Pianeti

5 marzo, 2012 § Lascia un commento

In queste notti di fine inverno la terra si avvicina a Marte e supera il pianeta rosso nel suo giro attorno al sole.  Non è un fenomeno raro: accade all’incirca ogni due anni di vedere Marte come adesso, in cielo dal tramonto all’alba, una stella rossa stagnante come un occhio bovino un po’ lugubre, intruso fra le stelle delle costellazioni. Quest’anno Marte fa il suo viaggio sulla coda del Leone ed entra in relazione con le forme mitologiche di un segno zodiacale potente, di cui è facile intuire sia la criniera sia la coda che risalgono trionfalmente il cielo. Ora non ci aspettiamo molto dall’osservazione visuale del pianeta, solo gli appassionati di astrofotografia puntano l’obiettivo per ottenere l’ennesima immagine sfocata delle bianche calotte marziane, ma nell’età d’oro del Ballo Excelsior, più di cent’anni fa, l’avvicinamento di Marte era accolto con grande trepidazione.  Gli astronomi puntavano i telescopi sul pianeta rosso e facevano a gara a chi per primo avesse trovato i dettagli di una vita extraterrestre.  In tanti videro le tracce dei canali, i famosi canali artificiali che attraversavano il pianeta rosso, opera maestosa di una società evoluta in lotta per l’esistenza in un ambiente ostile. L’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli legò il suo nome a questa strana ed illusoria scoperta, per cui oggi tendiamo a liquidarlo come uno scienziato poco serio, che si perdeva in suggestioni oziose e futili.  Eppure era un personaggio di tutto rispetto, di statura internazionale e Senatore del Regno.  Faceva come Galileo: puntava il telescopio verso il cielo, osservava e si fidava di quello che vedeva. Nella storia dell’astronomia visuale era sempre andato tutto liscio ed era normale considerare attendibile la percezione di qualunque cosa si vedesse attraverso le lenti di un telescopio. Ma nell’osservatorio di Schiaparelli sarebbe stata finalmente giusta l’obiezione dei gesuiti antigalileiani, che mettevano in guardia dalle illusioni ottiche del cannocchiale. Schiaparelli trascorreva la notte al telescopio del suo osservatorio di Brera, alla ricerca di dettagli marziani che non provenivano dal pianeta rosso, ma da un rumore di fondo del sistema percettivo dell’occhio che guardava.  Era una conseguenza delle dimensioni critiche dei telescopi rifrattori di fine Ottocento. Galileo era stato fortunato, perchè il suo cannocchiale non gli aveva fatto brutti scherzi. La fortuna aiuta gli audaci… quando sono fortunati. Ricordo la prima volta che ho puntato il cannocchiale su Giove. Avevo un piccolo telescopio rifrattore di dimensioni analoghe a quelle del cannocchiale di Galileo. Era l’inizio di Marzo, forse era proprio il cinque Marzo 1981.  Avevo l’età che hanno adesso i miei studenti di seconda media, ed una sera mi ero attardato con la finestra aperta per dare un nome a due stelle luminosissime e molto vicine fra loro, che non erano riportate nelle carte del cielo del mio Libro delle Stelle.  Nell’oculare del telescopio Giove appariva come un’entità che conoscevo già, avendolo visto in fotografia, ma era talmente diverso da quel punto luminoso in cielo a occhio nudo, da non poter credere che fosse la stessa cosa. Il telescopio trasformava l’oggetto: i quattro satelliti galileiani apparivano allineati tutti dalla stessa parte del pianeta, potevano essere un riflesso delle lenti, se non avessi avuto la certezza di altre immagini che ne confermavano l’esistenza.   La prima volta Galileo avrebbe potuto liquidarli come un’illusione ottica del suo cannocchiale, ma aveva bisogno di conferme per la teoria Copernicana: sperava di vederli, li ha visti, ed è stato fortunato perchè c’erano veramente. Allo stesso modo Schiaparelli sperava di vedere le opere dei marziani, le ha viste, ma è stato meno fortunato, perchè erano un’illusione…

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