Ripensando al terremoto

2 giugno, 2012 § Lascia un commento

Della seconda scossa – quella di martedì 29 Maggio alle 9 del mattino – non ho sentito nulla. Ero davanti agli alunni di prima media e nessuno di noi se ne è accorto, neanche l’insegnante di sostegno.  Per competere con la sismologia umana dei miei giovanissimi studenti, occorrono effetti catastrofici ben più appariscenti di un lieve scricchiolio del pavimento.  Il terremoto si è ripresentato dunque a distanza di dieci giorni con conseguenze ancor più dolorose in Emilia. I geofisici bolognesi non si erano mai eccitati così tanto ed ora affermano che dobbiamo aspettarci altre scosse: ancora una volta si fanno interpreti di una filosofia raffinatissima, quella del “non c’è due senza tre”. Lo sciame sismico si è spostato verso ovest, allontanandosi così dalla Romagna, ma i turisti disdicono ugualmente le camere già prenotate negli alberghi della riviera. Spiegazioni sismologiche improvvisate imperversano nel web ad opera di volontari della cultura, che fanno saltare i nervi ai geofisici. Le parole faglia, piega e falda entrano nei discorsi divulgativi con significati tristemente analoghi. Fra tante affermazioni inutili, in cui anche la scienza esatta si perde, l’ultima parola è la stessa del Magnifico di cinque secoli fa: del doman non v’è certezza.

Se non riusciamo a prevedere i terremoti, potremmo almeno interrogarci sul significato da assegnare al rischio sismico. Le mappe del rischio non sono di grande aiuto, visto che devono essere aggiornate quasi sempre a posteriori dopo un terremoto.  Dal lancio di una coppia di dadi, con maggior probabilità esce il numero sette, ma possono uscire anche altri numeri. I modelli di rischio funzionano sulle ripetizioni, sul primo lancio prevale la fortuna. L’orizzonte della vita è troppo breve. Su un intervallo di tempo che non consente di rilanciare i dadi, la fortuna comanda e mette in secondo piano i modelli statistici di rischio a cui si assegna un significato scientifico. Per stare tranquilli dovremmo sovradimensionare il rischio sismico ovunque. La scienza non agevola la pratica. Per trarre auspici sul nostro destino, andiamo comunque a guardare la mappa del rischio sismico del territorio dove abitiamo. Potremmo trarre indicazioni a colpo d’occhio dai muri antichi: a Ravenna sono ancora in piedi le fragili torri cilindriche vecchie di mille anni, che sarebbero incompatibili con scosse sismiche catastrofiche. Almeno negli ultimi dieci secoli qui non deve essere accaduto nulla di confrontabile con il sesto grado della scala Richter: è ragionevole che una scossa così intensa non accada neppure nel corso dei prossimi cinquant’anni, ma non è impossibile. Le torri del castello di Finale Emilia erano rimaste intatte per sei secoli fino alla notte del 19 maggio 2012. La sopravvivenza dei manufatti antichi non è un indizio sufficiente a garanzia della loro eternità.

Del castello di Finale Emilia non ne sapevo nulla. Eppure si capisce che era un monumento importante, costruito da quel Bartolino da Novara che ha legato il suo nome alle rocche più belle del trecento padano, a Ferrara e a Mantova. Negli anni in cui c’erano ancora gli zuccherifici, Finale Emilia era solo un punto nella pianura costellata di capannoni, gli stessi che adesso cadono come castelli di carta: officine artigianali impegnate nella costruzione di quadri elettrici dove andavamo a prendere accordi, di fretta in automobile, d’inverno con la nebbia, per i nuovi impianti che dovevano essere installati nelle fabbriche di zucchero in tempo utile per la campagna delle barbabietole. Il signor Berti aveva fatto una carriera insperata dopo una vita faticosa ed appassionata da operaio in fabbrica, fra valvole e tubi bollenti, tanto che era diventato un capo dell’ufficio tecnico del gruppo SFIR a Cesena. Parlava italiano stentato ma non diceva mai di no – e questa era la cosa che contava di più. Guidava a testa bassa nella nebbia e quando leggeva i cartelli stradali confondeva le parole. Per lui Poggio Renatico era Porto Recanati, nelle strade annebbiate della bassa padana.  Fosse stato in prima media, a scuola l’avremmo classificato come DSA, ma alla SFIR di Cesena era arrivato quasi in cima. Era rimasto come consulente anche dopo essere andato in pensione, a lavorare sodo, anche la domenica, nelle ultime fabbriche di zucchero in Serbia, mentre altri più giovani restavano a casa cassintegrati e in mobilità. Ma di recente ho saputo che il signor Berti non lavora più: l’ultimo sì l’ha detto al mesotelioma, il tumore dell’amianto che sta portando via uno dopo l’altro gli ex operai degli zuccherifici. Il lavoro uccide, anche senza terremoto.

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