro-capite senza aumentare il monte ore complessivo significa ridurre, oltre alla paga oraria, anche il numero di insegnanti, tagliati fra quelli giovani e precari. All’opinione pubblica sembrerà di guadagnarci, ma per continuare a mangiare non basta diluire sempre la stessa minestra. Sarà felice il nano del circo Brunetta, con tutto quello che in questi anni è andato a blaterare contro il pubblico impiego, dal basso della sua funzione pubblica. I trentamila precari della scuola, prevalentemente donne, sapranno senz’altro ricollocarsi da soli in questa Italia liberista che perde i pezzi. Potrebbero strappare una fetta di mercato alle bariste rumene e alle badanti polacche. Le insegnanti più giovani e avvenenti potrebbero spingersi più in là, in quel mercato innominabile presieduto da Russe e Moldave. Sulle pari opportunità non c’è che dire, esiste addirittura un ministero. Credevamo che il governo tecnico sapesse aggiustare il motore della scuola, come quello della sanità e delle infrastrutture per la crescita. Ci sbagliavamo. Fossero stati i tecnici di un’officina, avrebbero già chiuso bottega, fra gli insulti dei clienti e le cause di risarcimento danni.

Ma i deliri di questo governo si fanno scudo col patto di stabilità, nel nome dell’Europa. Con l’Europa tenuta in ostaggio dai potentati locali, gli abitanti delle periferie devono pagare ogni giorno una cauzione sempre più alta, nella speranza di liberare quell’idea di Europa su cui sono state fondate le prospettive di sviluppo dell’intero continente. Il gioco è tutto qui. I gruppi di potere diventano sempre più forti a spese dei cittadini blanditi in nome di un’Europa che rimane sullo sfondo, come una madonna a cui non resta che piangere. Era questa l’idea dei padri fondatori che avevano mosso i primi passi verso l’unificazione del continente?  No di certo. I loro successori – questi figli affondatori – svuotano il continente per riempire le proprie tasche. Il premio nobel per la pace dato all’Europa ha certamente un senso, perché sono più di sessant’anni che il vecchio continente è estraneo a guerre sanguinose. Qualcosa di simile non era mai successo nella storia precedente. Per questo sono da ringraziare gli equilibri diplomatici delle nuove istituzioni comunitarie, ma in primo luogo è da ringraziare la crescita straordinaria degli anni successivi alla seconda guerra mondiale, che ha redistribuito le ricchezze attenuando le differenze fra i cittadini. I figli affondatori adesso dicono di difendere la stessa Europa, mentre scavano fossati fra stato e stato e, all’interno dello stessa nazione, fra vicini di casa, costringendo qualcuno a lavorare il doppio e qualcun altro a sopravvivere di sussidi. Quella di domani sarà l’Europa delle differenze e i suoi cittadini saranno costretti a pagare sempre di più (ma fino a che punto?) per condividere la stessa moneta. Il governo dei tecnici apre la strada ai peggiori populismi, a cui sarà sempre più difficile dare torto. Se anche comparissero all’orizzonte nuovi padri fondatori dell’Europa, verrebbero sterminati all’istante, coi giochi al massacro della cattiva politica e con le spartizioni clientelari. Che i ministri della Repubblica avessero in spregio le istituzioni, era risaputo fin dagli anni del governo Berlusconi. Ma che il conto della cattiva politica dovesse essere pagato dai più poveri, in nome dell’Europa, era ancora da dimostrare.

Ci sarà sempre un mediocre Profumo disposto a coprire con un ghigno il vuoto di questa politica di contrabbando che avvelena la nazione. E’ delittuoso invocare il principio di sussidiarietà per scaricare i conflitti al piano di sotto, in una guerra fra poveri. E’ troppo facile diventare ministro per un uomo di paglia. Ma questo è il tempo che ci tocca vivere – quello dei figli affondatori – che tengono in ostaggio l’Europa intera con l’incenso dei padri traditi. Siamo ostaggi e non possiamo ribellarci. Però possiamo dire come stanno le cose, senza sconti per nessuno.

Promemoria di un democratico pentito

12 ottobre, 2012 § 5 commenti

Due mesi fa anche a Cervia era estate e il lunedì prima di ferragosto Matteo Renzi appare in spiaggia al “Bagno Ulisse” all’ora dell’aperitivo, per presentare il suo programma democratico, fra distinti signori in costume da bagno che bevono birra ai tavoli del bar e signore col pareo ai fianchi che rientrano dalla spiaggia. Comizio o conferenza stampa, sono definizioni superate. Ora la presentazione del nuovo leader ha il tono accattivante di uno spettacolo di cabaret, con battute ad effetto che strappano prima il sorriso e poi l’applauso. Nello stile di Renzi c’è l’eco di Benigni e del cinema di Francesco Nuti. Mi diverto anch’io ad ascoltarlo mentre lui si agita al microfono, con i jeans e la camicia bianca risvoltata fino ai gomiti, su un palco improvvisato sotto gli ombrelloni del bar. Liberare le energie vitali degli Italiani (se ancora ce ne sono) è un imperativo categorico condivisibilissimo. Fra il pubblico vedo molti notabili locali, di destra e di sinistra, ma mancano i pezzi da novanta dell’establishment democratico cervese, a cominiciare dal sindaco Roberto Zoffoli: eppure dovrebbero appartenere tutti allo stesso partito di Matteo Renzi. Sarà il caldo, ma le mie osservazioni cadono nel vuoto.

Ricordo cinque anni fa, quando anche da noi nacque il PD, tenuto a battesimo nella sala del “partito” che a Cervia conserva la sede, la struttura e le tessere dei tempi di Togliatti e di Berlinguer. L’avvicinamento fra comunisti, democristiani e repubblicani, aveva l’ambizione di rinnovare la politica in un clima post-ideologico. Non avevo mai avuto il coraggio di entrare nella sede del partito comunista (e neppure in quella dei democristiani), ma da quando era diventata la sede del PD, quella sala apparteneva anche a me. Poi ci furono le primarie, nell’autunno del 2007, che diedero spazio a Walter Veltroni, l’uomo del “si può fare” e del “ma anche”, che andava in TV a presentare i suoi romanzi e prospettava un’economia sostenibile schiccosissima, fatta di oli d’oliva pregiati e di vini d’autore, per chi se li poteva permettere. Ricordo bene i seggi di quelle primarie, di cui ero scrutatore, la lodevole cura dei militanti ex-comunisti con gli occhiali, ripiegati come ragionieri sulle schede nel computo del vincitore. Veltroni venne cacciato un anno dopo, o poco più, in circostanze misteriose. Dichiarò d’essere stato vittima di una strategia di isolamento, qualcosa di terribile, che non avrebbe augurato al suo peggior nemico. Lo sostituì il suo vice, Dario Franceschini, che in un attimo si tolse di dosso l’aria del sacrestano di provincia, imponendosi con una grinta insospettata. Ma il conclave del centralismo democratico, ribattezzato “primarie del PD”, aveva in serbo un altro papa per il futuro del partito, Pierluigi Bersani, a sostegno degli affari post-ideologizzati delle cooperative ex-comuniste. Durante le primarie del 2009 c’era già puzza di bruciato, io ero ancora iscritto al PD ma non più scrutatore di seggio. Il collegio di Pinarella-Tagliata portò a Bersani l’ottantacinque per cento delle preferenze, da fare invidia a Vladimir Putin. Ai due sfidanti sconsolati restarono le briciole.

Qualche giorno prima avevo partecipato ad una discussione dove mi ero iscritto a parlare, nella sede della circoscrizione di Pinarella-Tagliata. Il mio discorso era candido, di una semplicità disarmante. Nella nuova logica maggioritaria, l’importante era vincere. Mi logorava l’idea di un partito destinato a perdere: perché avrei dovuto sostenere ad oltranza un partito che non riesce mai a tradurre in fatti le belle parole della politica? Inutile aggiungere che il consenso maggioritario va cercato al centro del corpo elettorale, non tra i vecchi militanti del PCI trasportati a forza di braccia dentro le cabine elettorali delle primarie del PD. Mi fecero i complimenti, il mio discorso era accattivante, anche se ero solo un ospite di contorno, che dava lustro al nome del nuovo partito. Il mio accenno alla vocazione maggioritaria era fuori posto, contro la tradizione gregaria di una sinistra che nei decenni si era sempre arricchita a livello di clan, con le spartizioni, lasciando ad altri lo scettro (e l’impiccio) del fare leggi, a Roma. Ma le conclusioni spettavano al misterioso consigliere regionale di cui anch’io apprezzavo il magnetico eloquio. Non avevo ancora capito chi fosse Vladimiro Fiammenghi, un uomo miracolosamente obiquo fra i palazzi romani e le remote segreterie del partito nella pianura romagnola. Da certa stampa faziosa Miro Fiammenghi oggi viene dipinto come il nuovo Rasputin alla corte dello Zar Pierluigi. Anziché tanti discorsi campati in aria, avrei potuto chiedergli qualche favore, e lui mi avrebbe risposto: “sì… ne riparliamo”.

Non saprei dire se Matteo Renzi sia davvero meglio di questa gente, ma lasciamolo correre. Lui riesce ad aggregare consensi al centro e anche negli schieramenti di destra, ma i suoi compagni di partito – i cosiddetti democratici – cercano di arginarlo, lo ignorano e lo aggrediscono. Le divisioni fra destra e sinistra sono superate, ma alla prova dei fatti, vincere “al centro” è spiazzante per un partito che tiene i cordoni della borsa di colossi ex-comunisti come la Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna. Il Sindaco di Cervia Roberto Zoffoli è universalmente noto col soprannome di Cementino, chissà perché. Il cemento è l’ultimo collante di questa sinistra ex-comunista e post-ideologica. I costi correnti dell’amministrazione sono finanziati dagli oneri di urbanizzazione anche in una città turistica come Cervia, famosa per la pineta e per il disegno avveniristico di Milano Marittima, di cui quest’anno si è festeggiato il centenario. Fatta la festa, gabbato lo santo. Fuori dal piano regolatore è spuntato il progetto di un grattacielo nuovo sulla spiaggia: centottanta appartamenti nuovissimi fra i pini, da costruire prima delle prossime elezioni. La città di Cervia sta insorgendo al grido “abbassiamo il grattacielo!”, ma dicono che sia impossibile fermare quel progetto. Ci sono pressioni da Roma, sapete… i costi della politica. Fra i misteri che restano da svelare, c’è l’intesa di questa amministrazione di sinistra con gli immobiliaristi di Milano Marittima, che stanno parecchio a destra. Sarà così: ai democratici balneari di Ravenna la destra piace quando porta quattrini, non quando porta voti.

Sulla torre di Pomposa

4 ottobre, 2012 § Lascia un commento

La torre di Pomposa appare all’improvviso sulla Romea, una via che ricorda antichi percorsi, anche se è solo una strada moderna aperta dopo la seconda guerra per congiungere il porto di Ravenna con quello di Venezia, quando ormai le bonifiche avevano sottratto alle valli gran parte dell’acqua che le impaludava. La vecchia strada adriatica seguiva un percorso diverso -più interno nell’entroterra- e ripiegava verso Ferrara costeggiando le valli di Comacchio. Nel medioevo la torre di Pomposa era un riferimento sia per i viandanti sia per le barche, nel punto in cui il grande fiume padano mescolava le acque con quelle dell’Adriatico, offrendo un varco navigabile dentro la pianura. Ora il Po si è spostato a nord, ma il relitto dell’antico corso è ancora qui, nel Po di Volano.

La torre di Pomposa ha una data di fondazione -il 1063- e addirittura una paternità nel nome di un certo capomastro Deusdedit che avrebbe diretto i lavori di costruzione a tempo di record. Deusdedit, dato da Dio: sembra il nome di qualcuno senza patria e senza famiglia quello che affiora nell’ultima riga della lapide alla base del campanile, dove la torre parla di sè in prima persona in uno strano latino medievale. Dice chi erano il papa e l’imperatore, l’abate e il priore nell’anno della sua fondazione [+ANN. D. MLXIII/ Te(m)pore Domini/ Alexandri papae/ Et Heinrici regis/ Et Mainardi abb(atis)/ Atque Marci prioris/ Hec turris fundata e(st)…]  e prosegue ringraziando chi la fece costruire, un certo signor Atto con la moglie Willa [Quam construxit/ Atto cum uxore sua/ VVilla sub indc(tione) I/ Pro q(ui)bus p(re)camur/ Vo(bi)s dicant(es) mis(erere)…]. Nell’ultima riga in basso, più stretta delle altre tanto da sembrare un ripensamento, la torre si rivolge direttamente a chi legge, orgogliosa, e riconosce il nome di chi l’ha costruita: Magister deusdedit me fecit! 

Non solo il Magister, ma la torre stessa doveva esser data da dio, per scongiurare un epilogo da torre di Babele, che qualcuno avrà paventato mentre vedeva crescere quell’edificio nuovo e abnorme: un piano dopo l’altro sempre più etereo verso il cielo, sfida terrena ai limiti della natura. Non esisteva niente di simile nel panorama padano della metà dell’undicesimo secolo. I campanili rotondi ravennati -che pure ricordano quello di Pomposa per la successione di bifore e di trifore che si allargano in alto- non hanno una data di nascita altrettanto certa. I muri di Ravenna sono carichi di rifacimenti, ma la forma attuale delle torri cilindriche del duomo o delle chiese di Sant’Apollinare si è sedimentata poco a poco, a partire dai piani bassi più antichi che avevano la funzione di sorreggere le campane al primo piano di bifore. A Ravenna i livelli superiori di trifore sono stati aggiunti dopo, nel dodicesimo e nel tredicesimo secolo, quando in città era tutto una fiorire di torri, in casa dei ricchi borghesi così come nelle chiese degli abati e dei vescovi.

Nel 1063 a Pomposa Magister Deusdedit costruisce tutto d’un fiato la torre dell’abbazia, anche se il territorio circostante non forniva modelli a cui ispirarsi. I campanili di Ravenna a quel tempo erano torrioni piuttosto rozzi: qualcuno stava forse cominciando proprio allora ad alzarli di un piano, mettendoci sopra una loggia di finestre più ariose, unendo il vantaggio pratico della muratura leggera a qualcosa di esteticamente bello. Se l’apparizione della torre di Pomposa non ha suscitato il terrore riservato alle creazioni demoniache, è a causa dell’armonia che vibra dalle sue proporzioni. I rilievi leggeri, ritmati dalla circolarità degli archi, si appoggiano gli uni sugli altri come se fossero parti strutturali dell’architettura, mentre l’architettura diventa decorazione nelle forme delle finestre che moltiplicano il numero di colonne e vibrano con frequenze armoniche sempre più acute dal basso verso l’alto. La successione delle polifore materializza una scala musicale e fa cadere nella trappola del gioco di parole di una torre polifonica proprio nell’abbazia di Guido Monaco, che a Pomposa aveva dettato le regole di scrittura musicale, fissando per primo il nome delle note.

Architettura e decorazione nella torre di Pomposa sembrano le parti di un canto che si rincorrono e si scambiano i ruoli. Le note acute delle finestre fanno breccia in crescendo sui timbri gravi delle murature sottostanti. Il maestro Deusdedit non avrà di certo tradotto in architettura una partitura musicale di Guido Monaco, ma coi mattoni si fa interprete di una sensibilità affine a quella del maestro delle note musicali. Per questo prototipo dell’architettura medievale, come per ogni novità che si presenta alla ribalta all’alba di una nuova epoca, i modelli vanno ricercati aldilà della specifica forma espressiva, ma senza andare troppo lontano: in quella visione del mondo materializzata nei riti dell’abbazia, nelle miniature e nei canti di ringraziamento che più volte al giorno, alle ore comandate, ridavano ordine alla creazione. Il maestro Deusdedit poteva essere un capomastro giunto a Pomposa chissà da dove, con tante idee esotiche, ma poteva anche essere solo un bravo muratore del delta del Po, che ha avuto la fortuna di essere lui -proprio lui- l’uomo giusto al posto giusto quando c’era una torre da costruire. Che le campane di un’abbazia dovessero stare su una torre tanto alta non era affatto ovvio prima di Pomposa. Il suono delle campane si propaga anche da altezze inferiori, se non ci sono ostacoli. Nelle valli alla foce del Po, dove è facile perdere l’orientamento, una torre accanto all’abbazia è più utile che altrove. Il traforo delle finestre la alleggerisce e le dà un rilievo speciale controluce all’orizzonte. I marinai, che nelle secche dall’Adriatico cercavano la foce del Po per risalirlo, riconoscevano attraverso la torre di Pomposa l’allineamento giusto che indicava la rotta dentro il fiume.

Dopo i restauri, nei fine settimana di agosto e di settembre la torre è finalmente aperta al pubblico. Il 30 settembre 2012 è l’ultima occasione da non perdere, poi bisogna aspettare la prossima stagione. Nell’ultimo fine settimana di settembre a Pomposa c’è anche la sagra della patata e il sindaco donna del comune di Codigoro arriva alle dieci e mezza per la liturgia della domenica mattina. Contemporaneamente alla messa, col binocolo in mano noi ci arrampichiamo sulle scale della torre fino all’ultimo piano dove è consentito salire, sotto la cella campanaria che non è accessibile, imprigionata da un robusto restauro del dopoguerra. Le vetrate disposte a chiusura delle finestre che sembrano logge sono un po’ sporche e offuscano l’orizzonte, dove il binocolo vaga. Non si vede il panorama più interessante, quello rivolto verso il mare: la logge da quella parte sono state murate già in epoca medievale per limitare i danni dei venti umidi, ma ciò trasforma gli spazi interni da aperti a chiusi e rinnega la fiducia originale della torre verso ogni manifestazione del creato. Anche il cono della copertura è stato aggiunto nel Milletrecento. Con quel cappuccio in testa, messo lì come un finale ad effetto su una musica raffinatissima, la torre di Pomposa è stata addomesticata nello stereotipo di “campanile lombardo”. Provate ad immaginarla senza cono e vedrete qualcosa di assolutamente nuovo: i colori arabi dei piatti incastonati fra gli archi brilleranno ancora di più e le semicolonne, che si alternano quadrate e circolari sulle pareti, si apriranno come sipari verso forme della percezione a cui non siamo più abituati.

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