La forma della moschea

27 aprile, 2012 § Lascia un commento

Lo skyline della città storica di Istambul ha un profilo sinuoso, modulato dalla forma rotonda delle moschee.  C’è solo una torre che assomiglia ad un campanile: spunta dal palazzo del sultano ed ha un significato non religioso ma civile, che tradisce il desiderio di imitare l’occidente, com’era tipico alla fine della storia ottomana. Ovunque in città i minareti svettano al di sopra delle cupole delle moschee e delimitano lo spazio attorno, come i picchetti piantati ai vertici di un recinto sacro nel deserto.  Il profilo delle moschee ricorda quello dei tumuli preistorici o delle piramidi e stabilisce una distanza dalle città occidentali che hanno torri, campanili e facciate monumentali.

Nel punto più alto del promontorio, fra il Corno d’oro ed il Mar di Marmara, si alza la moschea di Solimano, a cui fa eco la forma analoga della moschea nuova, ai piedi della collina davanti al ponte di Galata.  Nascosta, un po’ dietro sulla collina, spunta la cupola della più antica moschea di Beyazit, vicino alla vecchia torre dei pompieri.  Prima di scendere a sinistra nelle forme piane e lineari del palazzo Topkapi, lo skyline della città rimbalza nel profilo di quella che sembra la moschea più monumentale, con la cupola larga, appena ribassata, e le murature possenti di mattoni rossicci. A guardarla bene, con quella forma che si ritrova, sembra la madre di tutte le moschee di Istambul… e in effetti moschea lo è stata anche se, prima di diventarlo, fino al 1453 era la chiesa cristiana di Aya Sofya.

Qualcuno sostiene che la fine dei Bizantini abbia stroncato lo sviluppo del rinascimento a Istambul. Fra i pregiudizi filo occidentali, questo è senz’altro il più clamoroso. Potremmo rovesciare il punto di vista, dicendo che i Bizantini sono caduti nel 1453 perchè non avevano l’energia per interpretare il rinnovamento della nuova stagione rinascimentale: erano un relitto del medioevo e non sarebbero stati in grado di traghettare la loro cultura verso la modernità. Ogni rinascimento è animato da un’ansia, a volte inconsapevole, di rifondare l’immagine pubblica di una società attraverso qualcosa che riaffiora dal passato in una nuova luce.  Era improbabile che ciò avvenisse nella Costantinopoli bizantina del Millequattrocento.

Ma un “rinascimento” gli abitanti di Costantinopoli l’avevano già vissuto quasi mille anni prima, all’inizio della loro storia.  Nel VI secolo le nuove forme dell’architettura e della scultura bizantina avevano ereditato la migliore tradizione ellenistica ed asiatica.  Ai tempi di Giustiniano una nuova estetica aveva invaso Costantinopoli, dopo la stagione tardo-antica degli imperatori militari e dei loro ingegneri dediti a scarne architetture.  Le basiliche cristiane vengono ricostruite con idee originali, che cercano la sintesi fra simmetria centrale e longitudinale, in volumi ampi e luminosi che sarebbero potuti servire da prototipo per una nuova tradizione costruttiva anche altrove. Ma l’instabilità delle condizioni politiche non permette la diffusione dei modelli di Costantinopoli, che rimangono esempi unici, espressione di una elite di corte e additati con meraviglia durante tutto il Medioevo. A Giustiniano sarà sembrato di vivere una nuova primavera artistica dopo la crisi della tarda romanità, ma con quello che è accaduto poi, sappiamo che il suo tempo è stato l’ultimo del mondo antico, una bella stagione in ritardo prima dei secoli bui.

Giustiniano è lo stesso imperatore che a Ravenna mette in mostra la testa coronata nei mosaici di San Vitale, circondato dai notabili di corte, e fa da sfondo ai depliant turistici della riviera romagnola. Le medesime immagini dei mosaici di San Vitale sono in vendita anche fra le cartoline del museo archeologico di Istambul. Per chi volesse rievocare il volto di Giustiniano, non c’è altra possibilità al di fuori di Ravenna. Il rapporto con le immagini nei luoghi di culto di Istambul è sempre stato piuttosto problematico. Prima gli iconoclasti poi i musulmani hanno cancellato dalle pareti le raffigurazioni dei volti e degli oggetti materiali che entravano in competizione con l’idea di dio. La ricchezza eccezionale dei mosaici di Ravenna diventa chiara davanti ai muri scorticati delle chiese di Istambul.

Vorrei avere conferme, ma credo che Giustiniano nel corso del suo lungo regno non sia mai stato a Ravenna; però ha avuto il tempo di trasformare il volto di Costantinopoli, a giudicare almeno dal numero di colonne romane ricollocate sottoterra a sostegno delle cisterne, conservate ma nascoste. Giustiniano non amava il reimpiego delle preesistenze al di fuori di questi utilizzi strettamente funzionali.  Alla luce del sole, i pezzi dell’antichità classica potevano essere sostituiti da nuovi manufatti, vista l’enorme disponibilità di marmi attorno al Mar di Marmara, e di artigiani ansiosi di esprimere i dettami della nuova estetica bizantina. Le antiche cisterne che bucano il sottosuolo come enormi cripte di impianto basilicale, sono il tratto più affascinanti di Istambul. La città ha retto alla forza degli assedi anche grazie a queste capillari infrastrutture di edilizia sostenibile, costruite per la raccolta dell’acqua e sopravvissute indenni attraverso i secoli.

Sopra le cisterne, la città bizantina si sviluppa a partire dalla geniale realizzazione di Isidoro da Mileto, matematico e ingegnere che per un incredibile corto circuito della storia sembra riaffiorare direttamente dalla tradizione ellenistica, settecento anni dopo. Con un coraggio mai visto, getta una grandiosa cupola larga 32 metri, con le caratteristiche delle cupole “spingenti” che scaricano le spinte laterali su enormi contrafforti e addirittura su “mezze cupole”, dove l’immagine della volta (e di Dio) si amplifica.  La sapienza (sofia) e la pace (irene) erano gli attributi più importanti della divinità, a cui i Cristiani di Costantinopoli dedicano chiese maestose. Altri santi avrebbero celato l’immagine di Dio dietro identità troppo umane. La cupola di Aya Sofya è essa stessa la manifestazione della sapienza di Dio, mediata dall’opera di grandi matematici-ingegneri che raggiungono risultati sorprendenti.

Nel cantiere di Aya Sofya si fa ricerca, si esplorano nuove tecniche costruttive con le quali i matematici-ingegneri intendono avvicinarsi alla sapienza di Dio. La cupola è l’emblema della volta celeste che racchiude la totalità della creazione, nella quale si rispecchia Dio. Il senso di Aya Sofya è tutto all’interno, sotto la cupola.  La struttura esterna esiste solo in relazione allo spazio che contiene dentro ed è inutule sottoporta al filtro dell’estetica classica.  Vista da fuori, Aya Sofya è come un planetario: l’immagine di un futuro di fantascienza congelato alla fine del mondo antico. Gli eredi di Isidoro da Mileto non osano andare oltre la sapienza del loro maestro.  Le chiese bizantine dei secoli successivi si trasformano in labirinti, la grande cupola prolifera in tante piccole volte, la luce diventa rarefatta, i muri pesanti. L’immagine dell’architettura bizantina si consolida così, con questi minuscoli tratti massicci, nella penombra del medioevo. Ci volevano gli Ottomani per risvegliare la luce e lo spazio di Isidoro da Mileto, quasi mille anni dopo.

Abbagliati dalla magnificenza del rinascimento italiano, gli storici dell’arte preferiscono non occuparsene.  Ma c’è un capitolo del rinascimento che parla turco, con uno slancio del tutto analogo a quello dei migliori architetti fiorentini del ‘400.  Entrando nella chiesa di Aya Sofya la sera del 29 maggio 1453, i conquistatori ottomani sentono d’essere a casa.  Il linguaggio costruttivo di Isidoro da Mileto interpreta perfettamente la sensibilità religiosa musulmana e Aya Sofya diventa subito una moschea. Un’altra sorte tocca alla chiesa monumentale dei Santi Apostoli, che non deve essere piaciuta (forse a causa della forma, forse a causa del nome), tanto che se ne è persa ogni traccia.

La forma delle moschee di Istambul nasconde ovunque il ricordo di Aya Sofya.  La lontananza esotica dei profili delle cupole sul bosforo ha dunque un’origine romano-bizantina, più vicina a noi di quanto siamo disposti ad immaginare.  Quell’ultima stagione raffinata e monumentale dell’antichità classica, rimasta inespressa durante il medioevo, rifiorisce con vigore in età moderna, reinterpretata dagli stessi nemici ottomani che se ne appropriano…. cancellando le immagini, ma conservando nell’architettura delle volte l’assonanza fra cupola, cielo e dio.

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L’antichità dissolta a Costantinopoli

23 aprile, 2012 § Lascia un commento


Per governare la vastità di un impero in crisi, Costantino si inventò una nuova capitale sul Bosforo, nel 330 dopo Cristo. L’inizio dell’Impero d’Oriente sembra agganciato ad una data meno arbitraria della fine, ma anche le narrazioni del principio soffrono il pregiudizio della centralità dell’Occidente, che esalta l’opera del fondatore e mette in ombra tutto quello che a Bisanzio esisteva già, prima dell’anno 330. I libri di scuola fanno pensare ad una città fondata ex-novo: se qualcuno obietta che c’era già un agglomerato urbano nel luogo scelto da Costantino come capitale dell’impero d’Oriente, di solito gli si risponde che era un piccolo centro di servizio, senza monumenti… Eppure Bisanzio non era una città di poco conto.

Cent’anni prima di Costantino, un altro imperatore si era dato da fare per riconquistare la fedeltà di Bisanzio, dove si annidava un covo di oppositori. L’imperatore Settimio Severo aveva già distrutto Bisanzio per poi ricostruirla più grande e più bella, con un nome nuovo (Antonia) che però non ebbe fortuna. Settimio Severo si sarebbe fermato volentieri sul Bosforo se nuovi impegni militari non l’avessero richiamato prima a Roma, poi su altri confini caldi dell’impero, verso nord. Le imprese di Settimio Severo sono un precedente illustre dell’opera di Costantino, che nel 330 allarga le mura ed impone alla città una nuova identità, a cominciare dal nome che diventa “Costantinopoli”, anche se gli abitanti continuano a chiamarsi Bizantini. Nel passaggio dalla civiltà antica a quella medievale, l’aggettivo persiste con un senso diverso, che dà enfasi alla nuova cultura bizantina dei greci ortodossi.

Costantino e Settimio Severo sono accomunati da due archi di trionfo affini, nel cuore della città di Roma, mentre a Costantinopoli non hanno lasciato segni altrettanto appariscenti. Il massimo sfarzo della capitale d’Oriente è la colonna di porfido rosso eretta da Costantino, piuttosto misera a confronto con gli archi e le colonne imperiali che svettano nel cuore di Roma. Anche l’obelisco egiziano, ricollocato nel 390 dall’imperatore Teodosio I nell’ippodromo, insieme ad altri monumenti recuperati dalla tradizione ellenistica, è abbastanza povero a confronto di quelli che si vedono a Roma: piuttosto tozzo, privo della parte inferiore andata distrutta in un trasporto maldestro, non ha lo slancio verso il cielo che è tipico degli obelischi egiziani. Collocato su un piedistallo scolpito a bassorilievo, ha un basamento ornato di rozze ricercatezze, con le forme schematiche ed approssimative della tarda antichità.

Istambul sorprende per la scarsità di monumenti celebrativi romani. Si dice che attorno alla colonna trionfale di porfido rosso ci fosse il foro ellittico di Costantino, simile al loggiato di San Pietro in Vaticano, ma se ne è persa traccia. Le distruzioni ottomane hanno cancellato il volto della città romana. Ancor prima, può essere stato il mondo bizantino ad aver tolto dignità all’antico centro, nascondendolo sotto terra. Il monumento romano più bello di Istambul, fra quelli giunti fino a noi, ha un indiscutibile valore pratico: sono le mura di Teodosio II, di pietra bianca e rosa, asiatiche nella disposizione serpeggiante delle torri diafane che attraversano le colline e cingono la città antica verso il continente europeo. Al di là delle mura di Teodosio, la città contemporanea prolifera in ogni direzione a perdita d’occhio.

In ordine di importanza, anche il secondo monumento d’età romana ha un’indubbia utilità pratica, trattandosi dell’acquedotto ultimato nel 368 dal successore di Costantino, l’Imperatore Valente, per convogliare l’acqua potabile verso una grande cisterna al centro della città antica. E’ rimasto in uso più di mille anni, fin dopo l’occupazione ottomana. Gli archi scabri e corrosi dal tempo, che attraversano il moderno viale Atatürk, non hanno la purezza delle architetture classiche, ma l’approssimazione dei rifacimenti medievali, che interessarono quest’opera maestosa nel corso di mille anni di storia bizantina. Tuttavia già l’impianto originale sembra piuttosto rozzo, orientato ad una maggiore semplicità costruttiva, senza concessioni all’estro delle decorazioni architettoniche. Ai tempi di Costantino gli architetti erano ingegneri militari e anche nelle opere civili lasciarono una ruvida impronta.

In certi luoghi il mondo antico persiste sotto forma di rovine o di reimpieghi, nonostante il logorio delle età successive, mentre altrove si polverizza, cancellando ogni riferimento a quello che è stato. Un’alchimia di ingredienti corrode oppure rinforza le forme antiche impresse nel paesaggio. La solidità delle costruzioni ed il loro valore strumentale sono importanti, ma solo in parte. Conta anche il valore simbolico che i posteri attribuiscono all’antichità, la forza dei nuovi modelli culturali che si sovrappongono con relazioni di analogia con il passato, oppure di contrasto, oppure, ancora, di indifferenza. A Istambul i terremoti hanno fatto la loro parte. Le colonne trionfali romane, con le statue degli imperatori in cima, non hanno retto la forza dei sismi. Anzichè restaurarle, gli Ottomani le hanno lasciate cadere, trattenendone però il ricordo nella forma dei nuovi minareti, costruiti accanto alle moschee. Sono sopravvissute le opere antiche dotate di un’utilità pratica: mura, acquedotti, cisterne. In questa prospettiva, la grande chiesa di Aya Sofya costituisce un’eccezione. Se si è conservata in ottimo stato, è perchè ha incontrato il gusto degli invasori, che l’hanno scelta come modello del rinascimento ottomano.

L’irresistibile fine dei Bizantini

16 aprile, 2012 § 3 commenti

La sera del 28 maggio 1453, Costantino XI quasi di nascosto si ritira dalla battaglia che infuria alle mura di Bisanzio ed entra per l’ultima volta nella chiesa imperiale di Aya Sofya, dove si ferma a pregare in penombra sotto la cupola maestosa. Lo scontro con i Turchi di Fatih Mehmet sulle mura di Teodosio volge al peggio. I tanto temuti nemici ottomani stanno per conquistare la capitale dei Bizantini: la Seconda Roma voluta da Costantino “il grande” vive gli ultimi istanti della sua storia cristiana. Più che mai, in quella breve notte di fine primavera, la cupola di Aya Sofya deve essere sembrata enorme ed accogliente, grande come una cielo che racchiude il mondo intero. Mentre prega sotto le volte monumentali della chiesa, l’ultimo imperatore d’Oriente non ha soltanto il presagio della sconfitta e della probabile morte in battaglia, ha la consapevolezza della fine di un mondo. All’alba del 29 Maggio 1453, per gli ultimi Bizantini di Costantinopoli comincia l’apocalisse.

Ciò che ricordiamo della storia sono le date ed i nomi imparati a memoria per compiacere i commissari d’esame di casa nostra.  La natura sfumata dei fatti, nel loro susseguirsi anonimo ed eccentrico, resta nascosta dietro tanto compiacimento. La caduta di Costantinopoli viene identificata con la fine dell’Impero Romano d’Oriente, voluto da Costantino e sopravvissuto quasi mille anni all’impero d’Occidente. Ma è veramente quello di Costantino il Grande, l’impero che i Turchi fanno cadere nel 1453? Ai tempi dell’ultimo Costantino, l’impero d’Oriente è poco più che una città, un’enclave un po’ retrò, dai riti fumosi, bizantini, che ha smarrito ormai da secoli il contatto con la tradizione romana. Stretti nei loro confini dalla morsa ottomana, gli ultimi Cristiani di Bisanzio avevavo ben chiaro che avrebbero fatto una brutta fine. Le divisioni fra Ortodossi e Cattolici erano tali da impedire un’alleanza comune anti-turca, che si sarebbe risolta in un’invasione occidentale di Costantinopoli, come ai tempi delle crociate. Per i Cristiani d’Oriente era più onorevole soccombere ai Turchi, perchè era ancora vivo il ricordo della IV Crociata, una guerra di conquista al servizio dei mercanti Veneziani che nel tredicesimo secolo, per oltre cinquant’anni, avevano allontanato da Costantinopoli gli imperatori Bizantini.

Nel bottino di guerra della IV crociata ci sono i famosi cavalli di bronzo di San Marco, prelevati nel 1204 su ordine del Doge Enrico Dandolo dall’ippodromo di Costantinopoli, insieme agli ori e ai marmi scolpiti più belli che oggi vediamo a Venezia. Il doge Dandolo è un personaggio mitico della storia veneziana. Si favoleggia sulla sua longevità, che gli avrebbe fatto coronare il sogno della conquista di Costantinopoli in tarda età, dopo i novant’anni. C’è una esagerazione nella vecchiaia del guerriero veneziano quasi cieco ma invincibile, che occupa Costantinopoli e la riorganizza come città “franca” e “latina” al servizio dell’Occidente. Quest’uomo è il simbolo del secolo d’oro di Venezia, nell’epoca del massimo sviluppo delle repubbliche marinare.  La sua tomba è nella tribuna della chiesa di Aya Sofya: è indicata da una semplice lapide murata nel pavimento, l’unica in tutta la chiesa. Passa inosservata, sobria, quasi anonima nella tribuna che brilla per i marmi delle colonne, i capitelli traforati, i fregi degli archi nelle esedre, per la luce che entra e galleggia con una consistenza quasi corporea nello spazio sotto la cupola. La luce dei Bizantini era la vita, era Dio. Per togliere dignità ad un nemico imprigionato, prima di ucciderlo, i Bizantini lo accecavano. Togliere la luce era più che morire, significava vivere l’esperienza della morte.  (Invece gli Ottomani i prigionieri li strangolavano senza tanti convenevoli, forse perchè nella tradizione nomade della steppa l’aria è più importante della luce)

La tribuna di Aya Sofya è il luogo di Istambul più vicino a Venezia. A differenza del pian terreno, dove prevale la somiglianza con la tradizione bizantina ravennate, l’architettura al piano di sopra ha la solida leggerezza degli archi sospesi sulla laguna, tanto da fare sentire nell’aria l’odore salmastro delle alghe della laguna veneta. Nel 1204 Venezia ruba l’anima nobile di Costantinopoli, portando via la dignità imperiale dalla capitale d’Oriente. Ma per la repubblica marinara dell’Adriatico due centri del potere sono troppi. Coi suoi pretestuosi imperatori franchi, Costantinopoli illanguidisce nel ruolo di colonia commerciale di Venezia, finchè una dinastia di nuovi Bizantini la reclama, rimettendola al centro della tradizione greco ortodossa. Grazie alla riconquista bizantina nel 1261, la caduta del 1204 non è stata interpretata come la fine dell’Impero d’Oriente, anche se la continuità con la tradizione romana era andata perduta insieme ai cavalli di bronzo che avevano preso il largo verso Venezia. Per trarre in inganno la storiografia, sembra sufficiente la conservazione di un titolo formale, anche se le nuove teste coronate appartengono ad un’altra stirpe.

Forse neanche la conquista del 1453 sarebbe stata considerata la fine di un impero, se il giovane conquistatore Fatih Mehmet si fosse fregiato del titolo bizantino di Basileus e di Imperatore romano d’Oriente. Ma il sultano non voleva compiacere nessuna tradizione romana, nè orientale, nè occidentale. Lui che era “il conquistore”, i romani li avrebbe volentieri cancellati tutti dalla faccia della terra. Con l’occupazione ottomana, la storia di Istambul trova un punto di discontinuità che, per contrasto, getta una luce omogenea su tutto quello che è accaduto prima, dal grande imperatore Costantino fino all’ultima dinastia di Bizantini. Senza gli Ottomani, la storia romana di Costantinopoli l’avremmo vista sfumare nelle mani di sovrani lontani, che da ottocento anni non si facevano più chiamare imperatori, ma Basilei. Furono i Latini, nostalgici del loro Impero d’Occidente ed assediati da nuovi nemici asiatici, che proiettarono sul regno di Bisanzio l’immagine mitica dell’altra metà dell’impero romano, quello d’Oriente, come se fosse sopravvissuto indenne attraverso mille anni di medioevo.

Istambul

12 aprile, 2012 § Lascia un commento

Istambul è il nome turco di un’antica capitale che il dizionario della lingua italiana Treccani continua ad indicare come Costantinopoli, in onore di un passato illustre di ascendenze nostrane. Ma Istambul è qualcos’altro, non è la traduzione turca di un nome romano.  Quando nel 1453 i Sultani conquistarono questa città simbolo del potere romano imperiale ripopolarono l’area attorno all’antico centro urbano di Costantinopoli, verso la cittàIst-am-bul. Dove abiti? Verso la città di Costantino: Ist-am-bul Kostantinie. Il nome Kostantinie per i Turchi indicava soltanto il cuore antico della capitale che si stava allargando col nuovo nome di Istambul su entrambe le sponde del Bosforo fino al Mar di Marmara.

Un paesaggio di colline verdi disegna i promontori che chiudono il Mar di Marmara, all’imbocco del canale su cui si allunga la metropoli moderna di Istambul. Il Bosforo e’ un tratto di mare simile ad un fiume, dove le acque del Mar Nero scorrono verso il Mediterraneo, da un mare più freddo ad un mare più caldo e più salato.  All’imbocco del Bosforo, il canale ha l’aspetto di un fiordo che  risale dal Mar di Marmara verso l’entroterra collinare e, come i fiordi, divaga subito in una diramazione, nel profondo estuario del Corno d’oro che separa la città storica di Costantino da quella dei Genovesi, entrambe sul versante europeo di Istambul. Alcuni ponti moderni gettati fra una riva e l’altra come fra le sponde di un lago alpino, tengono cucito un tessuto urbano fatto di agglomerati eterogenei, case sparse, aree affollate ed altre abbandonate nel verde.  I sedici milioni di abitanti di Istambul non si vedono; sono sparsi in un’area così vasta, sulla sponda europea e su quella asiatica, dal Mar di Marmara al Mar Nero, da fare sembrare ancora intatta la città storica, rarefatta com’era trent’anni fa.   Istambul non sta crescendo come una città, ma come un’area metropolitana grande quanto un’intera regione.

Alla prima impressione, Istambul ricorda alcune città Italiane, uno strana mescolanza fra Genova, Roma e Venezia, come se la riviera ligure  si fosse ripiegata in sette colli lagunari carichi di storia antica sulle rive del Bosforo. Ma per il clima, per il paesaggio e per la posizione periferica rispetto al Mar Mediterraneo, Istambul ricorda anche la città di  Trieste in una forma ben più vasta e monumentale. La prima impressione dura lo spazio di una sera, quando ancora gli occhi proiettano la suggestione del ricordo di altri luoghi sul luccichio delle rive che scendono verso il Bosforo dove le navi mercantili scorrono diligentemente in fila.  Poi ci si accorge che la luce di Istambul non è quella della laguna, che le rovine romane non sono poi così abbondanti come ci si aspetterebbe da una ex capitale dell’impero, che le discese dei carugi sono ben poche e si concentrano solo sotto la torre dei genovesi a Beyoglu.  Ci si accorge che anche a Istambul può essere molto freddo, ma il vento di Bora non arriva fin qui.  Insomma Istambul è un’altra cosa, ma resiste l’illusione di vederci l’anima della nostra storia come riflessa nei frammenti di uno specchio.

L’Ottomana

10 aprile, 2012 § 1 Commento

Nella casa dei nonni il divano era un bene di lusso e, quando c’era, veniva chiamato con un termine dialettale che suonava pıu’ o meno  tumana, vale a dıre l’Ottomana, il pezzo d’arredo per eccellenza della tradizione turca.   Nelle abitudini Occidentali c’erano panche, cassapanche, tutt’al piu’ lettucci da triclinio, mentre il divano era un pezzo d’arredo esotico d’importazione orientale, che ispirava una comodita’ salottiera e languida.  Quando da bambino ero irrequieto piu’ del solito, la nonna mi afferrava per un braccio e gridava: met in sde’ int la tumana! Eppure il divano era un sostegno di tutto rispetto non solo negli harem dei sogni della nonna, ma anche nella sala del governo ottomano, che si chiamava Divan. Non occorre domandarsı dove stessero a sedere i ministri ed il Gran Vizir: alle pareti non c’e’ traccia di scranni, seggiole o panche, ma si vedono solo divani rossi su tre lati, con un grande braciere di bronzo al centro.  Tavoli, panche e sedili non si addicono ad un popolo di ascendenze nomadi, che nelle stanze del potere ha voluto conservare  la peculiarita’ dell’arredo di una tenda anche dopo aver conquistato la capitale dei Romani d’Oriente, che erano stati artefici di forme solide, geometriche, imponenti.  Il desiderio di starsene accovacciati e’ un tratto antropologico irrinunciabile per questa gente.  La Turca per antonomasia l’abbiamo collocata nei gabinettı di tutto il mondo… mentre il WC a tazza, in Turchia,  potrebbe avere accelerato la dissoluzione dell’Impero ottomano.

Bandiera turca

9 aprile, 2012 § Lascia un commento

Le bandiere nazionali turche si rincorrono a vıcenda coi pennoni alti, da una collina all’altra sul Bosforo, e stampano campiture di colore rosso uniforme sull’orizzonte ondulato verde e grigio.  Una naturale ritrosia ispirano le bandiere turche: bandiere nemiche a cominciare dal colore rosso troppo intenso e deciso per chi e’ crescıuto all’ombra di un debole nazıonalismo multicolore bianco, rosso e verde, fra altri nazionalismi dalle tinte geometrıche a strisce verticali od orizzontali, che per secoli si sono contese le terre di confine nel cuore dell’Europa, in guerre perse e ricombattute. Al di la’ del mare in Oriente, le bandiere sono sempre state di colore rosso, con i simboli di una lontananza astrale dispiegata in esse: la falce della luna nuova del deserto e la stella che l’accompagna (a volte) in primavera, come a dire che nel deserto non ci sono confini; chi ci abita e’ padrone dı tutto il cielo e di tutta la terra, nel nome di Allah… abbastanza per provare un sacro terrore per quel rosso, quella luna e quella bandiera.

L’Occidente diviso non solo nei colori delle bandiere, ha trovato contro i Turchi le ragioni per unirsi almeno una volta in mare, avendo l’ardire di primeggiare a Lepanto contro gli Ottomani, superpotenza del Rinascimento.  Poi furono anni di declino per tutti nel Mediterraneo, sia in Oriente sia in Occidente, per chi non reggeva la competizione con le nuove rotte oceaniche.  Ma la mezza luna con la stella d’oro continuava  brillare nella bandiera turca come una dichiarazione di guerra di cui sı sente ancora l’eco.  Una paura si e’ radicata nei cromosomı dell’Occidente che per secoli, dalla fıne del Medioevo, ha fatto i conti con il rischio di un’invasione ottomana. Le bandiere che luccicano nei cieli del Bosforo vorrebbero raccontare una storia diversa, quella di uno stato moderno che si e’ rialzato dalla dissoluzıone di un impero, dopo la prıma guerra mondiale,  con la forza d’animo di una guerra di liberazione. I Turchi di oggı leggono in controluce nella loro bandiera l’immagine del generale Ataturk,  liberatore della patria oppressa e primo capo di stato della Turchıa moderna. Ataturk aveva una bella faccia solenne e simpatica, ma la bandiera turca a me ricorda il vessillo delle invasioni saracene.

Pasqua bizantina

5 aprile, 2012 § Lascia un commento

Dopo i convegni sull’informatica a scuola, dopo le udienze con i genitori, dopo la raffica di compiti in classe di fine marzo, le vacanze di Pasqua iniziano stanche con la pioggerella intermittente e perfino la nebbia di mattina.  Gli insegnanti credono d’essere protagonisti di una rivoluzione informatica a scuola.  Potrebbero essere bravi utenti delle novità tecnologiche (e questo sarebbe già lodevole) se qualche editore gliele fornisse con ragionevoli criteri di utilizzo (linee guida ministeriali: chiedo troppo?) al posto dei quintali di carta dei libri scolastici.  Ma la confusione e l’anarchia illudono d’essere protagonisti: nel caos, gli insegnanti si esaltano con le sperimentazioni, riscoprono l’acqua calda ogni mattina e riscrivono per la centesima volta pagine già scritte, traendone un misto di soddisfazione e frustrazione narcisista.

Dicevo che le vacanze pasquali sono cominciate con un sottofondo di pioggerella nebbiosa ed il solito malessere d’astinenza dalle grida della scuola media.  Oggi ad Anghiari pranzo dalla Nena, santuario slow food, con costolette d’agnello tenerissime. Dopo pranzo, nelle pendici scoscese del colle, le chiese erano già addobbate ed aperte al pubblico del Giovedì Santo, coi fiori della solennità sparsi a terra attorno agli altari come in un vivaio. Sul rettilineo verso Sansepolcro era aperta anche la chiesa di Santo Stefano, fatto assai raro: per la prima volta ci ho messo piede dentro, in quella forma quadrata di mattoni con quattro absidi, con le finestre luminose in alto e gli oculi rotondi altomedievali.  Una rara architettura di campagna con echi Longobardi e Bizantini, appena un po’ troppo restaurata nell’impeto della fantasia ricostruttiva di cinquant’anni fa, che ha forse esagerato il numero delle colonne e dei capitelli ionici, di cui restano comunque due belle testimonianze originali.

Fatto  strano aver subito proprio oggi l’attrazione bizantina di Santo Stefano in Anghiari.  Con un giorno d’anticipo, sono già  entrato nel campo di forze di Istambul.

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