La mistica del fonogramma

30 agosto, 2012 § 11 commenti

La verbosità delle circolari ministeriali ricorre spesso a neologismi mascherati di nobiltà. Sappiamo cos’è la posta elettronica e abbiamo familiarità coi social networks, conosciamo i telegrammi e le raccomandate con ricevuta di ritorno, ma i fonogrammi non li avevo mai sentiti: potevano essere tuttalpiù un refuso dei fotogrammi. Quando ho saputo che la convocazione dell’ufficio scolastico sarebbe avvenuta tramite fonogramma mi è venuto da pensare a qualcosa di desueto: all’altoparlante dell’arrotino ambulante, ad un vecchio giradischi settantotto giri con la puntina d’acciaio, ai primi esperimenti col telefono di Augusto Righi.

L’annuncio di un’ampia disponibilità per l’assunzione definitiva nelle fila del personale della scuola era arrivato prima di ferragosto per bocca del sindacato. Ma era saggio non fidarsi. Revoche e cambiamenti di rotta sono all’ordine del giorno nelle circolari ministeriali sulla scuola. L’annuncio del sindacato era sufficiente a farci trattenere il respiro fino al responso dell’oracolo che si sarebbe dovuto esprimere nell’ultima decade d’agosto attraverso il sito web dell’ufficio scolastico provinciale. Ogni giorno poteva essere quello buono, quanto basta per tenere gli occhi puntati sul sito da mattina a sera. Lunedì nulla. Martedì esce un documento su misteriose graduatorie affini. Mercoledì è il turno dei dop, che non c’entrano con la denominazione di origine protetta, giovedì gli Ata mentre venerdì è la volta dei licei coreutici.  Dei professori di italiano e di matematica non c’è traccia, tanto che vien da pensare siano stati elimitati dalla scuola, con il pretesto delle semplificazioni. Ma il lavoro dell’uffico scolastico è enorme ed è “aiutato” dalla burocrazia semplificatrice delle circolari e dei decreti, che fra l’altro determineranno la soppressione dell’ufficio stesso entro breve. Niente di preoccupante, bisogna solo portare pazienza, tanto -se ci devono chiamare- prima o poi ci chiamano.

Il silenzio dell’ufficio scolastico è rotto dall’ansia degli insegnanti in attesa d’essere convocati, che fanno squillare i telefoni di amici colleghi e fanno ipotesi surreali sulla discesa di extaterrestri che potrebbero vantare diritti di precedenza in graduatoria e imporre l’accantonamento dei posti disponibili per i soli abilitati con dodici dita. Basta con le stupidaggini! Non diciamo nulla finchè non arriva la comunicazione ufficiale, che dovrebbe essere un telegramma… Una volta era così, la notizie ufficiali viaggiavano in tempo reale sulle ali delle poste italiane e c’era il gusto di assaporarle subito in quel messaggio scarno punteggiato di stop. Ma l’ufficio scolastico adesso è sommerso di lavoro ed i telegrammi possono impiegare giorni e giorni per arrivare, a causa del caldo, del freddo e delle curve nella strada. E poi, arrivati a destinazione, non è detto che ci sia qualcuno che li legge subito.  Potrebbe essere più adatta una raccomandata espresso con ricevuta di ritorno, ma ha un prezzo insostenibile. L’immissione in ruolo di dodicimila insegnanti costerebbe agli uffici scolastici della repubblica sessantamila euro.  E’ una esagerazione: con quei soldi ci pagate quattro professori per un anno. Meglio il fonogramma, costa molto meno e arriva subito… se il destinatario è raggiungibile. Ma si sa, i professori in attesa del ruolo non hanno altro da fare, stanno barricati in casa con i figli ad aspettare la convocazione. Lo stipendio non permette voli, è calibrato su misura per la quiete domestica. Per le mie vicende passate -non so bene perché- io ho imparato a nascondermi fra un posto e l’altro senza lasciare tracce di me, come se dovessi fuggire dai sicari del KBG. Ma l’ufficio scolastico della provincia di Forlì non ne è al corrente.

In attesa della chiamata eventuale, rinuncio ai viaggi ma non resto in casa ad aspettare. Il cellulare ed il computer portatile mi sembrano sufficienti per stare in contatto col mondo della scuola, ma non è questa la strada che il mondo della scuola ha scelto per stare in contatto con me. Qualche amico in graduatoria dice d’essere già stato raggiunto, mentre io niente. Preferisco non pensarci e resto fuori da mattina a sera: vado a comperare la verdura biologica su in collina e porto pure la macchina all’autolavaggio. Il mantra del precario si impadronisce della mia volontà: bisogna solo portare pazienza, tanto -se ci devono chiamare- prima o poi ci chiamano.

Torno a casa la sera all’ora di cena. Domani mi farò vivo io con quelli dell’ufficio scolastico, intanto ci dormo su. Ma il telefono squilla alle otto di sera. Parla una signora napoletana, potrebbe essere la voce di un call center: “Finalmente l’ho trovata, ma dov’era? E’ tutt’oggi che la chiamo”.  Sembra quasi la mamma… ma è la voce della scuola pubblica che mi cerca! Il fonogramma -eccolo- un’apparizione sonora… Vieni e seguimi, ti farò pescatore di uomini. Adesso posso dormire tranquillo.

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Il bosone ciellino

28 agosto, 2012 § 4 commenti

Non vado a Rimini al meeting di Cielle da almeno dieci anni. Proprio l’ultimo giorno, Sabato 25 Agosto, in calendario c’è la kermesse dei big del CERN. Il direttore scientifico Sergio Bertolucci e Lucio Rossi parlano del bosone di Higgs, la particella più famosa dell’universo, effimera e capricciosa come una rock star, di cui si è intravista l’esistenza nei laboratori colossali del CERN. Nell’auditorium della nuova fiera di Rimini la coreografia è adatta alla grandiosità del progetto. Il maxischermo amplifica le immagini dei due scienziati-manager che si esibiscono con la maestria dei grandi comunicatori: tre quarti d’ora ciascuno, davanti ad un pubblico eterogeneo che non scalpita e osserva con rispetto i grafici, le unità di misura, gli ordini di grandezza dell’infinitamente piccolo, come se tutto questo fosse il pane quotidiano della grande famiglia ciellina. La kermesse funziona ed ha un impatto sulla gente in sala, che applaude a comando dopo le battute più sagaci dei relatori. Non so cosa possa aver capito quel pubblico eterogeneo, dei modelli di universo e delle supersimmetrie, ma la tensione verso l’infinito non poteva essere messa in scena in modo più efficace, con tutta la forza dell’attualità. Anche la scienza non poteva dare un’impressione migliore di sè.  La competizione e la collaborazione si mescolano in giuste dosi, nel motore del grande gioco del CERN, dove le scoperte scientifiche sono figlie di ingegnose innovazioni tecnologiche a vantaggio di tutta la collettività.  Il CERN è il migliore investimento dell’Unione Europa: è impossibile pensarla diversamente, dopo aver ascoltato la viva voce dei leader del laboratorio più grande del mondo, che si muovono con una tale disinvoltura fra la gente di Cielle, da sembrare essi stessi parte del movimento, leader per nulla occulti.

Ascoltarli mi risveglia il gusto per la ricerca scientifica, che ho a lungo tenuto nascosto sotto la sabbia della riviera romagnola, o nei silos degli zuccherifici. Eppure ricordo di essere andato in visita al CERN di Ginevra almeno due volte, quando ero studente di fisica, e di averne ricevuto un’impressione poco gradevole, che ha influito sulle mie scelte successive di fisico anomalo. L’enormità dei magneti e delle caverne sotterranee che li ospitano, l’artificio grandioso della tecnologia necessaria per mettere in luce l’infinitamente piccolo, hanno qualcosa di disumanizzante: ore, giorni, mesi, spesi per collimare un fascio invisibile di particelle, nella luce artificale delle gallerie, fra rivelatori alieni, sottoterra, mentre fuori si susseguono le stagioni. E i grandi numeri dei gruppi di ricerca, dove i contributi al progresso scientifico portano il nome di cento persone, quale spazio lasciano alla creatività del singolo individuo? La mia idea di scienziato era un po’ troppo letteraria e facava a pugni con l’organizzazione di un moderno laboratorio, dove anche i geni della fisica timbrano il cartellino e sono addetti a logoranti routine. Bertolucci mette in luce la coralità dell’impresa, dove ogni scienziato partecipa orientando la propria volontà in accordo con quella di una intelligenza suprema, come gli angeli del paradiso dantesco.  Come avevo fatto a non accorgermene? A Ginevra io non vedevo intelligenze angeliche, ma costruttori di piramidi che sarebbero stati sepolti, prima o poi, insieme al faraone. La verità, almeno in questo caso, dipende dagli occhi di chi guarda. L’attitudine alle imprese corali è una caratteristica antropologica: se ce l’hai, è più facile diventare ciellino. Ma il cattolicesimo ha infinite sfumature che tengono conto di tutte le facce dell’animo umano. Agli antipodi c’è San Girolamo, in solitudine, nel deserto. Forse San Girolamo mi assomiglia di più.

In questo presente dilaniato dalle divisioni e dalle inefficienze, il meeting di Rimini brilla per l’efficienza, l’organizzazione e la cordialità, per la capacità di creare un mondo a immagine e somiglianza di un progetto culturale, l’unico al giorno d’oggi in grado di tradursi in una grande realtà italiana. I giovani volontari con le magliette rosse dello sponsor sono felicissimi di indicare la strada alle automobili che entrano nei parcheggi, al sole, con 35 gradi di temperatura già alle dieci del mattino. La forza del movimento non teme il caldo e neppure la legge. La realtà del movimento è più forte dello stato e le immagini giganti di Roberto Formigoni sorridono nello stand della regione Lombardia, come se non fosse successo nulla. Mi siedo a mangiare in un ristorante, per dodici euro offrono anche l’aperitivo, il dessert ed il caffé. I camerieri volontari mi fanno sentire a casa, in un ambiente luminoso, elegante e pulito, sponsorizzato. Vorrei essere ciellino anch’io: da dove si passa per entrare? So che molti amici rinnegherebbero la mia amicizia. E i ciellini? Sarebbero disposti a tenermi così come sono, insubordinato e meditabondo? Dopo il primo approccio, lo so, mi ritroverei di nuovo nel deserto, con un sasso in mano, un drappo rosso ed il leone ai piedi. La natura non dà scampo.

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Il giro di boa dell’Estate

23 agosto, 2012 § Lascia un commento

Un invisibile giro di boa cambia la luce dell’estate, come in barca dopo aver doppiato un promontorio. I raggi del sole incidono in modo diverso sulla superficie del mare e la mente vi si adegua. Liberato finalmente dalle attese dei giorni a venire, un nuovo stato d’animo fiorisce dopo ferragosto. Nelle accoglienti serate all’aperto mi accorgo dell’estate per la prima volta. Le truppe dei turisti che affollano la spiaggia non sembrano più così invadenti come all’inizio della stagione: presto migreranno tutti all’improvviso, come hanno già fatto le rondini qualche giorno fa. La brezza dell’una del pomeriggio sostiene le mie velleità da surfista sul mare che luccica a Pinarella. Poco più in là, al “bagno 103” Daniele profetizza la crisi del modello balneare romagnolo: se non tornano i tedeschi, quelli di una volta che spendevano trenta euro al giorno in birra, non c’è futuro per la riviera. Gli italiani spediti  in vacanza dai tour operators a pensione completa non lasciano soldi nei bar in spiaggia, sono tristi, brutta gente. Arrivano con le bottiglie dall’albergo. In tempi di crisi anche le bibite diventano armi, gli albergatori le usano per blandire la propria clientela e sottraggono fatturato ai bar in spiaggia. Daniele parla tedesco ed è l’unico che a Pinarella coltiva la clientela germanica, soprattutto in bassa stagione, quando le conversazioni si perdono nella birra, straordinaria, importata dalla Baviera. Chi prospetta un turismo verde, a basso impatto ambientale, non ha capito la forza della birra.

Dopo ferragosto cominciano gli sconti e la spiaggia torna a popolarsi, con un numero di persone non depressivo, ma neppure eccessivo.  Negli ultimi trent’anni la ricettività della riviera è più che triplicata: ci sarebbero lettini, sdrai, posti a tavola, una settimana a  turno per tutta Europa, ma gli impiegati dell’italico nord-est sono gli unici ormai che vengono a riempirli, di domenica, scaricando qui le loro ansie. Il mito della  crescita perenne ha innervato le ambizioni degli imprenditori balneari per cinquant’anni. Se vendevi dieci birre, l’anno dopo ne avresti vendute dodici, e così via per decenni.  Ora c’è il rischio concreto di venderne una in meno, allora è un disastro, una calamità naturale. Bar e alberghi e chioschi della piadina, tutti vorrebbero aumentare la fetta di quella torta che non cresce più, e allora diventa una guerra fra categorie, a colpi di permessi e di divieti. Nella ricca povertà di un mondo effimero fatto di bibite e di musica ad alto volume, gli imprenditori vivono d’ansia, ma i turisti hanno solo da guadagnarci.

La grotta del genovese

15 agosto, 2012 § 1 Commento

Il sole irrompe di mattina e rischiara i fondali di Cala Fredda, chiazzati di verde e di blu. La “Contessa” dondola appena al riparo dalle onde. Quando apro gli occhi sento l’odore del caffé: ce n’è ancora nella prima moka del mattino e lo mescolo come al solito in una piccola tazza di plastica col latte freddo e un po’ di zucchero. Lucio è già fuori sopra coperta, in silenzio, a studiare gli ormeggi delle barche che hanno gettato l’ancora attorno a noi. C’è abbastanza spazio per tutti, niente di cui dobbiamo preoccuparci. La baia sale ripida verso la collina di Levanzo. Gli odori caldi del Mediterraneo scorrono giù dalle rive e si intromettono senza bussare nell’aria fresca del mare. Alcuni bagnanti vanno a piedi in un lento pellegrinaggio sulla strada sassosa che taglia a mezzacosta Cala Fredda: sotto il sole raggiante sembrano già affaticati e scompaiono poco più in là, ad oriente, nel piccolo promontorio che separa il nostro mare da quello di Cala Minnola, dov’è la spiaggia. Del paese si vede solo il retro di qualche casa che spunta all’estremità opposta della baia. La strada sassosa dei bagnanti pellegrini proviene di là, in leggerissima salita, e costeggia il muro bianco di un minuscolo cimitero.

Nel pomeriggio alzeremo le vele verso il porto di Trapani, dove finisce il nostro viaggio che era cominciato a Milazzo, per le Eolie, fino a Ustica, prima di arrivare all’ultimo approdo delle Egadi. Ma di mattina abbiamo ancora qualche ora da spendere nel mare di Levanzo che è così accogliente. Chissà se riusciremo a trovare la Grotta del Genovese!  Ci siamo lasciati affascinare dal portolano di Mauro Mancini, dove sono descritte le incisioni paleolitiche e le pitture neolitiche: i segni incredibili di due diverse civiltà, a distanza di millenni l’una dall’altra, nello stesso luogo. Saliremo in paese per chiedere dov’è. Se è necessario pagheremo una guida, ma sarebbe più bello entrarci da soli con la torcia elettrica, strisciando a terra nel basso cunicolo d’ingresso fino al grande ventre sotterraneo della grotta. Lucio ce l’ha una torcia elettrica, casomai servisse, ma non ha intenzione di unirsi all’esplorazione. Preferisce una mattina di riposo, per riordinare la barca e le idee prima del rientro a Trapani. Mettiamo in acqua il gommone che guizza di qua e di là quando ci appoggiamo sopra i piedi per salire.  Lucio accende il motore fuoribordo e in pochi minuti porta a riva il suo equipaggio, due uomini in tutto (io e Etles) con i piedi a bagno nella scogliera. Il tempo di infilarci le scarpe e in un attimo ci arrampichiamo sulla strada verso il paese, contromano rispetto ai bagnanti diretti a Cala Minnola.

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La solidità della terra sotto i piedi disorienta come al solito le nostre abitudini dopo ore di dondolio in mare. Per sudare bastano pochi passi: è  caldo a terra, caldo davvero. Il paese è poco distante lungo la strada sassosa al di là della curva, ma le case bianche e blu che abbiamo visto dal mare sono ancora nascoste. Etles si fa avanti per chiedere informazioni e confabula con una signora che ha gli occhiali appesi al collo ed i capelli cotonati.  Per visitare la grotta bisogna chiedere a Mimmo, in paese, ti accompagna lui. La grotta è straordinaria, come tutta l’isola. Dopo aver visitato la Grotta del Genovese un po’ di anni fa, la signora ha comperato casa a Levanzo per trascorrerci le estati: non proprio in paese o sul mare, ma nella collina dietro, dove il mare arriva con l’odore, ma lo sguardo riposa nel paesaggio di un entroterra che sembra lontano chilometri. Prenderemo un caffé nel primo bar che incontriamo e chiederemo di Mimmo: a colazione sarebbe splendida una granita al latte di mandorla, ma non possiamo pretendere troppo in un posto come questo.  Un bar me lo aspetto proprio all’ingresso della borgata. Una volta c’era. Una volta, ma quando? A distanza di anni un luogo già visto riaffiora nella memoria e contende al presente il diritto di esistere ancora così com’era, come se fosse rimasto fermo ad aspettarci, perché là abbiamo lasciato qualcosa che ci riguarda e torneremo a riprenderlo prima o poi.  Non si sa quando, forse subito, forse mai, oppure in un momento qualunque fra il subito e il mai, senza un’ora, senza una data nel calendario.  E’ nel ritrovare qualcosa -o nello scoprire che non c’è più- che la memoria paga il dazio al tempo passato.

Dopo la curva in fondo alla via sassosa, c’era un bar piccolo con la tettoia e la ringhiera di ferro, che pareva sospeso sul molo, un blocco di cemento risucchiato dalle onde, con le forme rotonde e nere dei vecchi pneumatici usati come parabordi per l’ormeggio delle imbarcazioni di linea. Non scendevano automobili dai traghetti diretti a Levanzo, sulla strada c’era solo un vecchio maggiolino wolkswagen e qualche motofurgone a tre ruote. Per il resto bastavano i muli. In un pomeriggio di Luglio del 1979 a Levanzo non succedeva quasi nulla. L’attesa dell’aliscafo per il rientro a Trapani era di per sè un evento, nell’atmosfera arcana e dilatata sotto la tettoia del bar. L’essere lì in quel momento erà già un segno di distinzione. Seduto c’era un villeggiante di una città del nord, un tipo barbuto con il cappello appeso al collo romanzava le proprie imprese per una ristretta cerchia di amici.  “I soliti milanesi” diceva mio padre, proprio non riusciva a sopportarli. Eravamo a Levanzo per cercare la Grotta del Genovese, ma allora per me non era poi così importante, mi bastava il viaggio di andata e ritorno su una motonave chiamata Sandokan. Pur non essendo l’ultima delle Egadi, Levanzo aveva un’aria esotica che non avremmo potuto apprezzare se ci fossimo fermati a Favignana.

Quel bar lo ritroviamo nella stessa posizione e sopra lo stesso mare, ma sembra molto più grande, col tetto rifatto ed un terrazzo largo come una pista da ballo. Anche il paese bianco e azzurro appare più grande e brilla nella riva opposta del golfo, sotto il sole del mattino, con le vie pulite che scendono verso la baia o risalgono il pendio sempre più scosceso. Un traghetto di linea fischia nervoso per farsi strada fra le barche che ostacolano l’ingresso nella baia. Una giovane guida ricciuta scende al porto per accogliere i turisti appena sbarcati. La Grotta del Genovese è aperta a tutti, due volte al giorno. Oggi è venduta con stile al prezzo di ventidue euro e cinquanta, con il trasporto in barca oppure in fuoristrada, come se questo angolo estremo di Sicilia appartenesse realmente all’Europa. Un’organizzazione così sarebbe stata difficile da immaginare trentatré anni fa, quando l’isola nascondeva ancora la grotta in una piega inaccessibile della sua scogliera. Non ricordo la faccia di mio padre quella sera che tornammo da Levanzo, ma non mi sembra fosse particolarmente dispiaciuto. Per entrare nello spirito del luogo, gli era bastato il mare ed un bagno a Cala Minnola.

Nel mare delle Egadi

8 agosto, 2012 § Lascia un commento

In mare <== vai alla pagina

Le previsioni dicono che si alzerà una brezza da ponente, ma non c’è vento quando usciamo dalla baia di Favignana alle nove del mattino.  Lucio vuol fare una ricognizione attorno all’isola, per cercare fondali adatti all’ormeggio nel litorale sud, al riparo dai venti di maestrale. Fuori dal porto scivoliamo senza vele sul mare piatto, mentre le case del paese disegnano un profilo bianco seghettato, che si arrotonda nella cupola color smeraldo della chiesa madre. La costa orientale di Favignana è rialzata sul mare. Una scogliera chiara la sorregge, forata dalle grotte nere delle cave che sembrano il relitto di una civiltà rupestre.  A Favignana l’estrazione del tufo ha una tradizione millenaria, ma lo sfruttamento moderno ha trasformato le tracce della prima attività estrattiva rendendo indistinguibile quello che è antico da quello che non lo è. Bastano pochi minuti per il periplo dell’estremità orientale di Favignana. Qui le cave si infittiscono in una follia cubista e le ombre scavate del tufo paiono porte monumentali, accecate dal sole del mattino. Controluce a sud-est, il fondale basso riemerge in lontananza nell’isola Lunga, oltre la quale ristagnano ancora le acque fenicie di Mozia, a ridosso delle saline e dei mulini a vento di Marsala.

Nella punta occidentale della Sicilia comincia il filo da cui si dipana la storia d’Italia: a partire dalle guerre cartaginesi, fino all’avventura garibaldina dei Mille e poi, ancora, con lo sbarco delle truppe inglesi e americane nel 1943, l’Italia è venuta sempre qui a cercare il bandolo della sua identità aggrovigliata. Fin dai tempi di Roma repubblicana, in  questo mare limpido che mescola i venti del sud con quelli del nord, sono state decise le sorte di conflitti mondiali. Nel marzo del 241 a.C. si consuma l’ultimo atto della prima guerra punica. I romani conquistano Trapani e capo Lilibeo, all’estremità occidentale della Sicilia, con una flotta che sorprende i Cartaginesi. L’intervento di Annone non ribalta le sorti del conflitto ed i suoi rinforzi restano intrappolati vicino all’isola di Levanzo, sotto il tiro della flotta romana. Le navi di entrambi gli eserciti affondano a decine: la storia dei diecimila cartaginesi imprigionati dal console Gaio Lutazio Catulo fa riferimento a questa battaglia delle isole Egadi. Alcuni relitti della prima guerra punica, soprattutto “ancore” di piombo, sono ancora appoggiati nel mare di Levanzo, sui fondali al largo di Capo Grosso.

Raggiungeremmo volentieri l’isola di Levanzo con la nostra barca, se solo si alzasse la brezza prevista. Ma dopo la bonaccia irrompe all’improvviso un vento impetuoso, che  impedisce qualunque rotta e fa dondolare la barca all’ancora, ferma in rada a sud di Favignana.  Il vento soffia da ponente in accordo con le previsioni del mattino, ma con un’intensità inattesa, che non accenna a diminuire.  Non abbiamo fretta, col vento giusto Levanzo è ad un’ora di navigazione, ma se le condizioni non cambiano, non possiamo salpare l’ancora. Potremmo perfino essere costretti a trascorrere la notte in barca, in questa baia a sud di Favignana. Verso mezzogiorno il vento scompare, poi ricomincia con raffiche ancora più forti. Aspettiamo e inganniamo l’attesa col pranzo. Gradualmente il vento perde forza e di pomeriggio acquista un’intensità ragionevole. Con il fiocco aperto e due mani di terzaroli nella randa, la barca schizza nel vento e corre fra una baia e l’altra, a breve distanza dalla costa sud di Favignana, che si fa piatta e monotona all’estremità occidentale dell’isola. In fondo, il profilo di Levanzo esce allo scoperto, seducente, ad un pugno di miglia a dritta. Viriamo e lasciamo che il vento spinga la “Contessa” via da Favignana.  A proposito di Levanzo il nostro portolano racconta meraviglie, è l’isola dell’arcipelago che riserva più sorprese. L’entroterra collinare un tempo coltivato a Marsala nasconde, al di là delle scogliere, una tenuta principesca appartenuta ai Florio. Sulla costa occidentale si aprono le grotte che furono abitate da genti preistoriche, quando Levanzo era collegato da una striscia di terra a Favignana, che a sua volta era unita alla Sicilia, e le due isole formavano insieme l’arco di un golfo, come un uncino sulla punta occidentale della Sicilia.

Un’enorme caverna si spalanca come una bocca nel versante meridionale di Levanzo.  Mentre ci avviciniamo all’isola, pensiamo che sia quella la Grotta del Genovese, con le pitture e le incisioni paleolitiche di dodici mila anni fa. Il portolano ne parla con stupore, ma non dà indicazioni dettagliate sulla posizione esatta della grotta. Il vento perde un po’ di intensità e possiamo finalmente alzare la terza vela, la fisherman dei pescatori americani, che ammiriamo da sotto, col naso all’insù. La Contessa si inclina come un vascello da regata d’altri tempi e fugge di volata verso Levanzo.  L’isola diventa sempre più grande, finché il borgo bianco e azzurro dei pescatori appare per un attimo in fondo all’insenatura che risale il pendio sul greto di un torrente.  Le case si appoggiano l’una sull’altra, inerpicandosi verso l’alto. In un attimo il paese scompare dietro il promontorio che lo divide da cala fredda, un nome di buon auspicio per gettare l’ancora in una torrida sere d’estate.

Tonnare

4 agosto, 2012 § 2 commenti

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Nel portolano di Mauro Mancini, che sembra un fumetto di Corto Maltese, sono descritte alcune piccole isole basse fra Trapani e le Egadi, difficili da avvistare col mare mosso. Siamo ormai nei pressi, non c’è burrasca, solo una leggera increspatura dell’onda. Da un po’ di tempo abbiamo individuato in lontananza il faro di Porcelli, che spunta dall’acqua diritto come il mozzicone di una matita. Più vicino a noi, la striscia di terra dell’isola di Maraone si vede e non si vede, nascosta fra un’onda e l’altra. Ancora più vicini, dall’isola di Formica emergono i tetti della tonnara, poi i muri e le arcate di due capannoni che ricordano l’arsenale di Venezia, col cortile a fianco. Il nome Formica spiega le minuscole dimensioni di un’isola tutta racchiusa dalle vecchie costruzioni di servizio per la pesca del tonno –la mattanza– che cent’anni fa in questo mare aveva assunto dimensioni industriali. La pesca del tonno oggi si fa ancora, ogni anno in primavera fra aprile e giugno, ma si è ridotta a poco più di un’attrazione turistica.

Un poligono delimitato da boe gialle, dopo l’isola di Formica, segnala una zona protetta dove è proibita la navigazione. Come in un campo di regata, doppiamo l’area interdetta lasciando a dritta la seconda boa. Il porto di Favignana è ormai ad un tiro di schioppo, basso, in una baia aperta ai venti di Maestrale. L’isola di Favignana non ha forma compatta: è una lingua di terra orientata  da est a ovest, con una montagna in mezzo che la taglia  perpendicolarmente e si getta in mare da due scogliere, una a nord, l’altra a sud, dove il litorale piatto si rompe. Nel punto più alto che sovrasta il porto, l’imponente fortezza spagnola lascia immaginare storie di antichi avvistamenti, e scontri, e tradimenti. A Favignana gettiamo l’ancora nella luce del pomeriggio. Da una parte c’è il paese mentre dall’altra la baia è racchiusa dagli antichi camini della tonnara che catturano l’attenzione, circondati dai muri e dai cancelli di un ex fabbricato industriale così vasto da bilanciare, con le sue linee, i tetti del paese che lo guardano, interrogativi, dalla riva opposta.

Per risvegliare le case di Favignana basterebbe il fischio di una sirena o il fumo nero di un camino.  Sulla riva del molo un portone monumentale di fine ottocento fa pensare alla fila lunga dei lavoranti stagionali a primavera. La tonnara di Favignana è chiusa dal 1982, ma non è in abbandono. Un accurato recupero ne ha imbalsamato i muri, per confortare i ricordi degli isolani che ci hanno lavorato, ma quell’edificio oggi è troppo grande per qualunque cosa, è un monumento all’identità dell’isola. Senza il ricordo della fabbrica di tonno che la faceva stare a galla, tutta Favignana potrebbe scivolare giù nei fondali come un gommone sgonfio. La nostra “contessa” è ormeggiata in mezzo alla baia. Scendiamo a riva per cenare e ritroviamo un certo piacere nelle gambe che si appoggiano solide sulla massicciata del molo.  Il centro di Favignana si stende nella parte pianeggiante dell’isola, bar e ristoranti carichi di colore corrono incontro: Favignana è un’isola festosa che accoglie i turisti a braccia aperte. La fine della industria alimentare ha spalancato le porte ad una nuova identità turistica, mediterranea, internazionale, che si ravviva nei mesi più caldi dell’estate.

I primi industriali siciliani non lo potevano immaginare questo turismo post-industriale di massa, quando all’inizio delle loro imprese, duecento anni fa, contendevano ai colonialisti inglesi idee e brevetti per lo sviluppo produttivo della Sicilia.  Non potevano immaginare molte cose, a cominciare dagli esiti dell’unità d’Italia, che avrebbe spostato la regione ai margini e trasformato l’isola in un covo di ribelli. Zolfo, tonno e vino Marsala erano i cavalli di battaglia della crescita siciliana, un’economia trainante per tutto il Regno di Napoli e modello per i sogni risorgimentali dell’Italia moderna. A Vincenzo Florio, erede di una fortuna, non bastava l’appalto dei servizi postali fra la Sicilia e Napoli: a Favignana inventò il tonno inscatolato sott’olio, una rivoluzione nella storia dell’industria alimentare, un successo mondiale per la sua impresa.

Il tonno in scatola occupa ancora gli scaffali di un piccolo supermercato di Favignana, dove ci fermiamo per la spesa. Sono perfetti per la barca e per il campeggio. I marchi sono sempre i soliti, ma suonano ormai come nomi vuoti: provengono da mattanze del Pacifico, ancor più spietate di quelle che si facevano al largo della Sicilia. A giudicare dalla quantità di scatolette che ingombrano i supermercati, deve esserci un  numero impressionante di tonni negli oceani. Ormai è notte, una doppia fila di bancarelle accompagna la strada verso la baia, lungo la banchina del porto. A destra alcuni giovani con accento siciliano vendono bigiotteria; a sinistra potrebbero essere pachistani quelli che vendono oggetti vari made in China. A destra le luci fioche delle candele creano un’atmosfera, a sinistra i generatori elettrici fanno un fracasso infernale. Un venditore di bigiotterie abbozza un alterco con chi gli sta di fronte, qualcuno con la faccia scura che non vuole rinunciare al frastuono ed alla luce intensa del suo generatore a gasolio. Anche nel porto di Favignana corre la faglia di un conflitto globale, attraverso la massa dei turisti post-industriali.

Altrove

1 agosto, 2012 § Lascia un commento

In mare <== vai alla pagina

Dalla barca ormeggiata nel porto di Ustica si vedono solo le case che scendono verso la baia. Il centro di Cala Santa Maria resta nascosto al di là del pendio che sale più morbido oltre la riva della scogliera. Ce ne accorgiamo camminando sulle strade tortuose disposte come rampe di scale. Nella salita il porto appare sempre più piccolo e decentrato rispetto al Corso che ha tutta l’aria di un viale, in leggera salita scenografica verso la chiesa parrocchiale. Il paese è vasto ed ha un reticolo di vie cittadine dalle quali ci si dimentica del mare. I turisti sono in minoranza rispetto agli abitanti sfaccendati che stazionano sulle panchine, o stanno a chiacchierare agli angoli delle strade. Pare d’essere nel cuore della Sicilia: con un capoluogo così, l’isola di Ustica sembra grande e parrebbe avventurosa la sua circumnavigazione, fra grotte, scogliere, aree protette. Tuttavia, visto dal mare, il perimetro dell’isola si richiude subito su se stesso, dopo appena un’ora di navigazione: sei miglia nautiche sono circa dieci chilometri.

Sull’isola mancano altri centri abitati degni di questo nome: all’estremità opposta di Cala Santa Maria, la Punta dello Spalmatore è segnata da una torre mozza, con un villaggio turistico nei pressi, dove le sagome ricurve di bagnanti annoiati vanno e vengono dalla spiaggia. A Ustica manca il conforto di una linea di costa aldilà del mare, il monte di un’isola sorella o soltanto uno scoglio che faccia da contrappeso alla solitudine di questa terra in mezzo al mare.  Ustica è un’isola che si incontra per caso e potrebbe anche non essere importante. E’ per questo che divenne un covo di pirati saraceni ed i Borboni -ancora all’inizio del millesettecento- non riuscivano a ricondurla alla sovranità del Regno di Napoli. Se il centro urbano di Ustica è così imponente rispetto alle minime dimensioni dell’isola, lo si deve alla volontà dei regnanti di duecentocinquanta anni fa, che dovettero riempire l’isola con una massa adeguata di soldati e di pescatori, per evitare che la prima nave turca di passaggio glieli portasse tutti via.

Dopo un giorno di pigra navigazione a ridosso della costa, di buon’ora alle sette del mattino salpiamo l’ancora. Le previsioni mettono vento da nord-est, quello che serve per andare spediti verso la punta occidentale della Sicilia. Ustica si allontana a poppa e svanisce in fretta nella foschia densa del mattino. Tutte le vele sono su -anche la fisherman- e la nostra “contessa” sfodera finalmente la sua classe, sembra una barca da competizione d’altri tempi. La rotta sud occidentale allontana i pensieri del giorno prima: la calma sperduta dell’isola di Ustica è ormai alle nostre spalle, con la memoria dei pirati e degli eccidi antichi e moderni, mentre le cime aguzze e tormentate di altre montagne fanno un’apparizione flebile a prua e restano a lungo confuse nell’aria umida. La costa siciliana di San Vito è semplice e monumentale, una sola linea disegna il profilo delle cime rocciose che si inerpicano verso l’alto a poca distanza dal mare. Quello che vediamo a malapena, dall’alto mare, potrebbe essere lo sfondo di un teatro dei pupi.

Nelle ore di navigazione che ci separano dall’arrivo a Favignana, la conversazione degli uomini in barca corre verso altri orizzonti. Pensiamo alle mitiche rotte oceaniche di Bernard Moitessier e a quelle attuali di Michele Piancastelli, che sta facendo il giro del mondo con l’Altrove, un “undici metri” di alluminio che era la vecchia barca di Lucio. Noi, a confronto, è come se non fossimo mai usciti dal cortile di casa. Eppure Lucio è inquieto, per lui l’arcipelago delle Egadi è assolutamente nuovo, qualcuno gli ha detto che ci sono molte aree racchiuse dalle boe gialle e pertanto interdette alla navigazione. Bisogna capire com’è, per non trovarsi in difficoltà quando a bordo con Lucio ci saranno equipaggi di velisti vacanzieri meno orientati di noi all’avventura. Dal tavolo da carteggio prendiamo un libro, un portolano della serie di Mauro Mancini, che ha la copertina rigida blu come quella di un’agenda.  Dentro è disegnato a penna, sembra un fumetto di Hugo Pratt: ci sono gli schizzi dei porti e delle baie, le rotte e le indicazioni da tenere nelle diverse circostanze.   Leggiamo quello che c’è scritto ad alta voce, con una guida così accurata è impossibile sbagliare.

La cima di San Vito si fa incombente. Un po’ più ad ovest, la forma aspra del monte Cofano nasconde Erice, che spunta dietro e pare un’isola sulla terraferma. Simili ad Erice, in mare appaiono le sagome delle Egadi e poi anche altri isolotti piccolissimi che fanno intuire la presenza di bassi fondali. Bisogna stare attenti con la rotta, per non incappare in qualche scoglio. All’estremità occidentale della Sicilia non ci sono più né vulcani né abissi: è il mare che ricopre fondali pianeggianti e va a riappropriarsi gradualmente di una pianura che annega con dolcezza. Le case di Trapani segnano un traguardo, stanno in fila innumerevoli su una lingua di pianura ficcata in mare, che pare la spada di un pesce spada. Con il porto di Trapani a sinistra, lasciamo che sia il vento a farci scegliere la rotta, Favignana o Levanzo.

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