Nel mare delle Egadi

8 agosto, 2012 § Lascia un commento

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Le previsioni dicono che si alzerà una brezza da ponente, ma non c’è vento quando usciamo dalla baia di Favignana alle nove del mattino.  Lucio vuol fare una ricognizione attorno all’isola, per cercare fondali adatti all’ormeggio nel litorale sud, al riparo dai venti di maestrale. Fuori dal porto scivoliamo senza vele sul mare piatto, mentre le case del paese disegnano un profilo bianco seghettato, che si arrotonda nella cupola color smeraldo della chiesa madre. La costa orientale di Favignana è rialzata sul mare. Una scogliera chiara la sorregge, forata dalle grotte nere delle cave che sembrano il relitto di una civiltà rupestre.  A Favignana l’estrazione del tufo ha una tradizione millenaria, ma lo sfruttamento moderno ha trasformato le tracce della prima attività estrattiva rendendo indistinguibile quello che è antico da quello che non lo è. Bastano pochi minuti per il periplo dell’estremità orientale di Favignana. Qui le cave si infittiscono in una follia cubista e le ombre scavate del tufo paiono porte monumentali, accecate dal sole del mattino. Controluce a sud-est, il fondale basso riemerge in lontananza nell’isola Lunga, oltre la quale ristagnano ancora le acque fenicie di Mozia, a ridosso delle saline e dei mulini a vento di Marsala.

Nella punta occidentale della Sicilia comincia il filo da cui si dipana la storia d’Italia: a partire dalle guerre cartaginesi, fino all’avventura garibaldina dei Mille e poi, ancora, con lo sbarco delle truppe inglesi e americane nel 1943, l’Italia è venuta sempre qui a cercare il bandolo della sua identità aggrovigliata. Fin dai tempi di Roma repubblicana, in  questo mare limpido che mescola i venti del sud con quelli del nord, sono state decise le sorte di conflitti mondiali. Nel marzo del 241 a.C. si consuma l’ultimo atto della prima guerra punica. I romani conquistano Trapani e capo Lilibeo, all’estremità occidentale della Sicilia, con una flotta che sorprende i Cartaginesi. L’intervento di Annone non ribalta le sorti del conflitto ed i suoi rinforzi restano intrappolati vicino all’isola di Levanzo, sotto il tiro della flotta romana. Le navi di entrambi gli eserciti affondano a decine: la storia dei diecimila cartaginesi imprigionati dal console Gaio Lutazio Catulo fa riferimento a questa battaglia delle isole Egadi. Alcuni relitti della prima guerra punica, soprattutto “ancore” di piombo, sono ancora appoggiati nel mare di Levanzo, sui fondali al largo di Capo Grosso.

Raggiungeremmo volentieri l’isola di Levanzo con la nostra barca, se solo si alzasse la brezza prevista. Ma dopo la bonaccia irrompe all’improvviso un vento impetuoso, che  impedisce qualunque rotta e fa dondolare la barca all’ancora, ferma in rada a sud di Favignana.  Il vento soffia da ponente in accordo con le previsioni del mattino, ma con un’intensità inattesa, che non accenna a diminuire.  Non abbiamo fretta, col vento giusto Levanzo è ad un’ora di navigazione, ma se le condizioni non cambiano, non possiamo salpare l’ancora. Potremmo perfino essere costretti a trascorrere la notte in barca, in questa baia a sud di Favignana. Verso mezzogiorno il vento scompare, poi ricomincia con raffiche ancora più forti. Aspettiamo e inganniamo l’attesa col pranzo. Gradualmente il vento perde forza e di pomeriggio acquista un’intensità ragionevole. Con il fiocco aperto e due mani di terzaroli nella randa, la barca schizza nel vento e corre fra una baia e l’altra, a breve distanza dalla costa sud di Favignana, che si fa piatta e monotona all’estremità occidentale dell’isola. In fondo, il profilo di Levanzo esce allo scoperto, seducente, ad un pugno di miglia a dritta. Viriamo e lasciamo che il vento spinga la “Contessa” via da Favignana.  A proposito di Levanzo il nostro portolano racconta meraviglie, è l’isola dell’arcipelago che riserva più sorprese. L’entroterra collinare un tempo coltivato a Marsala nasconde, al di là delle scogliere, una tenuta principesca appartenuta ai Florio. Sulla costa occidentale si aprono le grotte che furono abitate da genti preistoriche, quando Levanzo era collegato da una striscia di terra a Favignana, che a sua volta era unita alla Sicilia, e le due isole formavano insieme l’arco di un golfo, come un uncino sulla punta occidentale della Sicilia.

Un’enorme caverna si spalanca come una bocca nel versante meridionale di Levanzo.  Mentre ci avviciniamo all’isola, pensiamo che sia quella la Grotta del Genovese, con le pitture e le incisioni paleolitiche di dodici mila anni fa. Il portolano ne parla con stupore, ma non dà indicazioni dettagliate sulla posizione esatta della grotta. Il vento perde un po’ di intensità e possiamo finalmente alzare la terza vela, la fisherman dei pescatori americani, che ammiriamo da sotto, col naso all’insù. La Contessa si inclina come un vascello da regata d’altri tempi e fugge di volata verso Levanzo.  L’isola diventa sempre più grande, finché il borgo bianco e azzurro dei pescatori appare per un attimo in fondo all’insenatura che risale il pendio sul greto di un torrente.  Le case si appoggiano l’una sull’altra, inerpicandosi verso l’alto. In un attimo il paese scompare dietro il promontorio che lo divide da cala fredda, un nome di buon auspicio per gettare l’ancora in una torrida sere d’estate.

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