La grotta del genovese

15 agosto, 2012 § 1 Commento

Il sole irrompe di mattina e rischiara i fondali di Cala Fredda, chiazzati di verde e di blu. La “Contessa” dondola appena al riparo dalle onde. Quando apro gli occhi sento l’odore del caffé: ce n’è ancora nella prima moka del mattino e lo mescolo come al solito in una piccola tazza di plastica col latte freddo e un po’ di zucchero. Lucio è già fuori sopra coperta, in silenzio, a studiare gli ormeggi delle barche che hanno gettato l’ancora attorno a noi. C’è abbastanza spazio per tutti, niente di cui dobbiamo preoccuparci. La baia sale ripida verso la collina di Levanzo. Gli odori caldi del Mediterraneo scorrono giù dalle rive e si intromettono senza bussare nell’aria fresca del mare. Alcuni bagnanti vanno a piedi in un lento pellegrinaggio sulla strada sassosa che taglia a mezzacosta Cala Fredda: sotto il sole raggiante sembrano già affaticati e scompaiono poco più in là, ad oriente, nel piccolo promontorio che separa il nostro mare da quello di Cala Minnola, dov’è la spiaggia. Del paese si vede solo il retro di qualche casa che spunta all’estremità opposta della baia. La strada sassosa dei bagnanti pellegrini proviene di là, in leggerissima salita, e costeggia il muro bianco di un minuscolo cimitero.

Nel pomeriggio alzeremo le vele verso il porto di Trapani, dove finisce il nostro viaggio che era cominciato a Milazzo, per le Eolie, fino a Ustica, prima di arrivare all’ultimo approdo delle Egadi. Ma di mattina abbiamo ancora qualche ora da spendere nel mare di Levanzo che è così accogliente. Chissà se riusciremo a trovare la Grotta del Genovese!  Ci siamo lasciati affascinare dal portolano di Mauro Mancini, dove sono descritte le incisioni paleolitiche e le pitture neolitiche: i segni incredibili di due diverse civiltà, a distanza di millenni l’una dall’altra, nello stesso luogo. Saliremo in paese per chiedere dov’è. Se è necessario pagheremo una guida, ma sarebbe più bello entrarci da soli con la torcia elettrica, strisciando a terra nel basso cunicolo d’ingresso fino al grande ventre sotterraneo della grotta. Lucio ce l’ha una torcia elettrica, casomai servisse, ma non ha intenzione di unirsi all’esplorazione. Preferisce una mattina di riposo, per riordinare la barca e le idee prima del rientro a Trapani. Mettiamo in acqua il gommone che guizza di qua e di là quando ci appoggiamo sopra i piedi per salire.  Lucio accende il motore fuoribordo e in pochi minuti porta a riva il suo equipaggio, due uomini in tutto (io e Etles) con i piedi a bagno nella scogliera. Il tempo di infilarci le scarpe e in un attimo ci arrampichiamo sulla strada verso il paese, contromano rispetto ai bagnanti diretti a Cala Minnola.

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La solidità della terra sotto i piedi disorienta come al solito le nostre abitudini dopo ore di dondolio in mare. Per sudare bastano pochi passi: è  caldo a terra, caldo davvero. Il paese è poco distante lungo la strada sassosa al di là della curva, ma le case bianche e blu che abbiamo visto dal mare sono ancora nascoste. Etles si fa avanti per chiedere informazioni e confabula con una signora che ha gli occhiali appesi al collo ed i capelli cotonati.  Per visitare la grotta bisogna chiedere a Mimmo, in paese, ti accompagna lui. La grotta è straordinaria, come tutta l’isola. Dopo aver visitato la Grotta del Genovese un po’ di anni fa, la signora ha comperato casa a Levanzo per trascorrerci le estati: non proprio in paese o sul mare, ma nella collina dietro, dove il mare arriva con l’odore, ma lo sguardo riposa nel paesaggio di un entroterra che sembra lontano chilometri. Prenderemo un caffé nel primo bar che incontriamo e chiederemo di Mimmo: a colazione sarebbe splendida una granita al latte di mandorla, ma non possiamo pretendere troppo in un posto come questo.  Un bar me lo aspetto proprio all’ingresso della borgata. Una volta c’era. Una volta, ma quando? A distanza di anni un luogo già visto riaffiora nella memoria e contende al presente il diritto di esistere ancora così com’era, come se fosse rimasto fermo ad aspettarci, perché là abbiamo lasciato qualcosa che ci riguarda e torneremo a riprenderlo prima o poi.  Non si sa quando, forse subito, forse mai, oppure in un momento qualunque fra il subito e il mai, senza un’ora, senza una data nel calendario.  E’ nel ritrovare qualcosa -o nello scoprire che non c’è più- che la memoria paga il dazio al tempo passato.

Dopo la curva in fondo alla via sassosa, c’era un bar piccolo con la tettoia e la ringhiera di ferro, che pareva sospeso sul molo, un blocco di cemento risucchiato dalle onde, con le forme rotonde e nere dei vecchi pneumatici usati come parabordi per l’ormeggio delle imbarcazioni di linea. Non scendevano automobili dai traghetti diretti a Levanzo, sulla strada c’era solo un vecchio maggiolino wolkswagen e qualche motofurgone a tre ruote. Per il resto bastavano i muli. In un pomeriggio di Luglio del 1979 a Levanzo non succedeva quasi nulla. L’attesa dell’aliscafo per il rientro a Trapani era di per sè un evento, nell’atmosfera arcana e dilatata sotto la tettoia del bar. L’essere lì in quel momento erà già un segno di distinzione. Seduto c’era un villeggiante di una città del nord, un tipo barbuto con il cappello appeso al collo romanzava le proprie imprese per una ristretta cerchia di amici.  “I soliti milanesi” diceva mio padre, proprio non riusciva a sopportarli. Eravamo a Levanzo per cercare la Grotta del Genovese, ma allora per me non era poi così importante, mi bastava il viaggio di andata e ritorno su una motonave chiamata Sandokan. Pur non essendo l’ultima delle Egadi, Levanzo aveva un’aria esotica che non avremmo potuto apprezzare se ci fossimo fermati a Favignana.

Quel bar lo ritroviamo nella stessa posizione e sopra lo stesso mare, ma sembra molto più grande, col tetto rifatto ed un terrazzo largo come una pista da ballo. Anche il paese bianco e azzurro appare più grande e brilla nella riva opposta del golfo, sotto il sole del mattino, con le vie pulite che scendono verso la baia o risalgono il pendio sempre più scosceso. Un traghetto di linea fischia nervoso per farsi strada fra le barche che ostacolano l’ingresso nella baia. Una giovane guida ricciuta scende al porto per accogliere i turisti appena sbarcati. La Grotta del Genovese è aperta a tutti, due volte al giorno. Oggi è venduta con stile al prezzo di ventidue euro e cinquanta, con il trasporto in barca oppure in fuoristrada, come se questo angolo estremo di Sicilia appartenesse realmente all’Europa. Un’organizzazione così sarebbe stata difficile da immaginare trentatré anni fa, quando l’isola nascondeva ancora la grotta in una piega inaccessibile della sua scogliera. Non ricordo la faccia di mio padre quella sera che tornammo da Levanzo, ma non mi sembra fosse particolarmente dispiaciuto. Per entrare nello spirito del luogo, gli era bastato il mare ed un bagno a Cala Minnola.

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§ Una risposta a La grotta del genovese

  • antonio ha detto:

    Questo potrebbe essere un pezzo di una canzone di Vasco Rossi:

    “Una volta c’era. Una volta, ma quando? A distanza di anni un luogo già visto riaffiora nella memoria e contende al presente il diritto di esistere ancora così com’era, come se fosse rimasto fermo ad aspettarci, perché là abbiamo lasciato qualcosa che ci riguarda e torneremo a riprenderlo prima o poi. Non si sa quando, forse subito, forse mai, oppure in un momento qualunque fra i subito e il mai, senza un’ora, senza una data nel calendario. E’ nel ritrovare qualcosa -o nello scoprire che non c’è più- che la memoria paga il dazio al tempo passato”.

    ciao
    Antonio

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