L’oste nella neve

30 dicembre, 2011 § 3 commenti

La neve dell’Appennino è neve di collina.  La coltre bianca scompare in fretta, basta il sole oppure il vento di una giornata per fare riaffiorare la terra, nel battuto di un sentiero o nel solco fangoso delle ruote dei fuoristrada. Gli alberi con le ultime foglie ingiallite rimaste appese come cespugli bruni sui rami, disegnano forme secche e precise contro il bianco abbagliante della neve, un ricoprimento glassato dai bordi ondeggianti. Mi lascio guidare attraverso la neve in un percorso ai limiti della collina, con le forme collinari che sfiorano la definizione delle montagne, attorno agli ottocento metri di quota, al Passo del Carnaio, dove il Granduca Leopoldo nel 1840 aveva costruito l’ultimo tratto della sua grande strada carrozzabile fra Firenze e Bagno di Romagna. Era più di un’autostrada in quell’epoca di viaggi a dorso di mulo: una strada larga cinque metri, con una quantità di tornanti, curve regolari che salgono, scendono e risalgono i poggi paralleli della Romagna toscana, allora al confine con lo Stato della Chiesa.

Il sole risplende e il cielo cristallino è così azzurro che sembra preso in prestito dagli sfondi dei Della Robbia, dalle terracotte invetriate che luccicano nel buio degli oratori di quest’angolo eremitico dell’Appennino. Dal Passo del Carnaio scendiamo a piedi le ampie curve di un percorso sterrato in direzione di Rio Petroso. L’antica mulattiera corre sulla cresta di un contrafforte, in discesa verso la valle del Bidente.  Il ramo più orientale dei tre che si congiungono nel fiume Bidente, ha un nome estroso: è il Bidente di Pietrapazza.  Le pietre di questa valle portano impressi i segni di una follia, forse a causa delle forme regolari degli infiniti strati di marne e di arenarie che si susseguono in serie e vengono allo scoperto nei versanti a reggipoggio, come il lavoro ossessivo di un demiurgo impazzito.  Ora non c’è anima viva ma cinquant’anni fa, su questa strada di crinale in discesa verso il fiume, c’era ancora qualcuno che si spostava a dorso di mulo, con le fascine di legna, su carretti rudimentali, come in India. Dopo un’ora di cammino, Rio Petroso appare  come un villaggio fantasma, prima col cimitero, poi con la chiesa scoperchiata, dove gli alberi hanno messo radici nel pavimento. Non è molto cambiato da come ricordo di averlo visto vent’anni fa. Nel processo di dissoluzione delle murature antiche, dopo il degrado che scoperchia i tetti, la corsa distruttiva si attenua nei ruderi sopravvissuti, che trovano una nuova stabilità in simbiosi con la natura, per decenni, forse per secoli, prima di scendere il gradino successivo della distruzione e diventare polvere di macerie sciolte.

Proprio qui su queste montagne salivo spesso negli anni dell’Università, specialmente in primavera, quando gli esami erano ormai alle porte. Gli itinerari più bizzarri partivano dalla mente singolare di Uliano Guerrini ed erano accompagnati da sogni ad occhi aperti, che si perdevano nell’aroma della primavera. Su questi sentieri vedevamo l’ombra degli abitanti che se ne erano andati ormai da tre decenni: i ponti a schiena d’asino, le tracce dei mulini con le canalizzazioni superstiti ed i marchingegni di legno sbilenco, nel luogo dov’erano sempre stati. Le architetture rurali, i ballatoi e le arcate dei forni, producevano in noi un’eccitazione mentale, che si sfogava a malapena nelle lunghe salite a piedi e nelle corse in discesa, sulle pietre delle antiche mulattiere, prima del treno per Bologna, la domenica sera. Avremmo colonizzato volentieri la borgata in abbandono di Ca’ Morelli, come una comunità autogestita di alternativi che fanno tutto da soli, perfino il pane, con gli antichi mulini ad acqua trasformati in centrali elettriche.

Ora rivedo Ca’ Morelli che è ancora lì, come un accampamento indiano in fondo alla discesa, con le case disposte ad arco attorno al pianoro, sopra al torrente.  Il tempo ha consumato i muri pericolanti, ora sarebbe una pazzia restaurarli, fuori luogo perfino nella valle di Pietrapazza. Se penso a Uliano, devo dire che adesso vive a Milano, verso Lambrate, con la famiglia.  La realtà ha ribaltato i sogni di allora in un contrappasso, ma non credo che saremmo stati più felici se fossimo rimasti ad abitare qui, circondati dalla natura e dall’abbandono. La strada in discesa non è finita, scende ancora parallela al torrente, in un bel paesaggio imbiancato di galaverna, fin dentro la gola stretta dov’è il mulino di Culmolle, che dovrebbe essere un agriturismo.  E’ ora di pranzo: un ristorante a questo punto sarebbe perfetto.  Dunque attraversiamo il torrente a piedi e andiamo incontro all’odore di resina che esce insieme al fumo di un camino.  Speriamo in un piatto fumante di tagliatelle o di polenta con la salsiccia, là sotto. “C’è nessuno?” Apriamo la porta dell’osteria: ha il banco della mescita in ordine e la luce accesa, ma nessuno risponde.   L’oste non c’è e a noi non resta che mangiare i panini freddi portati da casa, seduti sotto il portico all’esterno.  C’è un gatto, sembra l’unico abitante di Culmolle e reclama la sua parte.

Passa un quarto d’ora e finalmente il legittimo proprietario fa la sua apparizione nel cortile. Non è disturbato dalla presenza di qualcuno, però è stupito, perché con la neve non si aspetta escursionisti a piedi. Il ristorante è aperto solo su prenotazione e, senza prenotazione, lui non ha niente da vendere, neanche un caffè.  Però può offrire un bicchiere di vino -è gratis- e comicia a parlare.  Lo accompagna una serietà grave e un po’ altezzosa, che si scioglie in un discorso fluido, senza via di scampo.  Lui è milanese ed ha comperato quel mulino nel 2001, per sè e per la sua famiglia, insieme ad altri soci, che se ne sono andati però, uno dopo l’altro nel corso degli anni: il primo subito, il secondo poco tempo fa.  Non gli dispiace rimanere, ma, di fatto, per lui non ci sono tante alternative.  Capisco che è legato a questo posto. Se anche volesse vendere il mulino, oggi non troverebbe acquirenti disposti a pagare il denaro che lui ha speso in tutti questi anni per ricostruire e consolidare, per dare un valore al suo agriturismo.  Il sangiovese nel bicchiere rianima la conversazione ed allontana il gelo come una medicina.  La prospettiva dell’oste nella neve, sul torrente di Pietrapazza, è molto vasta e sconfina nella macroeconomia:  “E’ una pazzia parlare di crescita e credere di uscire dalla crisi con la crescita.  Di ricchezza c’è n’è tanta, concentrata nelle mani di pochi…”  Sarà mica comunista, l’oste nella neve?  Ma lasciamolo parlare: “dobbiamo mettere a punto nuovi meccanismi per redistribuire questa ricchezza, anche se nessun governo ha il coraggio di farlo, nè di destra, nè di sinistra.  E adesso mi vengono a dire che se faccio l’imprenditore, devo per forza guadagnare tanto quanto dicono loro, e pagare le tasse di conseguenza: ma se riesco a malapena a vivere? Cosa devo fare? Devo chiudere.”

“Da nessuna parte sta scritto che dobbiamo pagarli noi gli interessi del debito pubblico: è colpa nostra se non ci riusciamo?” L’oste nella neve è molto milanese: “non ci sono soldi per pagare le tasse e non possiamo difendere ad ogni costo questa Italia indebitata, assediata dalle banche e dalla speculazione internazionale… allora dovremmo avere il coraggio di azzerarci anche noi con una bancarotta, come hanno fatto gli Islandesi.” Insomma, azzerarci contro noi stessi, coi botti di capodanno.

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§ 3 risposte a L’oste nella neve

  • Federico Bolsoman ha detto:

    Uliano disse, durante uno di quei giri, che non capisci veramente il significato di una cosa se non la costruisci con le tue mani e pensava di costruirsi la sua futura casa tutta da sé.

    Ho ripensato alle sue parole ogni giorno che mettevo i piedi nelle fondamenta di casa mia, aiutando i muratori a scavare o a portare via materiale.

    Sono stati lavori piccoli ma ottenuti con molta fatica.

    Tornado dall’oste in primavera… Prenotando prima? 🙂

    • LoAl ha detto:

      Facciamolo! Sarebbe bello dirlo anche a Uliano e Sabrina, se mai tornano in Romagna. (Ma verrò a Bologna così ne parliamo insieme)

  • paola ha detto:

    Bel percorso da fare anche d’estate…

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