La stagione dei libri di testo

2 marzo, 2012 § Lascia un commento

L’abbecedario di Pinocchio valeva quattro soldi, quanto un biglietto per il teatro dei burattini. Non so se i venti euro di un libro di testo della scuola di oggi siano più dei quattro soldi di Pinocchio: il valore dovrebbe essere grossomodo lo stesso. Ma al burattino di Collodi bastava un libro soltanto, mentre i miei studenti di prima media hanno molti libri, così tanti che se li vendessero tutti ci pagherebbero l’abbonamento ad una stagione intera del teatro di Mangiafuoco. Alla fine dell’inverno nell’aula degli insegnanti compaiono i commessi viaggiatori con le cartelle piene. E’ il momento in cui finalmente anche i professori acquistano un peso sociale nell’economia del PIL: possono decidere dove indirizzare un flusso di denaro, piccolo ma non trascurabile, dalle famiglie dei loro studenti alle casse di un certo numero di case editrici, sempre le stesse da almeno tre generazioni, che si contendono il mercato in un regime di monopolio. Il rappresentante dei libri di testo fa il suo mestiere e conosce bene l’orario di inizio delle lezioni. Si apposta all’ingresso per accogliere  gli insegnanti prima che suoni la campanella. Li avvicina uno ad uno avvolgendoli in un’aura professionale mercantile che li affascina, tanto è lontana dalla quotidianità di un mestiere di segno opposto, nascosto e gridato in aule sovraffollate. Chi vende libri alle scuole, non porta in dono cesti natalizi, penne o gadget multicolori ai suoi clienti, ma regala al professore una copia del nuovo libro di testo, col nome “Professore” pronunciato per intero. Gli insegnanti sono gente seria. Per corromperli non c’è bisogno d’altro, bastano un po’ di rispetto ed un libro colorato, ammiccante all’ultima moda didattica o semplicemente nuovo, con qualcosa in più che prima non c’era: un’appendice di approfondimento, un gioco di società, un CD. Questa leale trattativa ha l’effetto di caricare un peso impressionante sulle spalle dei ragazzi, che in tre anni di scuola media mettono in cartella circa cinquanta volumi, oltre i quaderni, gli astucci e le matite colorate. Da un po’ di anni c’è perfino il libro di ginnastica, che si chiama educazione motoria, per imparare meglio il sollevamento pesi.

L’evoluzione del mercato dei testi scolastici ha fatto proliferare le specie e, all’interno di ciascuna specie, il numero di pagine. Quando le scuole medie le frequentavo da studente, i miei libri di matematica misuravano sedici centimetri per ventitrè: nel Calstelnuovo, la geometria e l’aritmentica dei tre anni di scuola media erano concentrate in due volumi di quattrocento pagine ciascuno. Sembrava già abbastanza, un chilogrammo di matematica suddiviso in due parti, valido tre anni, ma ora che le scuole le frequento da insegnante, la matematica occupa tre volumi di seicento pagine ciascuno, che misurano diciannove centimetri per ventisei, un totale di tre chili. Anche le terme di Diocleziano erano più grandi di quelle di Traiano: il gigantismo accompagna sempre le decadenze.

Le novità editoriali della matematica di quest’anno sono libri ancora più grandi: copertine che sfiorano i trenta centimetri, sei volumi per un totale di tremila pagine, quattro chilogrammi di carta in tre anni di scuola media. I venditori sottolineano i punti di forza delle nuove edizioni: nuovi esercizi orientati alle prove nazionali, strumenti di programmazione per gli insegnanti, didattica per obiettivi, chi più ne ha più ne metta… Questi libri si assomigliano nella pretesa di accontentare gli indirizzi contraddittori della scuola media italiana che non ha un programma di dettaglio, ma solo orientamenti di massima. Da parte loro, gli editori presidiano una quota di mercato con i nomi degli autori storici che in passato hanno portato fortuna alle loro edizioni, in una lotta all’ultimo sangue, ma i libri si trasformano di anno in anno e riducono a fatti marginali le differenze fra case editrici concorrenti. Gli aggiornamenti non sembrano sostanziali, seguono le regole del marketing, per aumentare le vendite e rendere obsoleto l’usato. Ma i libri più belli per me sono quelli vintage. Senza andare troppo indietro nel tempo, a scuola basterebbe recuperare certe edizioni di vent’anni fa.

La carta dei libri sta avendo una strana rivincita proprio adesso che si parla tanto di didattica multimediale, di immaterialità del supporto di insegnamento. L’editore Zanichelli si è accorto del disagio e marchia col simbolo della piuma i testi che pesano 960 grammi, per indicare che sono leggeri, meno di un chilogrammo. Alla faccia della piuma! Ma la signora Ravagli, piacente rappresentante bolognese sguinzagliata nelle scuole di campagna, risponde che adesso le cartelle hanno le ruote, come i trolley dei bagagli a mano. E’ un segno dei tempi: se anche i miei studenti avessero le ruote, sarebbero… carriole. La verità è che non esiste concorrenza sul prezzo dei libri scolastici. Le case editrici si sono accordate. Il valore di un libro è piuttosto simbolico e almeno in parte è una tassa occulta pagata ad un monopolio. La copertina deve essere leggera, dicono che è una consuetudine dell’editoria scolastica italiana. In realtà -lo capisce chiunque- è un modo per ridurre i costi. Ma la copertina leggera è sempre più grande. Il risultato? Libri enormi e morbidi che scivolano dalle mani: il contrario delle edizioni compatte con la copertina rigida delle scuole d’oltralpe, che per giunta costano anche meno. C’era da aspettarselo: una famiglia italiana paga i libri scolastici dei propri figli il 10% in più di una famiglia tedesca, pur guadagnando in media il 30% in meno. Abituiamoci fin da piccoli alle stranezze del Bel Paese. Se i libri hanno un prezzo fisso, la concorrenza si gioca su altri fronti. Se anche i contenuti sono più o meno gli stessi, la crescita quantitativa resta l’unico vantaggio competitivo, che spiega almeno in parte la tendenza al gigantismo delle edizioni scolastiche italiane degli ultimi anni.  La carta dei libri è l’ultimo presidio di un monopolio insidiato dalle nuove tecnologie. L’introduzione della lavagna multimediale cambia il rapporto con il libro di testo, ma non lo sostituisce. Il vero concorrente della carta è l’Ipad, il libro elettronico, che ogni ragazzo potrebbe mettere nella cartella per comporre un testo personalizzato, attingendo a risorse di rete messe a disposizione da ciascun editore, sempre a pagamento. Ma è un bel salto concettuale ed i margini di guadagno non sarebbero gli stessi. Soggetti nuovi sarebbero forse più motivati e meno condizionati degli editori scolastici tradizionali, che si barricano nel loro monopolio, come i tassisti, i farmacisti e gli avvocati già presi di mira. Ma quale spazio c’è per una nuova tecnologia che voglia entrare in competizione con i libri di testo tradizionali? A scuola, vista l’età media degli insegnanti, sarà facile trovare gente disposta ad appoggiare una battaglia di retroguardia, a metà fra il vecchio e il nuovo. Gli editori possono riposare tranquilli ancora qualche anno.

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