Intelligenza fluida

30 gennaio, 2012 § 2 commenti

Il tempo ha ripreso a scorrere con il calendario scolastico, rapido e regolare come un metronomo.  Dopo il sole inatteso delle ultime settimane, adesso dicono che stanotte nevicherà. L’inverno fa il giro di boa in questi ultimi giorni di gennaio.  Nelle giornate che si allungano, da un giorno all’altro prende forma una nuova stagione verso la quale non serve correre: arriverà da sola e sarà di nuovo primavera. Nel frattempo mi esercito nell’arte di centellinare il presente, prima che finisca anche questo gennaio 2012. All’uscita da scuola osservo i miei studenti più piccoli che non hanno fretta di tornare a casa, soprattutto di sabato, a piedi e in bicicletta si attardano e confabulano qualcosa di importante. Penso a quello che facevo anch’io alla loro età. Potrei ancora giocare insieme a loro. La mia identità di bambino non si è smarrita nell’età adulta, è rimasta nascosta e vigile, in affiancamento all’identità ufficiale che corre attraverso gli anni: si risveglia in classe ogni mattina e vuole reinventare il mondo, apprezzata per lo più dai dodicenni di prima media.  L’intelligenza tende ad irrigidirsi negli anni successivi, quando comincia l’adolescenza.  E’ un effetto della scuola?

L’intelligenza che conta è l’intelligenza fluida, la capacità di orientarsi e trovare soluzioni sempre nuove ricombinando in modo creativo il patrimonio di conoscenze già acquisito.  L’intelligenza fluida si contrappone all’intelligenza cristallizzata, che si esprime nella ripetizione corretta di procedure sempre uguali secondo un ricettario prestabilito.  L’intelligenza cristallizzata è un rifugio sicuro per gli studenti e per gli insegnanti che fanno il loro dovere, come lavoratori a cottimo.  Ma lo studio della matematica si regge su un paradosso: è quanto di più rigoroso si possa immaginare, eppure è lì che può modellarsi l’intelligenza fluida dei ragazzi in una dialettica che riassembla le regole in modo sempre nuovo. Occorre sfidare la scuola nel mare aperto dell’intelligenza fluida, perchè non si impara a nuotare incastrati in un bicchier d’acqua.

L’aritmetica è un linguaggio che guida gradualmente verso gradi di complessità procedurale via via maggiore.  Ho l’impressione che ai ragazzi ed agli insegnanti l’aritmetica piaccia più della geometria, che richiede un salto di astrazione e resta più formale, anche se assistita dal disegno.  La struttura del ragionamento geometrico è prossima a quella del ragionamento scientifico.  I ragazzi più dotati in geometria sono anche i più intuitivi nello studio delle scienze.  Si capisce che c’è una continuità fra le due: la scienza moderna comincia dalla cinematica, una geometria del tempo.  La geometria è lo strumento più adatto per l’esercizio dell’intelligenza fluida. Permette di strutturare il pensiero incrociando formalismi diversi, con il supporto visivo e grafico della mano che articola i movimenti grafici, con esercizi che connettono diverse facoltà. Mi piacerebbe trovare volontari per un corso interdisciplinare che, a partire dalla geometria, affronta l’arte e la tecnica con strumenti matematici, negli anni della scuola media.  Senza spaventare nessuno, potrei chiamarlo: “corso di matematica leonardesca”.  Interessa a qualcuno?

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Una storia da bar

19 gennaio, 2012 § 3 commenti

Che andar per mare sia una metafora della vita, i velisti lo dicono da sempre. Ma il naufragio della nave da crociera è la metafora perfetta di molte rappresentazioni  della politica italiana degli ultimi anni. Se ne sono accorti più o meno tutti e proliferano i commenti in chiave allegorica di quanto sta succedendo. La rappresentazione non finisce col naufragio, ma prosegue amplificata dalla risonanza mediatica delle interviste e dei talk show. Adesso se ne parla col linguaggio da videogame, c’è gente che dice: “io ho salvato molte vite”. Quante vite restano ancora al capitano prima del game over?  Anche i commentatori più rispettabili si perdono alla ricerca di eroi, da contrapporre alla disarmante superficialità dell’emergenza. Ma con l’apparizione della giovane avventuriera moldava, la concatenazione di cause che hanno prodotto l’incidente diventa terribilmente banale. Una storia da bar: una manovra al limite, resa familiare dalla consuetudine, ma pur sempre avventata, non viene fatta al momento giusto perchè nel frattempo è apparsa una bionda sull’uscio.  Non si dà l’allarme perchè potrebbe creare allarmismo, come se quella barca dei divertimenti navigasse per finta, in deroga alle regole della marineria.

Ora i giudici ed i tronisti Italiani demonizzano i colpevoli ed esaltano gli eroi che sono rimasti a contendersi le narrazioni del naufragio in lingua italiana.  Ma questa vicenda va oltre i confini nazionali.  La BBC trasmette i racconti dell’equipaggio: gli stewart Filippini, Indiani, Colombiani che dicono di avere salvato – da soli e abbandonati a se stessi- le migliaia di sopravvissuti,  giudicano “orrible” il comportamento dei loro superiori. In Colombia, in queste ore c’è una folla in piazza, con le foto ed i cartelli dei desaparecidos della nave da crociera italiana. L’abbandono della nave è l’onta più grave per un comandante. La giornalista chiede agli stewart filippini se hanno intenzione di agire per vie legali, contro la compagnia Costa Crociere e anche contro l’Italia, ma poi si dà la risposta da sola: sono troppo poveri, non possono vincere, anche se sono loro gli unici veri protagonisti di  questa vicenda.  Il capitano, gli armatori e gli ignari turisti portati a spasso, restano in secondo piano.

Ai giornali tedeschi, il personale d’equipaggio dice che Der Lohn war so ekelhaft wie das Essen, il salario era misero come il mangiare.  Cinquecento Euro al mese per un mestiere a tempo pieno, d’altri tempi, agli antipodi da casa.  Ma forse è meglio dire: “per un mestiere dei nostri tempi”. Nel gioco delle Crociere Costa, ogni ruolo ha la sua dose di scelleratezza.

Il pomo della Concordia

16 gennaio, 2012 § Lascia un commento

Il sito della Stampa dice che i media tedeschi parlano di 10 dispersi nel naufragio di Costa Crociere: neanche questo è vero, perchè il telegiornale del secondo canale tedesco delle 19 dice che i tedeschi dispersi sono 12.   I sopravvissuti intervistati dalla ZDF affermano che la gestione dei soccorsi è stata ancor più negligente dell’incidente in sè: proprio adesso che gli Italiani erano quasi riusciti a convincere la Merkel di avere il debito pubblico sotto controllo.   Come risposta, il comandante Schettino dice di aver evitato un disastro ben peggiore, mentre l’amminstratore di Costa Crociere si commuove.  Da chi avranno mai imparato?  

Too big to fail?

15 gennaio, 2012 § 1 Commento

La nave inclinata sugli scogli dell’isola del Giglio è un’mmagine simbolo del 2012, che fa il giro del mondo col marchio dell’Italia.  Costa Crociere è un bel colosso del divertimento, che ha costruito negli anni la sua fortuna con un’idea di svago a buon mercato, alla portata di tutti, nei mari di casa nostra.  Le navi da crociera ormeggiate nei porti sembrano enormi condomini dove chi sale crede di allontararsi per un attimo dalla routine.  E’ inconcepibile che una nave di quelle dimensioni vada ad incagliarsi nella scogliera di un fondale basso: too big to fail, avrebbero detto gli analisti di affari economici internazionali. Invece è andata a fondo come una barchetta alla deriva, comandata da sprovveduti avventurieri del tempo libero. Le carte nautiche dell’arcipelago toscano sono note anche ai principianti, che le utilizzano come manuale di riferimento per ottenere la patente nautica.  La scusa del comandante, che ha detto di non aver visto segnalato quello scoglio nella carta nautica, è possibile solo nell’Italia di oggi, abituata alle parodie della realtà di Cicchitto, Gasparri, Bossi e compagnia bella.

L’immagine della bella nave dei divertimenti appoggiata su un fianco al largo delle coste del Giglio, rappresenta molto bene questa Italia che è troppo grande per fallire, ma abbastanza ubriaca per andare a fondo.  Le secche mettono in luce gli scogli.  I lavoratori che smettono di lavorare non possono salvare un bel niente, tutt’al più se stessi.  Per evitare il naufragio, i ricchi dovrebbero farsi carico del salvataggio. Ma i ricchi, quelli veri, usano l’Italia come una società per azioni da spremere e da fare fallire all’occorrenza. Quando succederà, un comandante ubriaco ci convincerà che era l’unica strada possibile.

Le rovine di Pompei

11 gennaio, 2012 § 1 Commento

Nelle strade di Pompei i turisti dimenticano che stanno camminando su un suolo dissepolto. La via di Nola è stretta fra due rive che salgono ripide a destra e a sinistra fino agli orti della campagna agricola dove gli scavi si interrompono nel bel mezzo della città antica. Trent’anni fa guardavamo con ansia quei terreni cinerei, pensando a quali meraviglie celassero ancora al loro interno: altre residenze di lusso decorate di ocra, rosso e nero, oltre a quelle già numerosissime che inebriavano lo sguardo nella fresca penombra degli atrii e dei cortili. Solo il tempo di una o due campagne di scavo e nell’arco di qualche decennio Pompei ci sarebbe stata restituita per intero, in tutto il suo splendore.

Cammino ormai da due ore. Sono entrato da Porta Marina e dalla piazza del foro vado diritto in via dell’Abbondanza, per ritrovare qualcosa di familiare. Cerco i luoghi dove mio padre si fermava a scattare le sue foto: la prima volta -era il 1976- con una vecchia macchina a fuoco fisso, poi nel 1979, con una Petri manuale che a confronto sembrava già un prodigio della tecnica. La regolazione della macchina fotografica richiedeva tempi lunghi e meditate incertezze che facevano perdere il sorriso a chi veniva ritratto. A guardarle oggi queste immagini scavano indietro nel tempo come una forma di archeologia e a Pompei diventano un’archeologia dell’archeologia.

L’ultima volta che sono stato qui, nel 1984, ero poco più che un bambino e quasi mi vergogno di non esserci più tornato. Un luogo in cui si ritorna da adulti dopo esserci stati da bambini dovrebbe sembrare più piccolo, ma a Pompei mi succede il contrario: sembra tutto più vasto e via dell’Abbondanza è così lunga che non ne vedo la fine. Moderni cancelli di metallo  sbarrano gli accessi laterali alle strade e alle domus. Nastri colorati improvvisano restringimenti della carreggiata e deviazioni del traffico su vie laterali. Nei cancelli che impediscono altri percorsi secondari è traforata la scritta “Pompei viva”, ma dietro si vede un abbandono transennato, altro che vita. Come nella Repubblica Democratica del Congo che è democratica solo nel nome, le parole mascherano una realtà di segno opposto, dunque Pompei Viva!  Non saranno le migliaia di turisti distratti, nelle vie di Pompei come l’acqua torrenziale di un fiume tropicale, a farla resuscitare.

A Pompei si capiva che le case dei romani erano girate a rovescio rispetto a quelle moderne, con il cortile dentro e le finestre rivolte all’interno: ce ne erano davvero tante ed erano fatte tutte più o meno così. I proprietari più ricchi facevano a gara nella decorazione degli interni invisibili dalle strade, sulle quali si aprivano i portoni e qualche piccola finestra di servizio. Negli scavi di trent’anni fa i gesti degli antichi abitanti sopravvivevano ancora nella penombra dei cortili. Le strade selciate di Pompei erano passaggi stretti fra i segreti che riaffioravano negli interni, nei riquadri affrescati dove lo sguardo si nutriva di una vita ancora palpitante al centro di cornici gialle, rosse, nere, elegantissime. Ovunque c’era l’immagine sospesa di una catastrofe che aveva congelato la storia. E’ un ricordo che risale al 1979, non al 79 dopo Cristo.

Adesso sono a  piedi in via dell’Abbondanza e la trovo interminabile nella monotonia di ciò che resta: muri compatti, finestrelle e stipiti in laterizio in fila come sentinelle. Una domus affrescata bisogna conquistarsela, in fondo, come in una caccia al tesoro. Ormai all’uscita della città, la pittura di una Venere con l’aria approssimativa di una parvenue disseta gli sguardi dei turisti ansiosi di vedere finalmente un’immagine antica. (Poco lontano c’è l’anfiteatro, così simile ad una Plaza de Toros, e nell’arena mi consolo rievocando la chitarra di David Gilmour, Live at Pompei, 1971).

Vado alla ricerca delle pareti dipinte e salgo a ritroso il pendio verso porta Vesuvio. Le domus più lussuose sono in questo settore della città antica, ma non sembrano accessibili. Lascio correre lo sguardo sul cancello serrato degli Amorini dorati, un caposaldo della topografia infantile della mia Pompei di trent’anni fa. Non c’è più il giardino con i tendaggi né le maschere appese ad oscillare. Gli abitanti sembrano fuggiti definitivamente e le pitture del terzo stile pompeiano non riescono più a rievocarli. Non oso guardare oltre: la casa dei Vetti è circondata da impalcature. Le strade, i marciapiedi, i selciati ed i muri in rovina offrono l’ultimo contatto con la città archeologica: suggeriscono un cataclisma diverso, che ha lasciato agli abitanti il tempo di fuggire e di portare con sé il ricordo delle linee evanescenti del quarto stile pompeiano.

In salita raggiungo Porta Vesuvio e vado a posare lo sguardo su alcune immagini dipinte che decorano il sepolcro di Vestorio Prisco. Nella piccola città dei morti fuori Porta Vesuvio il tempo scorre da sempre in un orizzonte di eternità: i monumenti funerari non esigono una rilettura, anche se dissepolti restano quel che erano, vetrine postume di ricordi che sostituiscono le persone scomparse. Il tempo dei sepolcri scorre con naturalezza in un orizzonte di eternità e fa sembrare innaturale, faticoso e stridente, il tempo che scorre nelle strade deserte della città sottostante, dove verrebbe voglia di gridare: “c’è nessuno?”, come in guerra dopo un bombardamento.

Alzo gli occhi per seguire il perimetro esterno delle mura. In questo tratto si innalzano tre torri: quella centrale trent’anni fa era un belvedere dove i turisti si affacciavano per ammirare il panorama. Ora lassù non vedo nessuno, anche la torre di Mercurio è diventata un miraggio: perché dirigersi in quella direzione se gli interni sono inaccessibili? Una famiglia di turisti compare all’improvviso e senza fare domande imbocca una strada evidentemente sbagliata, che non conduce agli scavi, ma fa salire sulla scarpata degli orti che insistono ancora su vasti tratti della città antica da disseppellire. Mi sembra una buona idea seguirli e perdermi anch’io con loro in un’idea settecentesca di città pompeiana vista dall’alto, che affiora a tratti fra la cenere del vulcano.

Negli orti sopra le strade antiche e sopra i muri diroccati che affiorano in lontananza, fino al limite della cenere spazzata via, il respiro si allarga ed il tempo ricomincia a scorrere senza l’ambiguità dei falsi storici e dei restauri in rovina. Vedo dall’alto gli Scavi di Pompei alzarsi sull’antico suolo liberato dalla cenere e dai sedimenti del tempo, ma le indicazioni in lingua inglese tradiscono un altro significato: Pompei ruins, rovine di Pompei.  Ai turisti americani non interessa l’alacre tenacia degli archeologi che rimettono a nudo e analizzano gli antichi splendori dell’età romana. Ciò che conta è the remains: quel che resta e si innalza contro il cielo in un nuovo ciclo di vita e di morte, liberato dalla cenere e dall’oblio di diciotto secoli. Il mito degli scavi archeologici si regge su un’illusione di eternità, ma la città tornata alla luce ricomincia a pulsare, mossa da forze disgregative che ne segnano il volto con le ferite di un’incombente rovina. Le prime case di Pompei si sono risvegliate duecento anni fa. La loro esistenza si è giocata perlopiù nell’età contemporanea. Nessun muro, tantomeno una rovina, può  starsene congelata in un istante della storia. L’apparente sospensione del tempo -l’effetto Pompei-  può rinnovarsi con l’artificio del restauro, tramite ricostruzioni consapevolmente finte.

Negli orti sopra degli scavi ritrovo la familiarità di certe passeggiate archeologiche meno monumentali di Pompei ma immerse nella natura, come Carsulae fra le montagne della provincia di Terni o Amiternum vicino all’Aquila. Mi riconcilio col sito archeologico più monumentale del mondo proiettandomi altrove e penso a quando da altre parti mi è capitato di dire: “sembra d’essere a Pompei”, per commentare l’ottimo stato di conservazione di un monumento d’età romana.

La famiglia che vaga allegramente fra i campi con me non sembra accorgersi d’essere fuori strada, solo un bambino si ribella, piange disperato e dice: “il posto dove siamo entrati non è la strada di Pompei dove vanno tutti gli altri!”. Lo turba che suo padre ad un bivio della storia abbia preso una strada diversa, probabilmente sbagliata. Per rientrare negli scavi chiediamo indicazioni all’ortolano ricurvo sui campi. Risponde che non dobbiamo preoccuparci, ci siamo: “Il selciato romano si raggiunge da qui, dopo una scala …un cancello sembra chiuso, ma basta sciogliere il filo di ferro che lo tiene accostato”. Eccoci di nuovo in Via dell’Abbondanza! L’allegra famiglia si dirige verso l’anfiteatro e mi saluta con diffidenza. Negli orti ho cercato di rendere questa gente partecipe della mia percezione settecentesca degli scavi di Pompei, ma sarebbe stato meglio se avessi offerto loro dello zucchero filato. Nel parco a tema delle Pompei ruins mancano ancora i venditori di caramelle e di palloncini agli angoli delle strade. Qualche ristorante con menù squisitamente romano antico potrebbe essere allestito in una replica californiana delle Pompei ruins, mentre nella vastità delle rovine originali, di aspetto post bellico, c’è solo un bar marchiato autogrill aperto fra la piazza e le terme del Foro. La Soprintendenza archeologica non concede di più.

Mi dispiace non vedere il rosso pompeiano delle case affrescate, il gioco dei quattro stili che avevo imparato a distinguere da bambino, viste le infinite repliche con poche varianti: il primo stile a riquadri geometrici, il secondo architettonico con le colonne scanalate trompe l’oeil, il terzo alleggerito e surreale, il quarto etereo, come a voler significare l’evoluzione dello spirito verso forme sempre più astratte ed illusorie della percezione. In via della Fortuna mi guardo attorno, vedo un custode sussurrare qualcosa ad una coppia di turisti che si avvicinano: “in fondo al secondo vicolo a destra, è aperta…” In quell’angolo nascosto mi aspetto tutt’al più un magazzino con qualche anfora murata nel pavimento. Per un attimo non penso alle indicazioni che ho sentito pronunciare all’aria aperta. Mi allontano ma ritorno sui mie passi, in fondo al vicolo c’è la sagoma del custode, lo vedo e gli chiedo da lontano:”si può?” Lui risponde con un cenno della testa:”sì, si può”.

Mi ritrovo sulla soglia di una porta antica: questa è la casa di Marco Lucrezio Frontone ed oggi è aperta, un capolavoro del terzo stile! Nei muri neri risplendono i quadretti luccicanti con le scene mitiche più belle, i tratti raffinati dei colori come miniature fantastiche. L’esplorazione archeologica di Pompei ha sete di immagini e quelle che appaiono nella casa di Lucrezio Frontone hanno ancora il potere di risvegliare il sogno di una città viva. Sono delicate ed effervescenti come un bicchiere di champagne; ne basta un sorso e già mi gira la testa. Non so come ringraziare il custode, mi sembra quasi di essergli entrato in casa e lui potrebbe aspettarsi una moneta di ricompensa, come suggerivano le prime edizioni del Touring Club di cent’anni fa: “un donzello apre; mancia”.

I custodi  degli scavi di Pompei sono sempre piuttosto cordiali e rispondono volentieri alle domande. Nella casa di Lucrezio Frontone il custode è anche filosofo e fa una analisi dei flussi turistici a Pompei. Così su due piedi distingue tre categorie di visitatori: i turisti, gli appassionati e gli archeologi. Gli archeologi sono esperti, ma sono anche un po’ egoisti perchè nascondono le cose più belle, vogliono vederle soltanto loro. I turisti tengono in piedi l’economia di Pompei, ma se ne vanno in giro a migliaia con la testa di qua e di là, non distinguono una pietra antica da una pietra moderna. Si perde tempo a stargli dietro. Poi ci sono gli appassionati, che si informano prima, conoscono le aperture straordinarie e tornano a Pompei solo per entrare dove sanno che è aperto. Il custode mi osserva con aria di rimprovero. Lui preferisce gli appassionati. Dovrei appartenere anch’io a questa categoria, perchè allora non sono informato? All’ingresso non ho trovato indicazioni, mi scuso dicendo che sono di passaggio, ma mi interessa sentire quello che lui ha da dirmi:

Dieci anni fa gli archeologi cercavano gli sponsor per i restauri, ma non hanno trovato nessuno, zero. Per questo la maggior parte delle case adesso è chiusa e non si possono riaprire con la normativa attuale. I restauri di sessant’anni fa sono in rovina e andrebbero rifatti. E poi dovremmo rimettere gli oggetti dove sono stati scoperti, anche sopra la cenere del vulcano…. A Pompei ci sono passati in tanti. Anche gli archeologi di Bologna sono stati qui cinque anni a ripulire uno ad uno i muri della casa del Centenario, poi se ne sono andati e non li ha visti più nessuno. Addirittura i Francesi avevano ricostruito una fullonica in via della Fortuna, per tingere i panni, ed ora è rimasto tutto lì, nessuno la usa: è antica o moderna? Cosa capiranno i turisti fra cinquant’anni? La malta dei restauri deve imitare i materiali antichi  o deve segnare una differenza?”

Siamo fermi a parlare sotto l’ombrello. Uno scroscio fa fuggire i turisti ed il pomeriggio invernale prosegue sotto un cielo di nuvole espressive. Prima che sia sera voglio entrare nelle ultime residenze affrescate ancora aperte: la casa del Menandro e la villa dei Misteri. Una sciatteria trasandata pervade la casa del Menandro. Frammenti di macerie stendono un velo sul pavimento insieme alla polvere portata dal vento. Basterebbe una scopa per cambiare l’aspetto di un luogo come questo, nascosto dalla penombra di un pomeriggio invernale. La villa dei Misteri è fuori Porta Ercolano e richiede di allungare il passo verso la parte più alta della città, dove le residenze antiche si susseguono con le porte d’ingresso intatte, lasciando intravedere al loro interno il logorio polveroso del tempo. Oltre le mura il percorso scende nella via dei sepolcri, dove altre tombe acquietano l’ansia del tempo che scorre nell’eternità. La villa dei Misteri appare al limite degli scavi, col rumore del traffico vicino. L’ingresso laterale immette in un labirinto di cortili e di stanze illuminate a malapena.

La sala affrescata con le storie dei misteri mi viene incontro alla fine, ormai nell’ombra della sera. La luce del tramonto filtra attraverso le persiane rotte di un bel restauro ormai datato e nella parete di fronte ritaglia la sagoma illuminata del sileno su uno sfondo rosso infuocato. Un gruppo di asiatici occupa lo spazio davanti. Osservano diligentemente al di qua della corda che trattiene i visitatori fuori dal vano affrescato. Una guida con gli occhi a mandorla illustra a lungo i dipinti, parlando una lingua per la quale mi è inutile ogni sforzo di comprensione. La voce termina e la sala piomba in un silenzio ancora liturgico. Fuori scorrono i rumori del traffico in lontananza. Il rito del turista asiatico si conclude col mistero dei flash che alla fine esplodono a centinaia davanti alle pitture. Sullo sfondo rosso pompeiano lampeggiano i volti degli iniziati ai riti misterici, atterriti -parrebbe- dalle schegge di luce improvvisa che li abbaglia. I turisti si nutrono di immagini. Il turismo globale le divora. Dovremmo parlare di iconofagia del turismo di massa. Le pitture della Villa dei Misteri non resteranno ancora a lungo in quel luogo, a farsi divorare dai lampi delle macchine fotografiche. Ciò che non distrusse il Vesuvio lo dissolviamo noi.

(5 Gennaio 2012)

Campo dei Fiori

3 gennaio, 2012 § 3 commenti

Dicevo che avrei smesso di frequentare Campo dei Fiori se non ci avessi più trovato gli spiriti dei fantasmi di Roma, al riparo delle madonne sacre, agli angoli delle vie. Mi pare che quel momento sia arrivato. I bar alla moda invadono la piazza con i loro spazi coperti, chiamati dehors qui come a Riccione. La gente degli aperitivi è un turismo che azzera le distanze: non si nutre più di pizza, spaghetti e mandolino, ma costruisce una finzione nuova attraverso le abitudini di un rito artificiale -quello degli aperitivi- che colonizza i luoghi e ne svuota l’anima.  Le piazze degli aperitivi diventano belle forme colorate senza odori: collezione di conchiglie senza mollusco. Le fiamme portatili dei riscaldamenti a gas sotto i tendaggi dei bar si allungano sinuose nelle teche di vetro,  d’altronde le fiamme hanno una lunga tradizione a Campo dei Fiori: basta chiederlo alla  statua di Giordano Bruno che guarda tetro col cappuccio calato sugli occhi.  Ancora fiamme danno il nome alla storica libreria Fahareneit 451, che sopravvive a Campo dei Fiori in barba ai mega stores ed alle vendite dei libri on line.  E’ un baluardo di resistenza culturale per chi distingue i libri veri dalle ultime trovate di moda.

Dove sono?

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