Il collega

25 settembre, 2012 § 1 Commento

Al mio arrivo a scuola mancava ancora l’insegnante di lettere in due classi del corso H, una cattedra completa di diciotto ore da assegnare a qualche supplente in graduatoria. Assaporavo già l’idea di una giovane collega che sarebbe potuta arrivare il giorno dopo, con la quale scambiare occhiate furtive e stati d’animo sulla porta al cambio dell’ora, in attesa della nuova primavera. Che l’insegnante supplente di lettere dovesse essere giovane e donna era abbastanza ovvio fino a qualche tempo fa e lo è ancora in molte parti del mondo, ma non lo è più nell’Italia del 2012. Le graduatorie dei precari sono lunghe e le giovani supplenti devono lottare per farsi largo fra uomini e donne non più giovani che ad un certo punto della loro carriera scelgono di insegnare, perché il lavoro di prima non c’è più. Ormai lo so, ma non rinuncio a cullarmi nell’illusione di un mondo differente, finché mi compare davanti questo nuovo collega di lettere, un omone corpulento col sorriso e la cartella sotto braccio, la barba grigia e gli occhi mesti di chi vede avvicinarsi la pensione prima del ruolo.

Ci presentiamo: lui mi racconta chi è e da dove viene. Un’intima affinità me lo rende subito simpatico, senza il dispendio di energia ed i riti di corteggiamento che si sarebbero resi necessari se al suo posto fosse apparsa la vagheggiata giovane supplente. Questo collega insegna nella scuola media da meno di un decennio; prima -cioè prima che la sua azienda chiudesse i battenti- si occupava di formazione professionale nell’area lombarda.  Era dipendente di una ditta del terziario avanzato e organizzava corsi di formazione per il personale delle aziende manifatturiere del triangolo industriale. Dunque, se non è una coincidenza, nel corso h della scuola di via Cremona a Cesenatico siamo già in due ad aver trovato riparo dal “mondo del lavoro che non c’è più”. La scuola media pubblica è un baluardo di sopravvivenza in Italia per quel che avanza non solo del terziario, ma anche del secondario più o meno avanzato, quando altri approdi non sono più raggiungibili. Che il mestiere dell’insegnante risulti piacevole è abbastanza ovvio, dopo anni di pellegrinaggi nella steppa di professioni agonizzanti, è come tornare a casa davanti al camino a raccontare storie. Non è importante il soggetto, quello che dice lui potrei raccontarlo anch’io.

Qualcosa è cambiato nel modo di lavorare all’inizio degli anni 2000. Il personale dipendente è sempre stato un costo per il datore di lavoro, ma questo non era un problema, perché chi lavorava era innanzitutto una risorsa per l’azienda. Poi è diventato sempre più importante fare in fretta, fare con meno, fare finta.  Ha perso di significato la progettazione, quel che conta adesso è muoversi, rispondere alle sollecitazioni più strampalate per stare a galla. Il lavoratore ideale è quello che costa il meno possibile ed è disposto a cambiare attività ad ogni evenienza. Al limite, il lavoratore ideale è un agente immateriale a costo zero. Quando trent’anni fa i sociologi dicevano che il lavoro del futuro sarebbe stato sempre più immateriale, non avevano fatto bene i conti. L’uomo liberato dal peso del lavoro sarebbe rimasto prima o poi anche senza stipendio. Ci siamo illusi che l’economia della conoscenza potesse sostituire la produzione. Solo ora l’industria torna d’attualità, quando se n’è già persa più di un terzo in tutto il territorio nazionale. Nonostante i profeti dell’immateriale, l’unico stipendio della conoscenza per la gente comune è ancora oggi solo quello della scuola, come cent’anni fa, e resterà finché da un’altra parte qualcuno terrà accesi gli altoforni ed i reparti di assemblaggio delle cose materiali che si toccano e si vendono. Se i fatti confermano la tendenza in atto, ce ne andremo tutti lentamente, con un sospiro. Ma il nostro orizzonte di quest’anno a scuola non arriva che a giugno 2013, mentre guardiamo le foglie che ingialliscono contro il cielo blu. Prima della prossima estate avremo il tempo di fingere, tutti insieme, un nuovo universo.

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Il ruolo

17 settembre, 2012 § Lascia un commento

Mi tormentava l’idea di non avere un ruolo, quando da giovane ricoprivo incarichi vari, tutti pagati con lo stesso stipendio di impiegato tecnico di primo livello: un po’ di tempo in ufficio, un po’ di tempo in fabbrica, molte ore spese in autostrada per raggiungere la sede dei clienti o dei fornitori. Nel biglietto da visita c’era scritto direzione tecnica, controllo di processo, e questo titolo potevo farlo valere all’occorrenza per millantare straordinarie virtù. Cosa fosse il controllo di processo, o come si esercitasse questa delicata mansione, non era importante spiegarlo agli interlocutori. Pur non essendo direttore, quel titolo diffondeva su di me un’aura direttiva e mi sollecitava ad essere sempre presente, senza interruzioni. Mi restava tuttavia qualche dubbio, su cui le millantate virtù sarebbero scivolate un giorno, finendo ai margini dell’infida arena dell’ufficio tecnico SFIR.

Da giovani il ruolo è importante (e si capisce che i vecchi siano così restii a concederlo), perché è il punto d’appoggio su cui fare leva per imporsi sugli altri. Il ruolo agevola la costruzione di una identità sociale, ma con l’età ci si può anche abituare a non averlo e farne a meno, trovando il lato positivo della faccenda: più tempo a disposizione per se stessi e meno recite “a soggetto” davanti a gente davvero poco interessante, che cerca solo conferme di sè. Avevo fatto anch’io di necessità virtù, ma adesso è arrivato il momento di arrendersi ad una nuova identità sociale, quella dell’insegnante… di ruolo. Dopo vari andirivieni in un mercato del lavoro desolante, non avrei immaginato diventasse -proprio questo- un approdo tanto ambìto. In relazione alla scuola, la parola ruolo assume un accento particolare, quasi sacerdotale. Nelle storiche intenzioni del legislatore il ruolo dell’insegnante doveva essere un punto di riferimento per la società, ma il senso comune l’ha svuotato e la parola ruolo sopravvive oggi soltanto come sinonimo di contratto di lavoro a tempo indeterminato: un privilegio a cui i ministri si appellano per ridurre lo stipendio fisso mensile a tutti i rappresentanti di questa categoria, anche a quelli che di ruolo non sono. Un anno in più di Mariastella Gelmini ci avrebbe consegnato una corpo docente a costo quasi zero, visto che in tanti ambiscono al mestiere dell’insegnante e che nel libero mercato la domanda incontra l’offerta sul prezzo più basso: avremmo avuto una scuola a misura dell’asino che non mangia… poi muore, ma questo è secondario.

Da quando sono di ruolo, amici e colleghi mi fermano per congratularsi. Forse non è la parola giusta, bisognerebbe dire felicitazioni.  Io mi sento come dopo la prima comunione: con un bel calo di tensione ai nervi, ma senza aver fatto nessuno sforzo. Le congratulazioni andrebbero invece rivolte al nuovo ministro che quest’anno è riuscito a regolarizzare un bel numero di persone nella scuola. Per quel che mi riguarda, il mio ruolo di oggi è l’esito di una scelta di sei anni fa, piena di dubbi, quando mi attirava e al tempo stesso mi sembrava assurdo sedermi ancora sui banchi dell’università, per ripetere i corsi e gli esami interminabili della SSIS, classe A059. Se anziché la “matematica nella scuola media” avessi scelto un’altra materia di insegnamento, giudicata più affine alle mie qualifiche di laureato in fisica, oggi non sarei di ruolo e neanche precario, ma supplente in una graduatoria inesauribile, con incarichi temporanei e spezzoni di ore in scuole lontane. L’attesa del precario è come la vita del bracciante che si alza presto la mattina e va in piazza ad aspettare il camion che lo porta nei campi. Qualche giorno il lavoro c’è, qualche giorno no, così, per anni, senza il barlume di un cambiamento. Ma il ministro non lo sa, quando parla di nuovi concorsi per i giovani neolaureati, che vanno a contendere i posti già tagliati ad altri giovani ormai cinquantenni, abilitati e precari da un quarto di secolo. Chi governa con la giusta incompetenza è capace di rapportarsi a qualunque grado di complessità.

Buon compleanno project!

3 settembre, 2012 § 3 commenti

E’ cominciato il quinto anno di vita del Project! che è nato a Houston, Texas, il 2 Settembre 2008. Il contatore indica che da allora ci sono stati 31550 accessi alle pagine di questo sito. Il Project! continua ad evolversi nel web: vorrebbe essere un libro ipertestuale, ma in realtà è una cosa inafferrabile, che può finire, ma non è mai definitiva. Di tanto in tanto un po’ di manutenzione fa da contrappeso all’accrescimento spontaneo. Alla fine di agosto ho sistemato il Sommario con le storie che mi hanno accompagnato in questi anni, mentre nuove pagine sono state aggiunte per indicizzare tramite soggetto quasi tutti gli altri post, anche quelli che non ho ancora scritto.

– Considerazioni inattuali – riletture personalizzate d’attualità (quello che ci si aspetta da un blog).

– Luoghi e non luoghi – dove vado in giro (in ordine alfabetico).

– Viaggi nel calendario – discorsi sul tempo che scorre (e tentazioni proustiane).

– Pensieri scolastici – diario di un dilettante professore.

– In mare – nel Mediterraneo in barca a vela.

Ho infine aggiunto un’ultima pagina sul mare fuori stagione, nella colonna a sinistra, sotto le altre già dedicate al Texas e a Berlino. Ecco come si presenta il nuovo Sommario.

Dove sono?

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