La forma della moschea

27 aprile, 2012 § Lascia un commento

Lo skyline della città storica di Istambul ha un profilo sinuoso, modulato dalla forma rotonda delle moschee.  C’è solo una torre che assomiglia ad un campanile: spunta dal palazzo del sultano ed ha un significato non religioso ma civile, che tradisce il desiderio di imitare l’occidente, com’era tipico alla fine della storia ottomana. Ovunque in città i minareti svettano al di sopra delle cupole delle moschee e delimitano lo spazio attorno, come i picchetti piantati ai vertici di un recinto sacro nel deserto.  Il profilo delle moschee ricorda quello dei tumuli preistorici o delle piramidi e stabilisce una distanza dalle città occidentali che hanno torri, campanili e facciate monumentali.

Nel punto più alto del promontorio, fra il Corno d’oro ed il Mar di Marmara, si alza la moschea di Solimano, a cui fa eco la forma analoga della moschea nuova, ai piedi della collina davanti al ponte di Galata.  Nascosta, un po’ dietro sulla collina, spunta la cupola della più antica moschea di Beyazit, vicino alla vecchia torre dei pompieri.  Prima di scendere a sinistra nelle forme piane e lineari del palazzo Topkapi, lo skyline della città rimbalza nel profilo di quella che sembra la moschea più monumentale, con la cupola larga, appena ribassata, e le murature possenti di mattoni rossicci. A guardarla bene, con quella forma che si ritrova, sembra la madre di tutte le moschee di Istambul… e in effetti moschea lo è stata anche se, prima di diventarlo, fino al 1453 era la chiesa cristiana di Aya Sofya.

Qualcuno sostiene che la fine dei Bizantini abbia stroncato lo sviluppo del rinascimento a Istambul. Fra i pregiudizi filo occidentali, questo è senz’altro il più clamoroso. Potremmo rovesciare il punto di vista, dicendo che i Bizantini sono caduti nel 1453 perchè non avevano l’energia per interpretare il rinnovamento della nuova stagione rinascimentale: erano un relitto del medioevo e non sarebbero stati in grado di traghettare la loro cultura verso la modernità. Ogni rinascimento è animato da un’ansia, a volte inconsapevole, di rifondare l’immagine pubblica di una società attraverso qualcosa che riaffiora dal passato in una nuova luce.  Era improbabile che ciò avvenisse nella Costantinopoli bizantina del Millequattrocento.

Ma un “rinascimento” gli abitanti di Costantinopoli l’avevano già vissuto quasi mille anni prima, all’inizio della loro storia.  Nel VI secolo le nuove forme dell’architettura e della scultura bizantina avevano ereditato la migliore tradizione ellenistica ed asiatica.  Ai tempi di Giustiniano una nuova estetica aveva invaso Costantinopoli, dopo la stagione tardo-antica degli imperatori militari e dei loro ingegneri dediti a scarne architetture.  Le basiliche cristiane vengono ricostruite con idee originali, che cercano la sintesi fra simmetria centrale e longitudinale, in volumi ampi e luminosi che sarebbero potuti servire da prototipo per una nuova tradizione costruttiva anche altrove. Ma l’instabilità delle condizioni politiche non permette la diffusione dei modelli di Costantinopoli, che rimangono esempi unici, espressione di una elite di corte e additati con meraviglia durante tutto il Medioevo. A Giustiniano sarà sembrato di vivere una nuova primavera artistica dopo la crisi della tarda romanità, ma con quello che è accaduto poi, sappiamo che il suo tempo è stato l’ultimo del mondo antico, una bella stagione in ritardo prima dei secoli bui.

Giustiniano è lo stesso imperatore che a Ravenna mette in mostra la testa coronata nei mosaici di San Vitale, circondato dai notabili di corte, e fa da sfondo ai depliant turistici della riviera romagnola. Le medesime immagini dei mosaici di San Vitale sono in vendita anche fra le cartoline del museo archeologico di Istambul. Per chi volesse rievocare il volto di Giustiniano, non c’è altra possibilità al di fuori di Ravenna. Il rapporto con le immagini nei luoghi di culto di Istambul è sempre stato piuttosto problematico. Prima gli iconoclasti poi i musulmani hanno cancellato dalle pareti le raffigurazioni dei volti e degli oggetti materiali che entravano in competizione con l’idea di dio. La ricchezza eccezionale dei mosaici di Ravenna diventa chiara davanti ai muri scorticati delle chiese di Istambul.

Vorrei avere conferme, ma credo che Giustiniano nel corso del suo lungo regno non sia mai stato a Ravenna; però ha avuto il tempo di trasformare il volto di Costantinopoli, a giudicare almeno dal numero di colonne romane ricollocate sottoterra a sostegno delle cisterne, conservate ma nascoste. Giustiniano non amava il reimpiego delle preesistenze al di fuori di questi utilizzi strettamente funzionali.  Alla luce del sole, i pezzi dell’antichità classica potevano essere sostituiti da nuovi manufatti, vista l’enorme disponibilità di marmi attorno al Mar di Marmara, e di artigiani ansiosi di esprimere i dettami della nuova estetica bizantina. Le antiche cisterne che bucano il sottosuolo come enormi cripte di impianto basilicale, sono il tratto più affascinanti di Istambul. La città ha retto alla forza degli assedi anche grazie a queste capillari infrastrutture di edilizia sostenibile, costruite per la raccolta dell’acqua e sopravvissute indenni attraverso i secoli.

Sopra le cisterne, la città bizantina si sviluppa a partire dalla geniale realizzazione di Isidoro da Mileto, matematico e ingegnere che per un incredibile corto circuito della storia sembra riaffiorare direttamente dalla tradizione ellenistica, settecento anni dopo. Con un coraggio mai visto, getta una grandiosa cupola larga 32 metri, con le caratteristiche delle cupole “spingenti” che scaricano le spinte laterali su enormi contrafforti e addirittura su “mezze cupole”, dove l’immagine della volta (e di Dio) si amplifica.  La sapienza (sofia) e la pace (irene) erano gli attributi più importanti della divinità, a cui i Cristiani di Costantinopoli dedicano chiese maestose. Altri santi avrebbero celato l’immagine di Dio dietro identità troppo umane. La cupola di Aya Sofya è essa stessa la manifestazione della sapienza di Dio, mediata dall’opera di grandi matematici-ingegneri che raggiungono risultati sorprendenti.

Nel cantiere di Aya Sofya si fa ricerca, si esplorano nuove tecniche costruttive con le quali i matematici-ingegneri intendono avvicinarsi alla sapienza di Dio. La cupola è l’emblema della volta celeste che racchiude la totalità della creazione, nella quale si rispecchia Dio. Il senso di Aya Sofya è tutto all’interno, sotto la cupola.  La struttura esterna esiste solo in relazione allo spazio che contiene dentro ed è inutule sottoporta al filtro dell’estetica classica.  Vista da fuori, Aya Sofya è come un planetario: l’immagine di un futuro di fantascienza congelato alla fine del mondo antico. Gli eredi di Isidoro da Mileto non osano andare oltre la sapienza del loro maestro.  Le chiese bizantine dei secoli successivi si trasformano in labirinti, la grande cupola prolifera in tante piccole volte, la luce diventa rarefatta, i muri pesanti. L’immagine dell’architettura bizantina si consolida così, con questi minuscoli tratti massicci, nella penombra del medioevo. Ci volevano gli Ottomani per risvegliare la luce e lo spazio di Isidoro da Mileto, quasi mille anni dopo.

Abbagliati dalla magnificenza del rinascimento italiano, gli storici dell’arte preferiscono non occuparsene.  Ma c’è un capitolo del rinascimento che parla turco, con uno slancio del tutto analogo a quello dei migliori architetti fiorentini del ‘400.  Entrando nella chiesa di Aya Sofya la sera del 29 maggio 1453, i conquistatori ottomani sentono d’essere a casa.  Il linguaggio costruttivo di Isidoro da Mileto interpreta perfettamente la sensibilità religiosa musulmana e Aya Sofya diventa subito una moschea. Un’altra sorte tocca alla chiesa monumentale dei Santi Apostoli, che non deve essere piaciuta (forse a causa della forma, forse a causa del nome), tanto che se ne è persa ogni traccia.

La forma delle moschee di Istambul nasconde ovunque il ricordo di Aya Sofya.  La lontananza esotica dei profili delle cupole sul bosforo ha dunque un’origine romano-bizantina, più vicina a noi di quanto siamo disposti ad immaginare.  Quell’ultima stagione raffinata e monumentale dell’antichità classica, rimasta inespressa durante il medioevo, rifiorisce con vigore in età moderna, reinterpretata dagli stessi nemici ottomani che se ne appropriano…. cancellando le immagini, ma conservando nell’architettura delle volte l’assonanza fra cupola, cielo e dio.

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