Istantanea di un terremoto

21 Mag, 2012 § Lascia un commento

Il terremoto in Padania potremmo interpretarlo come una reazione della base leghista, quella più profonda. C’era da aspettarselo, anche la natura si doveva ribellare agli scandali della famiglia Bossi. I sismologi stanno già indagando: qualche nuovo avviso di garanzia potrebbe essere recapitato al tesoriere Belsito per favoreggiamento della zolla africana nello scontro fra le placche, ma anche per spinte illecite nell’orogenesi padana.  Nessuno ci crede ancora, ma la Padania cesserà presto di esistere. Pochi milioni di anni ed al suo posto si spalancherà la prospettiva dei nuovi monti padani: finalmente liberi dalle nebbie e dai condizionamenti della zolla africana, che si insinua fin qui, fra le Alpi e la catena degli Appennini, all’insaputa di Bossi & Maroni. Lega a parte, fino a ieri dicevamo che nella valle del Po potevamo dormire tranquilli, perché la pianura è un enorme cuscino morbido di sedimenti. Gli urti sismici del sottosuolo arrivano in superficie attutiti dalla coltre di sabbia, argilla e ghiaia, che scendono in profondità. Le vibrazioni si propagano col massimo dell’efficienza dove c’è roccia, ma nella valle del Po non c’è traccia di roccia, almeno negli strati più superficiali. Per trovarla bisogna scendere chilometri in profondità. Alla luce di questo schema convincente, potremmo affrettarci verso una conclusione semplicistica.

Un’altra teoria rassicurante fino a prova contraria, dice che le piccole scosse sismiche in rapida succesione scaricano la tensione della faglia e scongiurano una scossa catastrofica. Viviamo tranquilli, pensando che gli sciami sismici tipici della pianura romagnola rientrino fra questi fenomeni, per cui siamo abituati al solletico di piccoli terremoti che fanno sussultare il suolo dopo il boato che li annuncia da una profondità cavernosa. Questi piccoli movimenti tellurici arrivano come una raffica di vento e durano pochi istanti. E’ chiara la direzione da cui provengono, i sensi di chi li percepisce sono attraversati da una vibrazione inequivocabile. In certi periodi i terremoti sono stati così frequenti che quasi li aspettavamo ogni sera a letto, prima di prendere sonno, con un piede fuori dalle coperte, pronti a scappare. Le piccole scosse sussultorie arrivano di notte come un colpo secco sotto il cuscino, una pacca dietro la testa per ricordarci che non siamo i padroni del mondo. In un attimo le vibrazioni di un sisma locale si acquietano: le sentono solo gli abitanti dei dintorni in un raggio di pochi chilometri e nessuno ne parla al di fuori dei comuni vicini. Non interessano la stampa nazionale e non fanno cronaca, ma restano memorizzati nella lista dei terremoti on-line, nel sito web dell’INGV.

La scossa di sabato notte al contrario è arrivata come l’annuncio di qualcosa di grave: un colpo secco che ha mosso il letto, tanto che sembrava il balzo di un gatto sulle coperte. Poi, un istante dopo, la casa ha cominciato ad oscillare ed ha continuato ad ondeggiare per alcuni secondi, nei quali c’è stato il tempo per pensare: quanto continuerà ancora? Potrebbe diventare più forte? No, non dovrebbe: se è così evidente l’effetto ondulatorio, significa che l’epicentro è lontano. Potrebbe essere anche molto lontano, in qualche montagna del sud, o addirittura nel Mar Mediterraneo, forse in Turchia.  A parità di scossa percepita, più lontano è l’epicentro, più è catastrofico il terremoto. L’effetto ondulatorio propaga solo l’eco del terrore. Una volta assodato con poche osservazioni scientifiche che non siamo al centro del sisma, sarebbe bello restare fermi nel letto e farsi cullare dall’onda come in barca col mare mosso. Ma chi garantisce che finirà senza danni? Se cambiasse all’improvviso programma e sferzasse un’altra onda tellurica di intensità doppia, più vicino a noi?  Speriamo che finisca in fretta. Quando c’è vento l’onda del mare è prevedibile, è fatta della stessa materia del pensiero che la contempla. Invece l’onda sismica è espressione di una natura sovrumana.  Nel ragionamento razionale non ci sono garanzie sufficienti per prevederla.

Nel web vedo che l’epicentro non è lontanissimo, nella pianura ferrarese a novanta chilometri dalla casa di Forlimpopoli dove mi trovavo sabato notte. Dalle prime notizie è difficile quantificare gli effetti del terremoto. I giornalisti devono dire subito qualcosa, prima di conoscere i fatti. Le telecamere corrono dove lo spettacolo della distruzione è più appariscente. Il rudere dimezzato con l’orologio della torre di Finale diventa subito l’emblema. L’intensità del sisma si avvicina al sesto grado Richter. Un terremoto come questo doveva sentirsi con più forza a novanta chilometri di distanza, ma la natura elastica del terreno padano ha attutito le vibrazioni e le ha trasformate in onde morbide. Forse era questo che volevano dire le voci rassicuranti di qualche tempo fa, che negavano la natura sismica della pianura padana. L’effetto devastante dei terremoti non si propaga di tanto, quando l’ipocentro è superficiale come in questo caso e quando le coltri alluvionali dei sedimenti ammortizzano le spinte. I disastri restano circoscritti, ma succedono, e chi è nel centro non ha scampo.

Dopo un terremoto i sismologi ricevono sempre le stesse domande. Perché non è stato previsto?  Col senno di poi, lo sciame sismico che ha preceduto la scossa diventa l’evento premonitore.  Qualcuno millanta credito presso la stampa che ha sete di scoop e dichiara, dati alla mano: “io l’avevo previsto!”  I notabili in carriera all’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia si affrettano a smentire e lanciano scomuniche ai falsi scienziati dell’ultim’ora sul patibolo mediatico: “I terremoti non si possono prevedere, punto e basta!”  Ma la scienza moderna ci aveva abituato a pensare il contrario. La predicibilità di un evento è parte essenziale della spiegazione scientifica. Dai tempi di Laplace i fisici non si danno pace finché non arrivano alla “funzione del tempo” che risolve “l’equazione del moto”. In mancanza di soluzioni esatte possono bastare soluzioni approssimate; in ultima istanza possono andare bene anche soluzioni probabilistiche, ma un risultato statistico ha senso solo se gli eventi sono in grande numero. Avremmo bisogno di un’orizzonte temporale millenario per dare un senso ai modelli probabilistici del rischio sismico, dove i terremoti si attivano con apparente casualità a distanza di decenni ed anche di secoli l’uno dall’altro. Dopo il sisma di domenica, a Ferrara è stato rievocato il terremoto del 1570 perché nel frattempo non era accaduto nulla di confrontabile. Il tempo della sismologia esce dall’orizzonte umano. Parlando di spiegazione scientifica, i sismologi insistono per farci accettare un’altra definizione.  Ma a che serve una scienza che non prevede? A fare misure per mappare il territorio? O a fare convegni? In TV e sui giornali, i sismologi parlano come i geometri: danno suggerimenti per la casa, per gli edifici nuovi e per quelli da ristrutturare, perchè l’edilizia antisismica è l’unica risposta scientifica al problema dei terremoti.  In pochi li ascoltano, perchè i suggerimenti dei sismologi sono costosi e, in assenza di terremoti, non danno vantaggi.

La sismologia ritroverebbe una dimensione scientifica predittiva se l’orizzonte dell’osservatore potesse essere quello delle ere geologiche, i milioni di anni, e se i singoli istanti potessero essere definiti con l’approssimazione del decennio. Ma l’uomo si trova a vivere nelle pieghe infinitesime di questo orizzonte colossale, in una scala di tempi minuscoli dove l’approssimazione dei grandi numeri non serve a niente.  Rispetto a questi eventi, il tempo degli uomini è troppo fine e va incontro a paradossi, come le particelle infinitesime che i modelli classici della scienza non riescono ad interpretare. Dovremmo fermarci a sedere su un monte come su un’onda. Solo la brevità della nostra esistenza lo fa percepire solido ed immutabile. A valle, in pianura, si stanno già formando altre onde mentre quella dove stiamo a galla andrà presto a dissolversi come schiuma nella sabbia. Nell’Appennino romagnolo i vecchi di cent’anni fa di tanto in tanto sentivano dei brontolii nella montagna. Li chiamavano brontidi e dicevano che erano come tuoni sommessi, la voce profonda della montagna proveniente da sud-ovest.  Adesso nessuno sente più i brontidi, ma i satelliti artificiali possono misurare le montagne dell’Appennino e vedono che effettivamente si muovono, da sud-ovest verso nord-est, nella stessa direzione del loro antico grido. Si spostano di almeno dieci chilometri ogni milione d’anni. Per i tempi della geologia è una corsa.

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In gita

16 Mag, 2012 § Lascia un commento

La consistenza dell’aria si trasforma da un giorno all’altro in questa stagione. Verrebbe voglia di vivere immobili per regalare ai sensi tutto il tempo a disposizione  e lasciarsi attraversare dalle sfumature di verde e di giallo, dalle foschie azzurre che si dissolvono in cielo, dalle macchie fiorite nei campi. Per la gita scolastica di seconda media non potevamo trovare meta migliore della provincia di Siena, San Galgano e Pienza. Mi sorprende tornare in quei luoghi e ritrovarli così com’erano la prima volta che li ho visti, venti o trent’anni fa. La conservazione dei paesaggi in quelle contrade è un mistero che rende il cuore della Toskana (con la cappa) l’enclave dei sogni turistici del mondo intero.

Il centro storico di Pienza è un gioco illusionistico di cinque secoli fa e il giardino di Palazzo Piccolomini è uno scampolo di paradiso terrestre. Papa Pio II poteva finire i suoi giorni tranquillo in quel giardino, non aveva alcun bisogno di partire per la quinta crociata della sua illustre famiglia. O forse ambiva alla quinta luna solo per dare allo stemma di famiglia l’ordine perfetto di una simmetria centrale. Adesso il proprietario del bar su Corso Rossellino fa le crociate contro i turisti che non hanno soldi da spendere: “che stiano a casa loro!” A lui il suolo pubblico costa millequattrocento euro l’anno, con vista su Palazzo Piccolomini, mentre questi romani con gli occhialini sono morti di fame e  vorrebbero stare seduti nel corso al prezzo di un caffè.  Le bariste ucraine dietro al banco sopportano sommesse le disarmonie post-rinascimentali del libero commercio, mentre fanno caffè e cappuccini. Gli ingegni creativi del luogo hanno trasformato la bella piazza mattonata in giardino all’italiana (non so perché) ma è solo per qualche settimana, il tempo di una fiera dei fiori. Così adesso non c’è posto per le nostre scolaresche ormai stanche e stremate a causa delle troppe novità.  Maschi e femmine stanno tutti a sedere in fila sul lunghissimo sedile di pietra a fondamento del palazzo del papa. (Dentro pare ancora di sentire l’ombra degli ultimi proprietari e dell’erede Piccolomini morto in guerra, ufficiale dell’aviazione nel 1942).

Per me la prima volta a Pienza (era il 1985) fu con un pulmino di dodici persone, una domenica mattina di giugno.  Era la festa del Corpus Domini e dentro quel pulmino viaggiava la gita della Pro Loco di Forlimpopoli.  Forse non occorrerebbe aggiungere altro…  Avevamo viaggiato quasi cinque ore, un percorso interminabile da Bologna lungo l’autostrada del Sole fino a Firenze, poi sulla Cassia, perchè l’autista non si fidava di altre strade.  Con la sua loquacità, il presidente della pro loco aveva tenuto desta la comitiva durante tutte e cinque le ore di viaggio. Arrivati a Pienza, ormai a mezzogiorno, non restava più molto da fare.  Ci veniva incontro lo scampanio della domenica di festa con la processione del Corpus Domini sulle strade decorate di fiori. Qualcosa di spontaneo, niente a che vedere con il giardino all’italiana della fiera dei fiori che addobba in questi giorni la piazza di Pienza.  Il presidente della Pro loco di Forlimpopoli andò subito alla ricerca di un posto per il pranzo, perché voleva mangiare bene. Trovammo una trattoria, all’inizio del corso, ma era così piccola che non riusciva a metterci a tavola tutti e dodici insieme.  Così facemmo due turni in un tavolo da sei.  A pensarci bene, non proprio tutto è rimasto uguale.

La scuola al mare prima dell’estate

13 Mag, 2012 § 3 commenti

La scuola al mare è invasa dall’aria di Maggio e dal cielo blu. Bagnanti in costume vanno in spiaggia di sabato mattina e gettano occhiate alle finestre chiassose della scuola media. Tirano diritto con una domanda sulle labbra: “a cosa serve la scuola al mare, il sabato, d’estate?”. In luoghi normali la scuola termina alla fine della primavera e lascia attorno a sè un vuoto da riempire. Alla fine resta la sensazione dolce e triste di un anno che sta per essere archiviato, col solo contrappunto dell’ansia per la pagella.  Nel caldo luminoso del mese di Maggio, la vacanza imminente apre orizzonti altrove: prospettive di viaggi reali o fantasie di spazi immaginari, nei giochi e nelle letture. Ma al mare succede qualcosa che ribalta questa normalità. L’altrove è qui e la stagione delle vacanze comincia nei fine settimana di Maggio con un’intensità travolgente. La nuova coreografia balneare si impossessa del paesaggio e lo colonizza fin nelle pieghe più sottili. La scuola non può avere un approdo coerente nelle insegne luminose delle gelaterie e delle sale giochi, nei turni di notte degli alberghi, nel traffico dei furgoni che riforniscono di bibite i bar. La scuola al mare deve soccombere davanti alla vita che c’è d’estate e durante il mese di maggio indugia in una interminabile agonia. Visto da qui, l’anno scolastico sembra solo un pretesto per fare fronte alla noia dell’inverno. Verrebbe voglia di promuoverli tutti col massimo dei voti, intelligenti e sciocchi: “ragazzi, abbiamo scherzato!” Andiamo in spiaggia, oggi c’è il sole: d’inverno non è successo nulla, solo un lungo sogno di storia, grammatica, aritmetica e geometria. Ora qualcuno è venuto svegliarci:”Buongiorno professore!” La luce abbaglia e tengo gli occhi socchiusi. Che ci faccio qui?

Vado in pescheria di sabato pomeriggio. Apre alle quattro, non c’è nessuno. Spalanca il portone la mamma di Carluccio, signora bionda “di repubblica ceca”, come ama definirsi.  Sarebbe più bello chiamarli Boemi, i nati in “repubblica ceca”, e sarebbe anche più sintetico, ma non si usa.  La signora dice d’avere insegnato anche lei, ma in un’altra lingua, quand’era più giovane. Ora pulisce il pesce e parla. Parla un italiano spigoloso con voce melodica e maneggia con vigore le seppie che ho appena comperato. Mi chiede di suo figlio. E’ diventato più tranquillo in classe? Proprio no, mi dispiace. Colpa del padre che riappare e scompare e non mantiene le promesse. Colpa del padre, non del professore. Nessuno mi aveva mai pulito il pesce così bene.

Lux in Arcana

6 Mag, 2012 § Lascia un commento

Il sole di maggio irradia il massimo della potenza a Piazza Venezia. Poco lontano, sulla colonnna dell’imperatore, luce e ombra mettono in scena la guerra di Traiano contro i Daci, come una meridiana che segna le ore. Ma il sole di Maggio non entra nei Musei Capitolini che hanno le finestre ricoperte di pannelli neri, messi su per creare un’atmosfera di Arcana Lux, adatta alla quasi omonima mostra Lux in Arcana che espone i documenti dell’archivio segreto vaticano. A cominciare dal titolo, la mostra assomiglia ad un libro di Dan Brown. Le bolle pontificie sono preziose ma restano difficili da decifrare. Le immagini dei testi digitalizzati scorrono sui monitor non per essere letti, ma per aggiungere agli antichi supporti cartacei la suggestione della multimedialità. Per cogliere il senso di una mostra come questa occorre forse dotarsi di un’audioguida, ma un’esposizione dovrebbe riuscire a parlare anche da sè, soltanto tramite le immagini. In questa luce arcana, quello che emerge è l’intento autocelebrativo della chiesa romana che, dati alla mano, dimostra d’essere al centro della storia universale da un bel po’ di anni. Le sale più affascinanti sono quelle che ammiccano esplicitamente agli effetti speciali dell’inquisizione, stile Dan Brown, che altro dire?

Vedute romane (III)

4 Mag, 2012 § 3 commenti

Roma, 1° Maggio. Un bambino cinese di cinque anni parla italiano fluente con accento romanesco. Qualche anno fa un bambino così sarebbe stato figlio adottivo di genitori italiani di ampie vedute, ma ora sua madre è cinese e lo apostrofa a distanza in lingua cinese, con un tono da borgata come quello della Roma di cinquant’anni fa. Di mattina i preparativi per il concerto del primo Maggio non producono effetti appariscenti nel traffico. In ossequio alle aree pedonali dei giorni festivi, qualche vigile devia le automobili fuori dal quartiere frondoso delle ambasciate, fra porta San Sebastiano e il Laterano. Di là dalle Mura Aureliane si ammassano i palazzi sovraffollati, dove entra in scena la disumanità prevalente della vita dei più. I giardini, preservati dalla voracità delle speculazioni sono un privilegio di pochi che abitano spazi verdi monumentali, nel cuore della città, mentre altri annaspano su scale fino al sesto piano senza ascensore e senza terrazzi. In strada non c’è spazio, neanche per il motorino scassato. Vista da qui, sotto il cielo umido che prepara un acquazzone, Roma sembra ambire ad un futuro da terzo mondo.

Il parco archeologico sulla Via Appia è occupato dai pullman granturismo con targa polacca a passo d’uomo, dalle automobili rombanti dirette in trattoria, fuoriporta, con nonna e zia al seguito. Nel giorno di festa anche le nipoti giovanissime vestono leggero, in vetrina ai bordi della strada coi tacchi e col rossetto, e paiono già matrone. Il selciato sconnesso dell’Appia Antica è battuto dai turisti del week end con le bici a noleggio, a cercarsi un varco fra i pullmann polacchi e le auto in corsa con nonna e zia. Non c’è marciapiede, ma poco importa: è il parco archeologico dell’Appia Antica.

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