Eolie occidentali

18 luglio, 2012 § 3 commenti

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Il pezzo  di mare a ovest di Lipari mostra per un attimo le sette isole dell’arcipelago tutte insieme a colpo d’occhio. Vulcano pare unita a Lipari col promontorio di vulcanello, mentre nel braccio di mare fra Lipari e l’isola di Salina compaiono in lontananza l’isola di Panarea e lo scoglio di Basiluzzo, una più grande e l’altro più piccolo, ma erosi entrambi dai venti di nord-ovest e ridotti a forme talmente simili da sembrare l’uno l’immagine virtuale dell’altra, riflessa dalle onde. Più lontano a est conclude l’arcipelago l’altissimo cono vulcanico di Stromboli, un nome che brontola e lascia cadere una polvere pesante sulle imbarcazioni di passaggio di giorno e di notte.  Ogni isola dell’arcipelago era un vulcano, ma solo Stromboli lo è ancora, a tutti gli effetti: vulcano esplosivo di polvere e pietre. Altre due isole completano l’arcipelago delle Eolie nel tratto di mare occidentale: Filicudi, e più lontana, Alicudi, che ha come Stromboli il profilo schietto del cono vulcanico, ma a differenza di Stromboli non erutta ormai da tempo immemore.

Da Lipari dirigiamo le vele verso l’isola di Filicudi nelle prime ore del pomeriggio. La rotta occidentale segue il sole lungo il suo cammmino e desta una immotivata nostalgia per quel che resta alle spalle: la vita galleggiante nel mare lagunare del mattino, più ospitale delle forme aspre delle ultime isole che si alzano dagli abissi con forme decise, e non lasciano spazio ai nascondigli della fantasia. Sullo sfondo controluce, Alicudi sembra adatta ai rapaci, eppure i Borboni la fecero colonizzare da poverissimi contadini trapiantati qui dalla Sicilia. Il blu sublime del mare e del cielo non devono aver attenuato l’ansia animalesca di questa povera gente che non sapeva nuotare, confinata su rive scoscese che si inabissano a rotta di collo senza un ripiano per riposare lo sguardo. A metà strada fra Lipari e Alicudi, l’isola di Filicudi sembra più ospitale, con un cono vulcanico alto e slabbrato da sconquassi eruttivi, ed una penisola montuosa che inarca la baia del porto di Filicudi aperto ai venti di nord est.

La nostra rotta occidentale non prevede il giro dell’isola: puntiamo diritto verso Marina di Pecorini, l’altra borgata affacciata sul mare di Filicudi, con case bianche, fichi d’India e logge fiorite dibouganville, che risalgono la riva a partire dalla falcatura leggera di una baia appena accennata, nella costa sud-occidentale dell’isola. Un molo corto divide la baia a metà ed offre l’ormeggio agli aliscafi di linea. Da un lato del molo c’è la spiaggia del paese, dall’altro la scogliera. Il fondale sprofonda con la vertigine di uno strapiombo: difficile buttare l’ancora, ma Lucio non vuole cedere agli ormeggi abusivi delle bottiglie galleggianti, affittate a caro prezzo come boe da intraprendenti motoscafisti indigeni. Andiamo alla ricerca del fondale giusto con la nostra “Contessa” avanti e indietro, fin quasi a riva, dove c’è la spiaggia.  La tenuta dell’ancora richiede una catena lunga il triplo della profondità, ma qui il cono vulcanico si inabissa con una pendenza di quarantacinque gradi, e quindici metri di profondità li troviamo ad appena quindici metri da riva, fra gli schiamazzi dei bagnanti.

“Qui non potete stare!” un gommone dei carabinieri si avvicina e chiede i documenti.  Se fossimo stati a bordo di un’automobile, l’appuntato avrebbe domandato ”patente e libbretto” ma in barca è più complicato. Lucio vorrebbe scherzare, è già stato fermato un’altra volta dai carabinieri due settimane fa nello stretto di Messina e chiede se è ancora valido il verbale che gli hanno compilato in quell’occasione. Meglio cambiar tono, questi carabinieri sono molto giovani, praticamente due ragazzi, e dicono d’essere stati trasferiti al mare quest’anno per la prima volta dalla Sicilia interna. Mi vien da chiedere ad alta voce: “dalla provincia di Enna?!” Più o meno, da lì vicino.  Non hanno confidenza con le barche e chiedono a noi di legare il loro gommone alla “Contessa”. Mentre uno  legge i documenti, l’altro ci intrattiene in modo cordiale. Restano entrambi ammaliati dalla carta d’identità del comune di Imola, in formato digitale, e chiedono se tali meraviglie siano diffuse ovunque al nord. Si soffermano a lungo con aria pensosa sul nome del mio luogo di nascita, temono che Forlimpopoli sia uno scherzo, non l’hanno mai sentito e domandano: “provincia di Foggia?”

I documenti della barca sono a posto e i carabinieri ci consigliano di ormeggiare dall’altra parte del molo, in rada vicino alla scogliera.  Sarebbe proibito, perché è troppo vicino a riva, ma per una notte chiuderanno un occhio. Non sanno nulla delle boe galleggianti degli ormeggiatori abusivi -non le hanno mai viste- ma se proprio non riusciamo a fermare l’ancora sul fondale troppo scosceso, quelle boe potrebbero essere la soluzione giusta per noi: nessuna contraddizione, è il mare di Sicilia.

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