Tempo siderale

13 marzo, 2012 § 1 Commento

Capita che il cielo alla fine dell’inverno sia particolarmente blu.  L’aria tersa illude d’essere già in primavera, ma il freddo punge e uno starnuto è in agguato appena il sole scompare nell’ombra. L’azzurro del cielo di Marzo è un pastello sfumato che dà concretezza all’atmosfera, questa miscela inodore diffusa nell’aria in proporzioni scientificamente esatte di ossigeno, azoto e altri gas. Nelle narici entra l’aroma antisettico di un’aria sterilizzata dal freddo. All’improvviso fra pochi giorni sbocceranno gli odori e la testa comincerà a girare, ma adesso, ancora per poco, l’aria azzurra sorregge il cielo di cristallo, la volta celeste e le profondità più lontane del cosmo: i mondi immaginari e le stelle che si accendono quando fa buio. Il mese di Marzo ispira l’esplorazione del cielo notturno. Quel che resta del buio del tardo pomeriggio, prima che cambi l’ora, è l’ultimo commiato di una stagione già trascorsa.  Dopo aver dominato le notti gelide dell’inverno, le stelle di Orione, del Toro e delle Pleiadi roteano giù a capofitto nella metà calante della volta celeste e sembrano svanire nella luce del giorno che si allunga, ancor prima di scomparire dietro l’orizzonte.

Nelle serate limpide di Marzo alzo gli occhi e cerco il nome delle costellazioni che si dispiegano in cielo una dopo l’altra, in ordine, come perle di una collana. Nelle stelle che affiorano a est, appaiono i nomi che affolleranno a mezzanotte il cielo di primavera: l’Idra, la Vergine e il Corvo, costellazioni meno appariscenti di quelle invernali, ma dotate di un fascino esotico, che apre la prospettiva di una bella stagione. Ma prima delle stelle, nel cielo cerco i miei occhi, quello sguardo preciso e quelle emozioni che accompagnavano e davano senso alle osservazioni del cielo con il telescopio, trent’anni fa. Le fioche luci baluginanti delle stelle nel cielo lattiginoso delle notti di adesso, sono l’eco dimesso delle marce trionfali delle costellazioni della mia infanzia, quando ogni nuova stella che sorgeva all’orizzonte era uno spirito con cui la notte doveva fare i conti.  Attendevo con ansia l’ora in cui sarebbe sorta questa o quella stella, indicata nelle carte astronomiche.  Quando qualcosa si vedeva finalmente sopra l’orizzonte fumoso, la sua apparizione era per me l’esperimento cruciale di una scienza antica -l’astronomia visuale- di cui non bastavano mai le conferme.  Non potevo distogliermi dal ripetere l’esperimento un’altra volta.

Il cielo stellato è un grande orologio e al tempo stesso un grande calendario che si intreccia con l’orologio. Il tempo del cielo si chiama tempo siderale ed il suo calcolo richiede un po’ di destrezza con l’uso dei gradi sessagesimali. Potrei provare ad insegnarlo a scuola: so già che non ci sarebbero grossi problemi con la procedura, se non pretendo di spiegarla…è così e basta!  La  durata di un giorno siderale è più breve di circa quattro minuti rispetto ad un normale giorno terrestre, per la precisione è più breve di “un trecentosessantacinquesimo di giorno terrestre”.  Il ticchettio dell’orologio siderale collegato alla montatura faceva muovere il telescopio all’unisono con la volta stellata, impercettibile ed inesorabile. Potevo credere che quel rumore meccanico non appartenesse al telescopio, ma fosse l’eco dell’armonia lontana delle sfere celesti.  L’allineamento del telescopio con la volta stellata, in gergo “la messa in polare”, non era facile. Qualche volta (raramente) riusciva al primo colpo, altre volte (spesso) veniva male e doveva essere ripetuta con una buona dose di approssimazione.  La “messa in polare” era in tutto e per tutto una pratica Zen, con cui la mente dell’osservatore cercava una sintonia con lo strumento di osservazione e con l’oggetto osservato.  Ma che soddisfazione, vedere comparire una stella nel campo  dell’oculare del telescopio, avendo fissato con cura le sue coordinate celesti nelle corone graduate della montatura!  Era un continuo esercizio teorico, pratico ed emozionale.

Ora che anche i telescopi amatoriali sono automatici e vengono collegati ai sistemi di posizionamento GPS ed al computer, non serve più tanta fatica: il “tempo siderale” è un calcolo dell’età del ferro, che è stato automatizzato nel web.  Eppure la consapevolezza di un tempo delle stelle, costruito su misura per loro, aiuta lo sguardo ad orientarsi non solo in cielo, ma anche sulla terra…  Non vorrei dimenticarlo, e non vorrei che lo dimenticassimo tutti così in fretta, ammaliati dalla potenza dei simulatori, anche se l’osservazione del cielo è stata sommersa dalle luci notturne dei lampioni e dei monitor.  Un telescopio amatoriale puntato in cielo è il gesto nostalgico di un’epoca che non conosceva ancora la potenza dei network e delle connessioni. Prefiguro un futuro non lontano, in cui tutte le immagini di dettaglio dell’ Hubble Space Telescope, immagazzinate in un server californiano, saranno accessibili attraverso lo schermo di un telefonino, quando lo si punta verso il cielo, come se fosse un telescopio.  Sarà un gioco bellissimo: il vero cielo stellato, in sottofondo, diventerà superfluo, una pallida eco del cielo artificiale a pagamento.  Ma sarà sempre una sorpresa vedere da qualche parte, di notte, un cielo pallido di stelle vere, quando il cielo è limpido.

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