Italia-Germania

29 giugno, 2012 § Lascia un commento

Negli alberghi non c’è gente: qualche nonno con i nipoti in carrozzina e nessun tedesco coi sandali e i pantaloni corti da canzonare alla fine della partita. Al mare i giovani con le bandiere festeggiano un’altra notte dell’Italia nei viali oscuri di inizio estate. Un’Audi cabrio in corsa è piena di capelli al vento: nel sedile posteriore tre ragazze inneggiano e si alzano in piedi, tanto che pare di vederle in volo sull’asfalto. Le prodezze calcistiche rubano la scena ai guai finanziari ed i quotidiani non sanno più che posto dare all’Italia e alla Spagna, campioni d’Europa e campioni di debito pubblico. I tedeschi hanno la moneta, l’Italia e la Spagna hanno i fanti di coppe. Sono lontani i tempi in cui l’agonismo calcistico riusciva a stemperare le tensioni bellicose fra gli stati europei. Stanotte a Bruxelles Mario Monti ha rievocato l’omicidio di Francesco Giuseppe a Sarajevo, allo scoppio della prima guerra mondiale. Finché saranno salve le banche, l’Europa non crollerà. Saranno le banche a fare crollare l’Europa.

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Con gli occhi di un’alunna, alla fine degli esami

22 giugno, 2012 § 5 commenti

Gli esami di terza media non finiscono mai, come tutti gli esami della vita. Ascolto impassibile le filastrocche di storia, geografia e scienze, recitate con terrore, e non oso fare altre domande per non generare imbarazzo.  Non mi sembra di avere lasciato la mia impronta sulla pigra e distratta ambizione di questi allievi di terza media, da quando li ho presi in consegna dieci mesi fa per raccontare la matematica e le scienze.  Quelli di seconda erano più svegli, per non parlare poi di quelli di prima, che mi seguivano come oche di Lorenz.  Ma forse è proprio questa terza che meglio degli altri parla la lingua di oggi, dove la parola “diritto” precede i doveri e dove il rispetto è solo un atto formale, per nascondere i propri comodi. Alunne silenziose dalle quali potevo estrarre a fatica una parola durante le ore di lezione, con grande sorpresa cominciano a parlare e nei temi si confessano:

…all’inizio dell’anno ci siamo trovati davanti un prof. nuovo che ci fissava con occhi spalancati e svegli, con due lunghe braccia che occupavano tutta la cattedra fino agli spigoli. Era il prof. Aldini, di matematica, un tipo strano. Durante le ore di lezione camminava tra i banchi chiedendo a qualcuno come stava. Poi andava sempre fuori dalla classe e rimaneva per circa dieci minuti a dondolarsi sul ciglio della porta, con quegli occhi attenti a osservare l’interrogato alla lavagna. Infine si affacciava alla finestra e rimaneva a fissare il vuoto. I suoi atteggiamenti mi facevano divertire…

Bene, almeno li ho fatti divertire…

Giugno a mezzogiorno

20 giugno, 2012 § 1 Commento

A giugno il sole alto sospeso in cielo potrebbe prendere una direzione inattesa, fuggire a nord o scivolare indietro, anziché proseguire ordinatamente in avanti verso occidente. Il mese di giugno ha la personalità del mezzogiorno. Una brezza comincia a soffiare dopo la mattina calda stagnante, e l’aria trema in lontananza con l’eco dei pioppi. Il profilo degli appennini chiude l’orizzonte con un tratto di pennarello azzurrato. Nelle ore più calde, incerte fra il mezzogiorno ed il pomeriggio, è splendido fuggire in acqua col wind surf. Dal mare l’apparizione di San Marino è così familiare, come anche il Monte Carpegna, disegnati entrambi sullo sfondo dell’entroterra, sembrano un portolano a grandezza naturale. Questo cielo e questo mare ancora così limpidi, a mezzogiorno sembrano immobili, ma in realtà fuggono in fretta con i giorni e le ore all’inizio dell’estate. Il fare li allontana. L’apparente immobilità di giugno a mezzogiorno va celebrata senza fare, lasciandosi attraversare dal tempo che passa, meglio in mare.

Pensieri sparsi di fine anno (II)

13 giugno, 2012 § 1 Commento

Lampeggia di rosso Antares, la rivale di Marte. Nel pezzo di cielo fra i pioppi, stasera luccicano le stelle dello Scorpione. Per vederle basta alzare di poco lo sguardo oltre la ringhiera del terrazzo grande. Quando le stelle dello Scorpione si alzavano fra i tetti e le torri del paese dove son nato, la scuola era ormai finita, anzi era proprio la costellazione dello Scorpione a decretarne la chiusura.  Nel volgere di un paio di mesi, Antares e le compagne sarebbero scese in fretta verso l’orizzonte, scomparendo quasi subito, come le vacanze, con un arco ribassato fra altre meraviglie del cielo, nelle brevi notti della canicola.  Ma un momento di gloria l’avrebbero sempre avuto all’inizio dell’estate, alzandosi all’improvviso da sud come una sfida al cielo boreale di Vega, Deneb e Altair.

Domattina ho l’esame di matematica di terza media, di nuovo, per la prima volta dopo trent’anni. Non credo che dovrei essere ansioso, eppure oggi qualcosa mi agitava. Deve essere la pesante vaghezza della burocrazia scolastica, che rende fumose le scadenze in molteplice copia, con firme in disordine sparso su elenchi “copia-incolla”.  All’ultimo momento qualcuno si ricorderà che la firma più importante è proprio quella nascosta sotto un mucchio di carta inutile, in un cassetto altrove.  Ma  alla consegna delle pagelle, fra firme calligrafiche e vari messaggi eventuali da recapitare ai genitori, ieri ho già dato prova di funambolismo estatico. All’occorrenza, domani ripeterò la prestazione.

L’ultimo giorno di scuola -sabato 9 Giugno- ho ricevuto la visita di Fulvio, chimico fuoriuscito dal mondo dello zucchero, che è apparso ai bordi del campo sportivo di Ponente, al termine della premiazione delle gare della scuola, con un tempismo degno del miglior montaggio cinematografico. Ci siamo guardati in faccia per un attimo, lui con il solito sorriso che sembra quello di un buddha, e mi è sembrato stesse per dire: cosa ci fai qui?  Perchè non sei da un’altra parte a fare quello per cui avevo imparato a conoscerti e ad apprezzarti? In quale piega del destino ti sei andato a nascondere? Invece mi ha salutato e ha detto solo: ti trovo bene! Abbiamo pranzato insieme, in un ristorante all’aperto, in spiaggia, in fondo al viale delle colonie di Ponente. Mi ha raccontato della sua nuova vita da chimico associato in uno studio di consulenza. Per poco non ci incontravamo mercoledì scorso negli uffici di Hera a Bologna. Lui era là a fare campionamenti chimici, giovedì. Raccontare cosa sono andato a fare io negli uffici di Hera il giorno prima, sarebbe un pensiero troppo sparso anche per un post che si intitola “Pensieri sparsi di fine anno”.  Le esperienze più profonde sono quelle avviate nel secolo scorso e a volte ritornano, nonostante il battesimo prematuro di nomi troppo sfumati, come fuzzy logic.

Pensieri sparsi di fine anno (I)

9 giugno, 2012 § 2 commenti

Nell’ultimo giorno di scuola, quest’anno la partita di calcio si è trasformata in torneo fra le classi, senza obbligo di partecipazione per gli insegnanti. Il professore di ginnastica, che è anche vicepreside, ha organizzato l’evento in modo ineccepibile negli spazi vasti del campo sportivo, alle colonie di Ponente.  La componente maschile della mia prima H ha messo finalmente a frutto l’incontenibile esuberanza che la contraddistingue, vincendo il torneo di calcetto. Guardandoli correre, ho colto la disumanità delle ore scolastiche a sedere cinque ore al giorno, tutti i giorni per nove mesi.  La formazione che segna più in profondità è quella del calcio.  Il resto sono dettagli controcorrente. La sera avanti, nel terrazzo di Pinarella eravamo sei insegnanti a festeggiare, tre uomini e tre donne: due di lettere, due di matematica, una di inglese ed il grande sostegno di prima H, omonimo del celebre calciatore Massimo Ambrosini. Vista l’ora tarda del commiato, nessuno desiderava realmente chiudere la partita scolastica. E’ un peccato smarrisi di nuovo alla fine dell’anno. Non ci sarà un seguito alle nostre funamboliche prestazioni con le variazioni Goldberg in sottofondo, terapia di contenimento estrema per i più piccoli indiavolati. Ambrosini, omonimo del calciatore, è un compositore di musica classica contemporanea prestato al sostegno di prima H. Grazie a lui, la sonata postuma di Schubert op.960 è diventata la nostra colonna sonora. Associare un pezzo musicale come questo al trapasso di fine anno, è un modo per ricordare entrambi -Schubert e la prima H- nella magica purezza di un rapimento.

L’estate sospesa dopo il terremoto

8 giugno, 2012 § Lascia un commento

Giugno quest’anno assomiglia a maggio: non per la luce, che è quella di giugno, e neppure per il colore che come al solito vira al giallo e al verde più intenso, mentre le foglie diventano fitte e fanno da culla ai sogni del pomeriggio. Domani è l’ultimo giorno di scuola, ma al mare sembra ancora maggio. L’orizzonte delle sere feriali è illuminato dalle insegne dei bar e delle pizzerie che riaprono i battenti all’inizio della stagione, con il lusso delle vetrine rimesse a nuovo per catturare la smania dei turisti di passaggio. Nei viali alberati non c’è quasi nessuno e i parcheggi liberi offrono spazio gratuito alle auto in sosta a qualunque ora. Di sera, al mare, all’inizio di ogni estate riemergono le stagioni passate e stanno a guardare la brezza di terra che porta in spiaggia gli aromi della campagna. Sembra che se ne stiano tutte lì, in fila a sfidare il presente – la nuova estate sarà alla loro altezza? Le passate stagioni erano così vive, così intense e, nell’attesa del presente che ancora non c’è, ritornano a far parlare di sè nel luna park luccicante e deserto, negli odori delle cucine d’albergo che invitano grandi e bambini a mettersi a tavola puntuali, alle sette e mezzo.

L’inizio dell’estate, come anche la fine, è il momento più bello, perché non c’è la frenesia dei turisti che creano un mondo a loro immagine nei luoghi del litorale sabbioso. Ma quest’anno l’inizio dura più del solito e l’ebbrezza della solitudine di maggio si rinnova a giugno. Lo spazio è ancora libero, ma forse è ancora presto per trarre conclusioni affrettate: occorre attendere dopodomani la libera uscita delle famiglie sgravate dagli obblighi scolastici. Chissà se quest’anno basterà la fine della scuola per riempire nei giorni feriali i viali deserti con le vetrine rimesse a nuovo all’ultima moda.  Mancano all’appello i modenesi ed i ferraresi travolti dal sisma e mancano i turisti (soprattutto stranieri) che hanno deciso di cambiare meta dopo le avvisaglie telluriche al largo di Ravenna.  Per completare il quadro sismografico della regione, ci si potrebbe aspettare uno tsunami a ferragosto: gli ombrelloni, i secchielli e le palette, i campi da beach volley e perfino gli altoparlanti che annunciano il pesce fritto, tutto travolto da un’onda anomala! Una punizione biblica per gli eccessi estivi della riviera romagnola.

Il cono d’ombra del terremoto arriva in riviera e non è facile distinguerlo dall’altro, più impalpabile, della grande crisi, che rallenta le abitudini delle famiglie come un invecchiamento precoce. Crisi e terremoto colpiscono in maniera diseguale, mentre differenze e indifferenza aumentano pericolosamente, allo stesso tempo. Non sembra naturale farsi carico della vita invisibile degli altri. Non è facile chiedere aiuto.

Ripensando al terremoto

2 giugno, 2012 § Lascia un commento

Della seconda scossa – quella di martedì 29 Maggio alle 9 del mattino – non ho sentito nulla. Ero davanti agli alunni di prima media e nessuno di noi se ne è accorto, neanche l’insegnante di sostegno.  Per competere con la sismologia umana dei miei giovanissimi studenti, occorrono effetti catastrofici ben più appariscenti di un lieve scricchiolio del pavimento.  Il terremoto si è ripresentato dunque a distanza di dieci giorni con conseguenze ancor più dolorose in Emilia. I geofisici bolognesi non si erano mai eccitati così tanto ed ora affermano che dobbiamo aspettarci altre scosse: ancora una volta si fanno interpreti di una filosofia raffinatissima, quella del “non c’è due senza tre”. Lo sciame sismico si è spostato verso ovest, allontanandosi così dalla Romagna, ma i turisti disdicono ugualmente le camere già prenotate negli alberghi della riviera. Spiegazioni sismologiche improvvisate imperversano nel web ad opera di volontari della cultura, che fanno saltare i nervi ai geofisici. Le parole faglia, piega e falda entrano nei discorsi divulgativi con significati tristemente analoghi. Fra tante affermazioni inutili, in cui anche la scienza esatta si perde, l’ultima parola è la stessa del Magnifico di cinque secoli fa: del doman non v’è certezza.

Se non riusciamo a prevedere i terremoti, potremmo almeno interrogarci sul significato da assegnare al rischio sismico. Le mappe del rischio non sono di grande aiuto, visto che devono essere aggiornate quasi sempre a posteriori dopo un terremoto.  Dal lancio di una coppia di dadi, con maggior probabilità esce il numero sette, ma possono uscire anche altri numeri. I modelli di rischio funzionano sulle ripetizioni, sul primo lancio prevale la fortuna. L’orizzonte della vita è troppo breve. Su un intervallo di tempo che non consente di rilanciare i dadi, la fortuna comanda e mette in secondo piano i modelli statistici di rischio a cui si assegna un significato scientifico. Per stare tranquilli dovremmo sovradimensionare il rischio sismico ovunque. La scienza non agevola la pratica. Per trarre auspici sul nostro destino, andiamo comunque a guardare la mappa del rischio sismico del territorio dove abitiamo. Potremmo trarre indicazioni a colpo d’occhio dai muri antichi: a Ravenna sono ancora in piedi le fragili torri cilindriche vecchie di mille anni, che sarebbero incompatibili con scosse sismiche catastrofiche. Almeno negli ultimi dieci secoli qui non deve essere accaduto nulla di confrontabile con il sesto grado della scala Richter: è ragionevole che una scossa così intensa non accada neppure nel corso dei prossimi cinquant’anni, ma non è impossibile. Le torri del castello di Finale Emilia erano rimaste intatte per sei secoli fino alla notte del 19 maggio 2012. La sopravvivenza dei manufatti antichi non è un indizio sufficiente a garanzia della loro eternità.

Del castello di Finale Emilia non ne sapevo nulla. Eppure si capisce che era un monumento importante, costruito da quel Bartolino da Novara che ha legato il suo nome alle rocche più belle del trecento padano, a Ferrara e a Mantova. Negli anni in cui c’erano ancora gli zuccherifici, Finale Emilia era solo un punto nella pianura costellata di capannoni, gli stessi che adesso cadono come castelli di carta: officine artigianali impegnate nella costruzione di quadri elettrici dove andavamo a prendere accordi, di fretta in automobile, d’inverno con la nebbia, per i nuovi impianti che dovevano essere installati nelle fabbriche di zucchero in tempo utile per la campagna delle barbabietole. Il signor Berti aveva fatto una carriera insperata dopo una vita faticosa ed appassionata da operaio in fabbrica, fra valvole e tubi bollenti, tanto che era diventato un capo dell’ufficio tecnico del gruppo SFIR a Cesena. Parlava italiano stentato ma non diceva mai di no – e questa era la cosa che contava di più. Guidava a testa bassa nella nebbia e quando leggeva i cartelli stradali confondeva le parole. Per lui Poggio Renatico era Porto Recanati, nelle strade annebbiate della bassa padana.  Fosse stato in prima media, a scuola l’avremmo classificato come DSA, ma alla SFIR di Cesena era arrivato quasi in cima. Era rimasto come consulente anche dopo essere andato in pensione, a lavorare sodo, anche la domenica, nelle ultime fabbriche di zucchero in Serbia, mentre altri più giovani restavano a casa cassintegrati e in mobilità. Ma di recente ho saputo che il signor Berti non lavora più: l’ultimo sì l’ha detto al mesotelioma, il tumore dell’amianto che sta portando via uno dopo l’altro gli ex operai degli zuccherifici. Il lavoro uccide, anche senza terremoto.

Dove sono?

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