Relitti di un oceano

25 luglio, 2012 § 1 Commento

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Nelle Eolie le isole più periferiche emergono da profondità quasi oceaniche, fondali che superano i mille metri. La parte in vista è solo la cima dei coni vulcanici che sprofondano con la stessa sagoma anche sotto il mare, alti più di duemila metri. I due terzi di quelle altezze restano sommersi e non li vediamo mentre in barca veleggiamo a mezza costa. Il livello del mare taglia un arbitrario piano di realtà, forato dalle vette di questi coni sotto i quali si allargano impenetrabili abissi. Appena più su, verso nord, il mare Tirreno scava ancora di più i suoi fondali del tutto inespugnabili. I tremilacinquecento metri di profondità racchiusi dal perimetro di un triangolo irregolare, nel Tirreno meridionale, sono l’ultimo relitto di un oceano d’altri tempi rimasto in trappola nello scontro fra i continenti.  La crosta oceanica più sottile e profonda si lascia divorare dalla crosta continentale dell’Africa e dell’Europa: le eruzioni vulcaniche sono un’emorragia delle viscere terrestri e fanno crescere montagne come punti di sutura fra un continente e l’altro. Negli abissi più profondi del tirreno si celano vulcani sottomarini, pronti a ributtare in mare le sostanze infuocate delle viscere della terra.  Uno tsunami nel basso Tirreno è più probabile di un terremoto in Emilia.  Se dovesse accadere, in barca ci sarebbe da tremare e la nostra goletta firmata Sciarrelli sarebbe solo una barchetta trascinata su e giù da onde di dieci e perfino di venti metri.

La notizia di un’onda anomala nel Tirreno appare sui giornali del mattino e lascia in bocca a Lucio un retrogusto preoccupato, per quello che potrebbe voler dire.  Siamo ormai diretti al di fuori del triangolo vulcanico del Tirreno meridionale, verso Ustica e poi alle isole Egadi, nella punta occidentale della Sicilia. L’isola di Filicudi lascia l’impressione di una terra dimenticata, coi ristoranti in attesa dei turisti, ben pochi a dire il vero. La borgata di Pecorini a mare è raccolta attorno alla piazzetta, che è tutt’uno con la spiaggia dei pescatori. Le case si sovrappongono le une alle altre e risalgono il pendio retrostante come un presepe, coi tetti orizzontali sostenuti da rozze colonne e coperti da travicelle in legno, su cui fioriscono i rampicanti sempreverdi e le pennellate viola delle bouganville. Gli abitanti del luogo hanno un’aria dimessa, seduti ai tavoli di un bar-ristorante, aspettano senza fiducia un’alternativa che ponga fine all’agonia di certe giornate: un’improvvisa invasione di turisti o l’arrivo di una barca con la promessa, o soltanto l’illusione, di qualche novità. Sulla salita che porta fuori dal paese, c’è la colonnina avveniristica di un distributore di corrente per auto elettriche (che non si vedono) sommersa  dai rifiuti di tre cassonetti stracolmi di immondizia.  Ai margini della  strada, vecchie auto a benzina scolorite prolungano la sosta nell’abbandono che si protrae da una stagione all’altra.

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All’estremità occidentale dell’isola, il fondale basso fa emergere in superficie le scogliere nere di rigurgiti vulcanici demoliti dalla forza del mare e del vento.  “La canna” è un faraglione alto ottantacinque metri, quel che resta di un camino vulcanico riempito di magma, dopo l’erosione della montagna attorno. Il fondale è tutto una scogliera, con pesci in branchi, coloratissimi, come in un mare tropicale. Il vento del mattino sollecita la partenza verso Alicudi ed il viaggio più lontano, in direzione dell’isola di Ustica che non si vede. Il porto di Alicudi si affaccia a sud, dalle rive scoscese dell’isola dove un paese rarefatto di case colorate risale il pendio, fra le sciare di antiche eruzioni effusive che modellano i versanti della montagnaL’ormeggio nei profondissimi fondali davanti al porto di Alicudi è ancora più difficile, l’ancora non regge, meglio ripartire subito. In pochi istanti la “Contessa” ruota attorno all’isola verso occidente finché anche le ultime case del paese si eclissano dietro la montagna. L’altra faccia di Alicudi è un deserto inospitale, dove le sciare delle antiche eruzioni si inaspriscono, segnate dall’erosione del vento e del mare.

Il cono vulcanico di Alicudi è ormai alle nostre spalle, sempre più piccolo, un ruvido triangolo di  roccia col vertice appena incerto per un ripensamento dell’eruzione che ha dato la forma definitiva al cratere migliaia di anni fa. Il vento del pomeriggio illude e tradisce. Verso Ustica il mare ritorna piatto ed oleoso, la foschia torrida di Luglio colora l’orizzonte  di un grigio pesto. L’isola di Alicudi è l’unica delle Eolie a vedersi ancora, una sfumatura dell’orizzonte, mentre fa sera. Di Ustica, davanti a noi, nessuna traccia.

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