L’isola dei pirati

27 luglio, 2012 § Lascia un commento

Il sole scompare nell’aria livida prima di toccare l’orizzonte. Un marinaio d’altri tempi sarebbe rimasto fermo nella bonaccia, in attesa di un vento notturno, ma noi siamo pur sempre espressione di questo presente e non riusciamo a scrollarci di dosso la fretta di arrivare. La luce del crepuscolo rischiara appena verso nord-ovest. Col motore a pieni giri fendiamo il mare viscoso dove si riflette il cielo opaco. La linea dell’orizzonte non si vede, ma deve essere laggiù da qualche parte, se non vogliamo che il mare sia diventato un pezzo di cielo capovolto. E’ la bussola che decide dove andare: duecentottanta gradi, Ustica è in quella direzione, lo dice la carta nautica e lo conferma il gps, ma per ora possiamo solo immaginarla. La notte scende come una foschia ancora più densa che galleggia sul mare. Vega e Deneb luccicano in alto mentre il chiarore della Via Lattea, in rapida ascesa verso il meridiano, fa sembrare la notte meno buia. I segni dello zodiaco sfilano a sud sugli invisibili monti della Sicilia. Da quella parte, qualche altro segno di vita luccica nei bagliori di una grande città: senz’altro Palermo. Appena sopra, la Bilancia, lo Scorpione e il Saggittario si rincorrono in fila uno dopo l’altro, in cielo come figuranti, nella giostra di una antica danza.

Il nome di Ustica suscita ricordi sinistri. Sarà forse per il disastro aereo, dove si sono rotte una volta per tutte le pacifiche regole dell’Italia civile. Quel nome non porta fortuna, racchiude in sè qualcosa di spigoloso, dove la lingua incespica. Gli antichi greci la chiamavano Osteodes, che vuol dire ossario. Pare che sull’isola si trovassero in abbondanza i resti di naufraghi morti di stenti. Nel mondo antico, Ustica deve essere stata un luogo di confino per i condannati a morte. Dicono che seimila prigionieri cartaginesi siano stati abbandonati sulle sue spiagge dai romani vincitori, al termine della prima guerra punica.  Si capisce così l’origine delle ossa e del nome greco Osteodes. Nella cartografia attuale Ustica ha la dignità di un’isola, ma è poco più di uno scoglio solitario e sperduto quaranta miglia al largo di Palermo. I Romani la chiamavano isola bruciata: l’attuale nome Ustica deriva dal latino ed ha la stessa radice della parola ustione. E’ una terra riarsa non tanto dal sole, ma dal colore bruno delle rocce vulcaniche che la delimitano. Anche Ustica era dunque un vulcano, ma le forme morbide delle sue colline oggi non fanno trapelare i crateri estinti ormai da milioni d’anni.

Fissiamo l’orizzonte a prua in attesa del faro di Ustica, tre lampi regolari ad intervalli di dodici secondi. Crediamo di vederlo, ma sono altre le luci che lampeggiano in mare: boe luminose, barche di pescatori ferme ai margini di reti chilometriche, tese fra i lampi colorati delle segnalazioni. Due traghetti notturni intercettano perpendicolari la nostra rotta e vanno veloci, diretti verso nord. Sono illuminati a festa, sembrano transatlantici, navi da crociera, e offuscano le stelle. Comincia a fare freddo. La foschia condensa in una rugiada pesante che ricopre con un velo d’acqua le superfici in vetroresina della barca. Per stare bene con tutta questa umidità bisogna indossare qualcosa di impermeabile.  E’ passata mezzanotte e mi stendo a guardale il cielo, sempre più fumoso, mentre ad oriente appare la forma della luna calante, fra le nuvole. Le luci del porto di Santa Maria a Ustica spuntano a prua come un vello argentato e pare che siano sempre state lì: solo i nostri occhi erano incapaci di vederle fino a qualche istante fa. Il faro dà il ritmo alle ultime miglia di navigazione ormai  a vista. Le luci del paese si stendono accoglienti sul pendio e fanno sembrare Ustica un centro popoloso, dove è bello arrivare. Sono quasi le due del mattino quando entriamo nella baia immobile: da una parte c’è  il molo dei traghetti di linea, dall’altra le barchette dei pescatori che alla spicciolata prendono il largo con la torcia illuminata in mano. Visto da qui, il porto di Santa Maria a Ustica non è poi così grande, c’è poco posto per molte cose differenti. Appena sopra il molo, la fabbrica dell’energia elettrica ha le finestre illuminate a giorno. Vibra col rumore dei generatori ed è rassicurante. Sembra il respiro dell’isola che dorme.

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Relitti di un oceano

25 luglio, 2012 § 1 Commento

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Nelle Eolie le isole più periferiche emergono da profondità quasi oceaniche, fondali che superano i mille metri. La parte in vista è solo la cima dei coni vulcanici che sprofondano con la stessa sagoma anche sotto il mare, alti più di duemila metri. I due terzi di quelle altezze restano sommersi e non li vediamo mentre in barca veleggiamo a mezza costa. Il livello del mare taglia un arbitrario piano di realtà, forato dalle vette di questi coni sotto i quali si allargano impenetrabili abissi. Appena più su, verso nord, il mare Tirreno scava ancora di più i suoi fondali del tutto inespugnabili. I tremilacinquecento metri di profondità racchiusi dal perimetro di un triangolo irregolare, nel Tirreno meridionale, sono l’ultimo relitto di un oceano d’altri tempi rimasto in trappola nello scontro fra i continenti.  La crosta oceanica più sottile e profonda si lascia divorare dalla crosta continentale dell’Africa e dell’Europa: le eruzioni vulcaniche sono un’emorragia delle viscere terrestri e fanno crescere montagne come punti di sutura fra un continente e l’altro. Negli abissi più profondi del tirreno si celano vulcani sottomarini, pronti a ributtare in mare le sostanze infuocate delle viscere della terra.  Uno tsunami nel basso Tirreno è più probabile di un terremoto in Emilia.  Se dovesse accadere, in barca ci sarebbe da tremare e la nostra goletta firmata Sciarrelli sarebbe solo una barchetta trascinata su e giù da onde di dieci e perfino di venti metri.

La notizia di un’onda anomala nel Tirreno appare sui giornali del mattino e lascia in bocca a Lucio un retrogusto preoccupato, per quello che potrebbe voler dire.  Siamo ormai diretti al di fuori del triangolo vulcanico del Tirreno meridionale, verso Ustica e poi alle isole Egadi, nella punta occidentale della Sicilia. L’isola di Filicudi lascia l’impressione di una terra dimenticata, coi ristoranti in attesa dei turisti, ben pochi a dire il vero. La borgata di Pecorini a mare è raccolta attorno alla piazzetta, che è tutt’uno con la spiaggia dei pescatori. Le case si sovrappongono le une alle altre e risalgono il pendio retrostante come un presepe, coi tetti orizzontali sostenuti da rozze colonne e coperti da travicelle in legno, su cui fioriscono i rampicanti sempreverdi e le pennellate viola delle bouganville. Gli abitanti del luogo hanno un’aria dimessa, seduti ai tavoli di un bar-ristorante, aspettano senza fiducia un’alternativa che ponga fine all’agonia di certe giornate: un’improvvisa invasione di turisti o l’arrivo di una barca con la promessa, o soltanto l’illusione, di qualche novità. Sulla salita che porta fuori dal paese, c’è la colonnina avveniristica di un distributore di corrente per auto elettriche (che non si vedono) sommersa  dai rifiuti di tre cassonetti stracolmi di immondizia.  Ai margini della  strada, vecchie auto a benzina scolorite prolungano la sosta nell’abbandono che si protrae da una stagione all’altra.

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All’estremità occidentale dell’isola, il fondale basso fa emergere in superficie le scogliere nere di rigurgiti vulcanici demoliti dalla forza del mare e del vento.  “La canna” è un faraglione alto ottantacinque metri, quel che resta di un camino vulcanico riempito di magma, dopo l’erosione della montagna attorno. Il fondale è tutto una scogliera, con pesci in branchi, coloratissimi, come in un mare tropicale. Il vento del mattino sollecita la partenza verso Alicudi ed il viaggio più lontano, in direzione dell’isola di Ustica che non si vede. Il porto di Alicudi si affaccia a sud, dalle rive scoscese dell’isola dove un paese rarefatto di case colorate risale il pendio, fra le sciare di antiche eruzioni effusive che modellano i versanti della montagnaL’ormeggio nei profondissimi fondali davanti al porto di Alicudi è ancora più difficile, l’ancora non regge, meglio ripartire subito. In pochi istanti la “Contessa” ruota attorno all’isola verso occidente finché anche le ultime case del paese si eclissano dietro la montagna. L’altra faccia di Alicudi è un deserto inospitale, dove le sciare delle antiche eruzioni si inaspriscono, segnate dall’erosione del vento e del mare.

Il cono vulcanico di Alicudi è ormai alle nostre spalle, sempre più piccolo, un ruvido triangolo di  roccia col vertice appena incerto per un ripensamento dell’eruzione che ha dato la forma definitiva al cratere migliaia di anni fa. Il vento del pomeriggio illude e tradisce. Verso Ustica il mare ritorna piatto ed oleoso, la foschia torrida di Luglio colora l’orizzonte  di un grigio pesto. L’isola di Alicudi è l’unica delle Eolie a vedersi ancora, una sfumatura dell’orizzonte, mentre fa sera. Di Ustica, davanti a noi, nessuna traccia.

Eolie occidentali

18 luglio, 2012 § 3 commenti

In mare <== vai alla pagina

Il pezzo  di mare a ovest di Lipari mostra per un attimo le sette isole dell’arcipelago tutte insieme a colpo d’occhio. Vulcano pare unita a Lipari col promontorio di vulcanello, mentre nel braccio di mare fra Lipari e l’isola di Salina compaiono in lontananza l’isola di Panarea e lo scoglio di Basiluzzo, una più grande e l’altro più piccolo, ma erosi entrambi dai venti di nord-ovest e ridotti a forme talmente simili da sembrare l’uno l’immagine virtuale dell’altra, riflessa dalle onde. Più lontano a est conclude l’arcipelago l’altissimo cono vulcanico di Stromboli, un nome che brontola e lascia cadere una polvere pesante sulle imbarcazioni di passaggio di giorno e di notte.  Ogni isola dell’arcipelago era un vulcano, ma solo Stromboli lo è ancora, a tutti gli effetti: vulcano esplosivo di polvere e pietre. Altre due isole completano l’arcipelago delle Eolie nel tratto di mare occidentale: Filicudi, e più lontana, Alicudi, che ha come Stromboli il profilo schietto del cono vulcanico, ma a differenza di Stromboli non erutta ormai da tempo immemore.

Da Lipari dirigiamo le vele verso l’isola di Filicudi nelle prime ore del pomeriggio. La rotta occidentale segue il sole lungo il suo cammmino e desta una immotivata nostalgia per quel che resta alle spalle: la vita galleggiante nel mare lagunare del mattino, più ospitale delle forme aspre delle ultime isole che si alzano dagli abissi con forme decise, e non lasciano spazio ai nascondigli della fantasia. Sullo sfondo controluce, Alicudi sembra adatta ai rapaci, eppure i Borboni la fecero colonizzare da poverissimi contadini trapiantati qui dalla Sicilia. Il blu sublime del mare e del cielo non devono aver attenuato l’ansia animalesca di questa povera gente che non sapeva nuotare, confinata su rive scoscese che si inabissano a rotta di collo senza un ripiano per riposare lo sguardo. A metà strada fra Lipari e Alicudi, l’isola di Filicudi sembra più ospitale, con un cono vulcanico alto e slabbrato da sconquassi eruttivi, ed una penisola montuosa che inarca la baia del porto di Filicudi aperto ai venti di nord est.

La nostra rotta occidentale non prevede il giro dell’isola: puntiamo diritto verso Marina di Pecorini, l’altra borgata affacciata sul mare di Filicudi, con case bianche, fichi d’India e logge fiorite dibouganville, che risalgono la riva a partire dalla falcatura leggera di una baia appena accennata, nella costa sud-occidentale dell’isola. Un molo corto divide la baia a metà ed offre l’ormeggio agli aliscafi di linea. Da un lato del molo c’è la spiaggia del paese, dall’altro la scogliera. Il fondale sprofonda con la vertigine di uno strapiombo: difficile buttare l’ancora, ma Lucio non vuole cedere agli ormeggi abusivi delle bottiglie galleggianti, affittate a caro prezzo come boe da intraprendenti motoscafisti indigeni. Andiamo alla ricerca del fondale giusto con la nostra “Contessa” avanti e indietro, fin quasi a riva, dove c’è la spiaggia.  La tenuta dell’ancora richiede una catena lunga il triplo della profondità, ma qui il cono vulcanico si inabissa con una pendenza di quarantacinque gradi, e quindici metri di profondità li troviamo ad appena quindici metri da riva, fra gli schiamazzi dei bagnanti.

“Qui non potete stare!” un gommone dei carabinieri si avvicina e chiede i documenti.  Se fossimo stati a bordo di un’automobile, l’appuntato avrebbe domandato ”patente e libbretto” ma in barca è più complicato. Lucio vorrebbe scherzare, è già stato fermato un’altra volta dai carabinieri due settimane fa nello stretto di Messina e chiede se è ancora valido il verbale che gli hanno compilato in quell’occasione. Meglio cambiar tono, questi carabinieri sono molto giovani, praticamente due ragazzi, e dicono d’essere stati trasferiti al mare quest’anno per la prima volta dalla Sicilia interna. Mi vien da chiedere ad alta voce: “dalla provincia di Enna?!” Più o meno, da lì vicino.  Non hanno confidenza con le barche e chiedono a noi di legare il loro gommone alla “Contessa”. Mentre uno  legge i documenti, l’altro ci intrattiene in modo cordiale. Restano entrambi ammaliati dalla carta d’identità del comune di Imola, in formato digitale, e chiedono se tali meraviglie siano diffuse ovunque al nord. Si soffermano a lungo con aria pensosa sul nome del mio luogo di nascita, temono che Forlimpopoli sia uno scherzo, non l’hanno mai sentito e domandano: “provincia di Foggia?”

I documenti della barca sono a posto e i carabinieri ci consigliano di ormeggiare dall’altra parte del molo, in rada vicino alla scogliera.  Sarebbe proibito, perché è troppo vicino a riva, ma per una notte chiuderanno un occhio. Non sanno nulla delle boe galleggianti degli ormeggiatori abusivi -non le hanno mai viste- ma se proprio non riusciamo a fermare l’ancora sul fondale troppo scosceso, quelle boe potrebbero essere la soluzione giusta per noi: nessuna contraddizione, è il mare di Sicilia.

Vulcano

16 luglio, 2012 § Lascia un commento

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Dal mare si vedono appena le ciminiere del progresso industriale: più su, le cime dei monti Peloritani sfumano in disordine nella foschia. Una brezza leggera trae in inganno alla partenza. Lasciamo il porto di Milazzo alle tre del pomeriggio, col promontorio che scorre pigro a sinistra.  Il muro lungo e bianco di  un vecchio cimitero accompagna il paesaggio spoglio che richiude l’ultimo lembo di  scogliera. Poi comincia il mare aperto, una lamina bronzea, oleosa, rimescolata di tanto in tanto dalle interferenze lontane dei traghetti di linea. I coni vulcanici delle Eolie sembrano galleggiare sull’orizzonte, azzurri come il cielo.  Il vento sparisce del tutto e sfuma anche la speranza di riaverlo prima di sera. Per andare a vela ci sarà tempo col vento giusto, speriamo domani. C’è una novità che fa sembrare la goletta di Lucio ancora più elegante: al posto della trinchetta quest’anno abbiamo una bella vela sagomata, che chiude la superficie fra i due alberi e sfrutta al massimo la forza del vento.  E’ la fisherman, disposta in mezzo fra il fiocco e la randa, la terza vela ideata dai pescatori americani che avevano fretta di arrivare al mercato, quando nelle golette da pesca non c’erano ancora i motori.

A bordo siamo in tre e quasi ci perdiamo nei quindici metri di barca fra la cabina di poppa e quella di prua. Non abbiamo ancora comperato da mangiare (scenderemo all’isola di Vulcano per fare la spesa) ma nel frogorifero della barca c’è qualche bottiglia di vino frizzante con cui possiamo brindare guardandoci diritti negli occhi. La città di Milazzo riemerge con le sagome schematiche di palazzoni tutti uguali, sull’altro lato del promontorio, e sfuma in lontananza nella costa siciliana che si allunga verso occidente.  Dalla parte opposta l’isola di Vulcano e, subito dietro, quella di Lipari, dispiegano in mezzo al mare l’apparato monumentale delle loro montagne, che sovrappongono la sagoma di crateri recenti a quella di altri, più antichi, di cui si è persa la forma. Il porto di Vulcano si allarga in una insenatura sotto il cratere principale che dà il nome all’isola e sembra chiedergli protezione, noncurante delle ventate sulfuree che tolgono il respiro.  L’ultima eruzione risale al 1888 e fu abbastanza catastrofica da dissuadere le ambizioni di una nascente industria dello zolfo sulle rive dell’isola.  L’eruzione precedente risale a cent’anni prima: da un risveglio all’altro è un tempo abbastanza lungo da far credere che “Vulcano” sia soltanto un nome spento.

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All’estremità della banchina arrivano i traghetti di linea, il porto sembra enorme visto lo scarso numero di natanti attraccati.  Il nostro ormeggio è di poppa, con un salto sulla banchina per agganciare la bitta, e siamo già nel centro del paese. Di solito nel porto di Vulcano ti corre incontro Bartolo, un ragazzone di duecento chili che grida alle barche in arrivo e dice d’essere l’ormeggiatore, anche se ha paura dell’acqua e non osa allungare le braccia in mare per afferrare le cime. Ma questa volta Bartolo non compare subito. Ci viene incontro poco dopo, a reclamare la sua mancia di cinque euro, nel bar all’aperto dove siamo a sedere davanti ad una granita. Contrariato, assonnato, con l’istintivo senso di colpa di chi ha mancato un appuntamento ma è pronto a ribaltare l’accusa: “mica me l’avevi detto che saresti arrivato oggi a quest’ora!” Chiunque approdi a Vulcano, farà bene a ricordare che i cinque euro di mancia dati a Bartolo sono una garanzia per la quiete pubblica dell’isola.

Il paese è una doppia fila di case cresciute attorno ad una roccia aguzza. Un’unica strada fa il giro e si affaccia su coste basse, limacciose, dove ristagnano acque termali puzzolenti, a pagamento. E’ davvero caldo: un piano bar davanti al porto vorrebbe far sembrare Vulcano come Ibiza: poca gente rumoreggia fino a tarda notte e applaude la voce stremata del cantante che grida su basi musicali di un repertorio onnivoro …com’è bello far l’amore da Trieste in giù.  Le barche hanno occupato tutti gli ormeggi e oscillano insieme, al caldo, su e giù, nella risacca del porto. Un traghetto di linea approda nel  cuore della notte, ma nessuno scende a Vulcano. La luna calante illumina da est la baia e la cima del cratere. Il fumo bianco sbuffa da innumerevoli pertugi come il vapore di una caldaia a riposo, che si riunisce più su attorno al cratere, in un lungo velo opaco fra la terra e la luna.

L’ombra di Ravenna

6 luglio, 2012 § Lascia un commento

I timori degli albergatori per una stagione sottotono si attenuano a Luglio, mentre gli appartamenti al mare si riempiono di gente in affitto che si affaccia dai terrazzi in costume da bagno. La sera fa caldo ma di giorno soffia un vento irregolare: da nord la mattina, da est il pomeriggio col mare che si increspa, color rame. Una virata improvvisa delle abitudini al termine della scuola svuota le giornate e riempie di voci gli angoli delle strade fino a ieri disabitati. La colonizzazione estiva del litorale ridefinisce l’identità dei residenti, in relazione al flusso irrequieto dei villeggianti che sovrappongono la loro vita a quella rarefatta di chi sulla costa ci sta tutto l’anno. Senza viaggiare, è il mondo (un certo tipo di mondo) che arriva qui, fin sulla porta di casa. Lo spazio mentale che c’è al mare fuori stagione, d’estate lascia la costa e nel caldo di luglio ritrova la sua vastità nell’entroterra, nei campi gialli con le balle quadrate o rotonde dopo la mietitura, all’ombra di un olmo antico da cui emerge, insistente, il trillo di un fringuello. Ravenna si staglia come un miraggio nella pianura: da lontano la città non lascia percepire la bellezza archeologica dei monumenti cristiani ripiegati in penombra su se stessi.

Turisti europei con la pancia e i pantaloni corti -provinciali presunti eredi del grand tour– nelle ore più calde della giornata stanno al riparo dal sole, dentro San Vitale o a Galla Placidia, e cercano un refrigerio per gli occhi e per il corpo. Con la videocamera fanno un catalogo minuzioso dei famosi mosaici, già fotografati e riprodotti un milione di volte, come se l’obiettivo della videocamera li aiutasse a guardarli per la prima volta. La tradizione antica delle immagini dipinte, così come i tromp l’oeil, parlano ancora dai mosaici di Galla Placidia, quando l’impero d’Occidente è ormai arrivato al capolinea. Poi la tarda romanità si stempera a Ravenna in un’eco d’Oriente, con forme schematiche ed appariscenti adatte ad una corte barbarica. Coi capitelli di Istambul bene impressi nella memoria, le forme della scultura ravennate paiono adesso modellate da un fabbro di provincia, colorate a tinte omogenee per attirare l’attenzione di un pubblico piuttosto grossolano. Il “pulvino” è un artificio a buon mercato per movimentare i sostegni verticali, altrimenti troppo schematici. Ma i marmi, le nicchie, le murature, le proporzioni dell’insieme catturano lo sguardo con inaspettate raffinatezze. Passa da qui il filo rosso che lega l’estetica antica al medioevo sospeso sulle lagune dell’Adriatico. L’acqua ristagna ancora nel sottosuolo ed un traghettatore sembra pronto per il breve tragitto che a San Vitale separa il presente dall’antichità.

La città ideale non è al mare

2 luglio, 2012 § Lascia un commento

La costa è presa d’assalto nel fine settimana. Dopo l’ultimo appuntamento a scuola, sabato mattina abbandono la città balneare alla ricerca della città ideale. A Urbino sta per chiudere una mostra assai pubblicizzata sulla città ideale.Le colline riminesi aprono prospettive sempre più ampie dalla valle del Conca a quella del Foglia, lasciando alle spalle le costruzioni residenziali che stuprano il paesaggio costiero. Urbino appare sotto il sole africano come un miraggio di mattoni, città fantastica ed esotica d’altri luoghi che riconciliano col presente. La mostra è interessante soprattutto per alcune opere di artigianato artistico, come i cassoni dipinti e intarsiati, che si vedono appena in secondo piano nei musei fiorentini. Il pezzo forte è dato dall’accostamento dei due quadri di città ideali: quello di Baltimora, più azzurro dell’altro rimasto ad Urbino, porta le tracce di un restauro americano e privilegia le tinte idealtipiche di un rinascimento mediterraneo che in Italia non conosciamo, come anche il quadro della nascita della Madonna di Fra’ Carnevale, una miniatura celestiale. I vetri antiriflesso degli americani sono invisibili, le tinte della pittura luccicano come se davanti non avessero nulla.
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Il vero protagonista della città ideale resta il cortile di palazzo ducale, nella luce diafana di un pomeriggio africano, con le rondini che gridano alte in circolo, ormai pronte a ripartire.  La mostra buia assume tratti mostruosi quando volge le spalle alla luce adriatica ed  alle forme dell’architettura che la ospita. E’ incredibile, ma la galleria delle marche non è nel percorso dell’esposizione temporanea ed è accessibile con un biglietto a parte. In pochi salgono le scale della galleria che raccoglie le collezioni permanenti: era diverso quindici anni fa, quando Urbino veniva presa d’assalto dai tour operators internazionali, perfino gli asiatici arrivavano fin qui coi viaggi organizzati.  Ma il Palazzo è più bello così, rarefatto, senza gente. Fra pochi giorni la mostra chiuderà ed il Palazzo tornerà ad essere il vero protagonista di Urbino. Le forme del rinascimento sono un mondo ideale a cui la storia volge le spalle. E’ naturale vederle incompiute.

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