L’antisindacalismo dell’ermafrodito a Villa Borghese

12 dicembre, 2011 § 2 commenti

7 Dicembre. L’appuntamento è a mezzogiorno e trenta, nel piazzale di Villa Borghese. L’amico storico dell’arte Tommaso Casini fissa l’incontro con mezz’ora d’anticipo, come precauzione contro i ritardi cronici della circolazione romana, avendo prenotato una visita in Galleria all’una in punto.  Le mie abitudini cispadane mi guidano alla meta in perfetto orario, anzi in anticipo, passando da Fontana di Trevi e avendo pure il tempo di dare un’occhiata all’Accademia di San Luca.  La temperatura è tiepida, il sole brillante ed il cielo blu.  E’ inverno solo nei contrasti eccessivi delle foto digitali.  Davanti a Villa Borghese scatto due immagini e mi fermo al sole. I turisti con le borse a tracolla vanno e vengono senza entrare, l’ingresso sembra ancora chiuso: “possibile?”.  Eppure abbiamo già una prenotazione in tasca per entrare all’una.  Apre oggi la mostra “I Borghese e l’antico” che rimette la collezione di Scipione Borghese nella collocazione originaria, dov’era prima di essere venduta alla Francia, duecento anni fa: sessanta sculture d’età romana, fra cui Le tre Grazie e l’ermafrodito, ricreano un museo d’altri tempi negli spazi già ricchissimi della Galleria Borghese, ma non credo che potremo entrare.  Alla porta è appiccicato un foglio formato A4, dove la stampa di un computer informa: “Museo Chiuso” e, per chi non avesse capito, ripete Museum Closed.  Il professor Casini appare nel frattempo col passo solenne e l’immancabile impermeabile. Ha comperato due biglietti sul web e vuole vederci chiaro in questa faccenda. Il tentativo di una spiegazione è scritto su un altro foglio formato A4 che penzola davanti al pannello dell’orario: il personale del museo è impegnato in una assemblea sindacale, dalle undici alle diciassette. E’ inconcepibile un’assemblea sindacale nel giorno d’apertura della mostra, tanto più un’assemblea dalle undici alle diciassette, nelle ore centrali della giornata.  C’è un numero da chiamare, al telefono qualcuno ha la cortesia di rispondere, ma non ha molto da aggiungere: “provate a tornare alle diciassette, forse a quell’ora riuscirete ad entrare”.

Ritorniamo dunque alle cinque, all’ora del crepuscolo e del traffico, questa volta in automobile. Nella viabilità congestionata troviamo per magia un parcheggio libero ai cancelli di Villa Borghese.  Ordinatissimi in fila nel piazzale antistante, i visitatori in attesa cominciano a scorrere davanti ai nostri occhi e ad entrare nel semi-interrato della biglietteria, tetri e misteriosi come le processioni notturne di Goya, alle cinque della sera. Ci uniamo a loro, ma la fila si arresta dopo aver saturato lo spazio interno della biglietteria e riprende poi a scorrere lentamente, a singhiozzo, con nervosismo.   Il professor Casini borbotta qualche “mah” e “non capisco”: vuole vederci chiaro in tutta questa faccenda.  Non è stata data notizia ai giornali e la nostra Bella Italia  fa una brutta figura con i turisti stranieri Idon’t-understand, che sono rientrati in albergo e credono di avere perso l’opportunità di visitare la Galleria, per colpa di assemblee impreviste, lunghe quanto convegni internazionali.  Il diritto alla visita soccombe di giorno sotto il diritto di sciopero, ubi maior…, ma la notte i diritti si riappacificano coi rovesci della sorte anche a Villa Borghese, basta un po’ di pazienza. Chi avesse prenotato una visita per le ore precedenti, può entrare adesso fra le cinque e le sette di sera. In fila c’è un tipo di Avellino che parla come Silvio Orlando. Dice di lavorare a Roma e di non avere avuto ancora il tempo di conoscere le meraviglie antiche e moderne della città. I miei suggerimenti sembrano vaneggiamenti, sotto lo sguardo sicuro del professor Casini che invece tiene banco con una conferenza improvvisata sui tempi e sui modi di una visita a Roma.

Finalmente dentro, la fila si slabbra e ristagna davanti al banco della biglietteria.  Un tipo urlante sedicente giornalista furoreggia contro i disservizi della Galleria, che non riconosce il diritto dei giornalisti ad entrare gratis. Che colpa ne hanno le bigliettaie?  Loro fanno un altro mestiere, in appalto ad una ditta esterna, eppure devono offrire il fianco a queste proteste: “scriva pure sul suo giornale, chissà se qualcuno lo leggerà”, dico: “qualcuno dei responsabili…”.  La sfuriata del sedicente giornalista porta la tensione alla stelle e non permette al professor Casini di continuare sullo stesso tono.   Intanto l’avellinese sosia di Silvio Orlando se ne va, perchè non ci sono biglietti in vendita, neanche per i giorni successivi, vista l’incognita degli scioperi.  Adesso tocca a noi.  I nostri biglietti acquistati sul web sono un titolo sufficiente per entrare subito in Galleria, ma il professor Casini non rinuncia a porre domande alle bigliettaie appaltate in crisi di nervi: “perchè…?”.  Lo chiede  timidamente, per prendere le distanze dalla reazione scomposta del giornalista che l’ha preceduto, ma un muro di gomma difende le ragioni di questo sciopero e rende vana qualunque richiesta.  Ci dirigiamo dunque verso la prima sala della Galleria, attraverso il labirinto del seminterrato.  Alcune signore in divisa da custode presidiano ringhiose il varco d’accesso alla scala a chiocciola che immette nelle sale antiche di Villa Borghese: “Quando avete comperato questi biglietti? La biglietteria adesso è chiusa!”  Il titolo d’ingresso gentilmente rilasciato dalle professioniste in appalto in biglietteria, non sembra valido per i titolari di un posto di lavoro a tempo indeterminato a Villa Borghese.  Sopra c’è scritto “omaggio”, ma il professor Casini dice di aver pagato quei biglietti otto euro cadauno, sul web, la sera prima.  Lo dice con voce morbida e sicura, tanto che mi par d’essere in compagnia di Virgilio, alle porte dell’inferno. “Non ti curar di lor…” io sono impaziente d’entrare.

Le sculture del Cardinale Scipione sono in numero sovrabbondante rispetto ai nostri canoni estetici e la mostra a Galleria Borghese è un’esperienza fuori dal tempo.  Le atletiche imitazioni delle sculture ellenistiche riempiono le sale, oltre i limiti concepibili per un museo di gusto contemporaneo: sono forme prevalentemente virili (in apparenza) che mettono in bella mostra una ambigua sessualità: “Sti cazzi!” Alla faccia del Cardinale Scipione e di tutta la Santa Madre Chiesa. Mi ricordo com’era la Galleria Borghese fino al 1997, prima della completa riapertura delle sale.  Per vent’anni era stato possibile vedere solo Paolina Borghese del Canova, al freddo, fra le impalcature e gli attrezzi dei muratori. Poi la villa era riapparsa in tutta la sua magnificenza, con una forza visiva ineguagliabile mostrava cos’era il gusto seicentesco: il reimpiego dell’antico in chiave moderna, come oggi potrebbe essere il riutilizzo del Colosseo in uno stadio di acciaio, vetro e cemento.  Ora che la collezione di Scipione Borghese è ritornata di nuovo al suo posto, la villa appare sotto un altro aspetto, all’apice dell’horror vacui barocco.   La vendita della collezione di Scipione Borghese alla Francia di Napoleone, ha avuto  senso agli esordi del neoclassicismo ed ha ridato agli interni di Villa Borghese una sobrietà puramente architettonica, più vicina al bello che intendiamo oggi, ma che non interpreta in modo filologico il gusto del collezionista di quattro secoli fa, un gusto appagato dall’accostamento di geni alati, ermafroditi e togati, nella penombra orgiastica di un godimento privato, antesignano del porno trans.  Di grande raffinatezza, s’intende: niente a che vedere con i trans di Piero Marrazzo.

Il professor Casini riappare finalmente col sorriso.  E’ riuscito ad estorcere una confessione all’ultimo custode con cui si è intrattenuto in ascensore. C’è voluto un po’ di tempo, ma la guardia ha vuotato il sacco: “Non c’è stata nessuna assemblea sindacale, era uno sciopero in piena regola!”   I motivi?  Conflitti di competenza.  Gli accordi con la compagnia assicurativa prevedono un potenziamento dei servizi di guardia, che devono essere realizzati da personale temporaneo, qualcosa di assolutamene antisindacale.  Per questo i custodi si oppongono: restano fermi all’ingresso ed i visitatori possono muoversi nelle sale senza essere disturbati, possono sfiorare il bacino dei togati e dei geni alati, nessuno qui attorno che dica “non toccare!”.  L’ermafrodito disteso col sedere in su, ha uno di quei corpi che fanno impazzire entrambi i sessi, direbbe Woody Allen.   Non è una provocazione, ma il barocco di Scipione Borghese esce dal quadro di riferimento del sindacalismo contemporaneo. Bisognava capirlo prima.

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§ 2 risposte a L’antisindacalismo dell’ermafrodito a Villa Borghese

  • Caromaso ha detto:

    Che avresti fatto tu se venivi da Berlino, da Anversa, Mosca, Pechino, Le Havre, Avellino o Catania per vedere Tiziano, Caravaggio, Bernini, Canova e pure tutto quel biancore marmoreo plasmato da mani romane ignote, rientrato dal Louvre per la prima volta a Roma dai tempi di Napoleone? Che avresti fatto ti dico se quel foglio ti recitava con secchezza sindacal-burocratica che il detto “Bianco Patrimonio” quel 7 dicembre, giorno d’inaugurazione dei “Borghese e l’antico” non lo potevi vedere fino alle ore 17 e forse nemmeno per tutto il fine settimana dell’Immacolata? Lo stupore gentile e disarmato della coppia bolognese all’ascolto della telefonata di richiesta chiarimenti non colmava la rabbia, la beffa di non vedere e poter perdere i 16 euri pagati con la carta creditizia on-line. Nelle stesse ore, a Milano, nonostante l’intercessione di Sant’Ambrogio, chiudeva pure “Brera incontra il Pushkin. Collezionismo russo tra Renoir e Matisse” per la stessa ragione: mancanza di fondi per pagare i custodi. Tornati alle 17, a fine serrata, gliela scucivi con le tenaglie al custode nel chiuso dell’ascensore Borghese quella omertosa ragione, e ti diceva pure che per motivi di sicurezza contrattuale con i francesi la Sovrintendente Vodret spingeva per affiancare una ditta privata alla guardiania statale italiana. Non l’accettavano gli statali italiani questo affiancamento e allora riunione sindacale ad oltranza! “Noi non siamo qui a prenderci gli insulti degli stranieri, caro Signore, quando Berlusconi ha fatto quello che ha fatto”. Vaglielo a spiegare allora il concetto labile di straniero quando si stratta di far vedere le opere universali dell’ingegno umano. Ora, io capisco tutta la rabbia del momento, il logoramento della crisi, i custodi del Mibac che se ne vanno in pensione a 900 unità l’anno e non vengono rimpiazzati, e che quindi presto si chiuderà tutto per forza. Però dico, ma se tu sei un custode e ti riunisci a convegno sindacale, lo vuoi scrivere in più lingue un bel 大字报 pinyin: dazibao di protestataria memoria per spiegare agli “stranieri” e agli italici pure le ragioni della serrata tua? Lo vuoi dire chiaro al mondo che per quelle 8 ore passa dalla Galleria Borghese, o dalla Pinacoteca di Brera, che le ragioni sono gravi assai? Lo vuoi coinvolgere il pubblico mondo, ragione etica ed economica del tuo lavoro di custodia? La vuoi fare all’aperto con i megafoni e i dazibao la riunione sindacale al sole di quest’autunno caldo romano? Invece, quando poi entri nelle sale della Galleria li vedi stravaccati a gruppetti di 3 a “parlà de giardinaggio”, “a parlà de cucina” e “der più e der meno”, mentre in gran parte delle sale nessuno custodisce tutti quei falli ermafroditi al vento, e volendo, il potenziale vandalo, potrebbe pure fare il gesto vandalo e portarselo a casa il Caravaggio e il fallo ermafrodita. Il Magnifico Rettore Ornaghi, cattolicissimo, poco potrà fare perché si espleti il diritto costituzionale sancito dall’art. 9 di far vedere come si dovrebbe “l’italico Patrimonio”, le priorità sono altre. Monti, chirurgo impietoso al capezzale di un malato terminale ha pronto il becchino Ornaghi per la sepoltura. Chiudendo il Sepolcro Ornaghi pregherà perché dopo tre giorni il morto resusciti, la messa è finita, andate in pace…

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