L’oste nella neve

30 dicembre, 2011 § 3 commenti

La neve dell’Appennino è neve di collina.  La coltre bianca scompare in fretta, basta il sole oppure il vento di una giornata per fare riaffiorare la terra, nel battuto di un sentiero o nel solco fangoso delle ruote dei fuoristrada. Gli alberi con le ultime foglie ingiallite rimaste appese come cespugli bruni sui rami, disegnano forme secche e precise contro il bianco abbagliante della neve, un ricoprimento glassato dai bordi ondeggianti. Mi lascio guidare attraverso la neve in un percorso ai limiti della collina, con le forme collinari che sfiorano la definizione delle montagne, attorno agli ottocento metri di quota, al Passo del Carnaio, dove il Granduca Leopoldo nel 1840 aveva costruito l’ultimo tratto della sua grande strada carrozzabile fra Firenze e Bagno di Romagna. Era più di un’autostrada in quell’epoca di viaggi a dorso di mulo: una strada larga cinque metri, con una quantità di tornanti, curve regolari che salgono, scendono e risalgono i poggi paralleli della Romagna toscana, allora al confine con lo Stato della Chiesa.

Il sole risplende e il cielo cristallino è così azzurro che sembra preso in prestito dagli sfondi dei Della Robbia, dalle terracotte invetriate che luccicano nel buio degli oratori di quest’angolo eremitico dell’Appennino. Dal Passo del Carnaio scendiamo a piedi le ampie curve di un percorso sterrato in direzione di Rio Petroso. L’antica mulattiera corre sulla cresta di un contrafforte, in discesa verso la valle del Bidente.  Il ramo più orientale dei tre che si congiungono nel fiume Bidente, ha un nome estroso: è il Bidente di Pietrapazza.  Le pietre di questa valle portano impressi i segni di una follia, forse a causa delle forme regolari degli infiniti strati di marne e di arenarie che si susseguono in serie e vengono allo scoperto nei versanti a reggipoggio, come il lavoro ossessivo di un demiurgo impazzito.  Ora non c’è anima viva ma cinquant’anni fa, su questa strada di crinale in discesa verso il fiume, c’era ancora qualcuno che si spostava a dorso di mulo, con le fascine di legna, su carretti rudimentali, come in India. Dopo un’ora di cammino, Rio Petroso appare  come un villaggio fantasma, prima col cimitero, poi con la chiesa scoperchiata, dove gli alberi hanno messo radici nel pavimento. Non è molto cambiato da come ricordo di averlo visto vent’anni fa. Nel processo di dissoluzione delle murature antiche, dopo il degrado che scoperchia i tetti, la corsa distruttiva si attenua nei ruderi sopravvissuti, che trovano una nuova stabilità in simbiosi con la natura, per decenni, forse per secoli, prima di scendere il gradino successivo della distruzione e diventare polvere di macerie sciolte.

Proprio qui su queste montagne salivo spesso negli anni dell’Università, specialmente in primavera, quando gli esami erano ormai alle porte. Gli itinerari più bizzarri partivano dalla mente singolare di Uliano Guerrini ed erano accompagnati da sogni ad occhi aperti, che si perdevano nell’aroma della primavera. Su questi sentieri vedevamo l’ombra degli abitanti che se ne erano andati ormai da tre decenni: i ponti a schiena d’asino, le tracce dei mulini con le canalizzazioni superstiti ed i marchingegni di legno sbilenco, nel luogo dov’erano sempre stati. Le architetture rurali, i ballatoi e le arcate dei forni, producevano in noi un’eccitazione mentale, che si sfogava a malapena nelle lunghe salite a piedi e nelle corse in discesa, sulle pietre delle antiche mulattiere, prima del treno per Bologna, la domenica sera. Avremmo colonizzato volentieri la borgata in abbandono di Ca’ Morelli, come una comunità autogestita di alternativi che fanno tutto da soli, perfino il pane, con gli antichi mulini ad acqua trasformati in centrali elettriche.

Ora rivedo Ca’ Morelli che è ancora lì, come un accampamento indiano in fondo alla discesa, con le case disposte ad arco attorno al pianoro, sopra al torrente.  Il tempo ha consumato i muri pericolanti, ora sarebbe una pazzia restaurarli, fuori luogo perfino nella valle di Pietrapazza. Se penso a Uliano, devo dire che adesso vive a Milano, verso Lambrate, con la famiglia.  La realtà ha ribaltato i sogni di allora in un contrappasso, ma non credo che saremmo stati più felici se fossimo rimasti ad abitare qui, circondati dalla natura e dall’abbandono. La strada in discesa non è finita, scende ancora parallela al torrente, in un bel paesaggio imbiancato di galaverna, fin dentro la gola stretta dov’è il mulino di Culmolle, che dovrebbe essere un agriturismo.  E’ ora di pranzo: un ristorante a questo punto sarebbe perfetto.  Dunque attraversiamo il torrente a piedi e andiamo incontro all’odore di resina che esce insieme al fumo di un camino.  Speriamo in un piatto fumante di tagliatelle o di polenta con la salsiccia, là sotto. “C’è nessuno?” Apriamo la porta dell’osteria: ha il banco della mescita in ordine e la luce accesa, ma nessuno risponde.   L’oste non c’è e a noi non resta che mangiare i panini freddi portati da casa, seduti sotto il portico all’esterno.  C’è un gatto, sembra l’unico abitante di Culmolle e reclama la sua parte.

Passa un quarto d’ora e finalmente il legittimo proprietario fa la sua apparizione nel cortile. Non è disturbato dalla presenza di qualcuno, però è stupito, perché con la neve non si aspetta escursionisti a piedi. Il ristorante è aperto solo su prenotazione e, senza prenotazione, lui non ha niente da vendere, neanche un caffè.  Però può offrire un bicchiere di vino -è gratis- e comicia a parlare.  Lo accompagna una serietà grave e un po’ altezzosa, che si scioglie in un discorso fluido, senza via di scampo.  Lui è milanese ed ha comperato quel mulino nel 2001, per sè e per la sua famiglia, insieme ad altri soci, che se ne sono andati però, uno dopo l’altro nel corso degli anni: il primo subito, il secondo poco tempo fa.  Non gli dispiace rimanere, ma, di fatto, per lui non ci sono tante alternative.  Capisco che è legato a questo posto. Se anche volesse vendere il mulino, oggi non troverebbe acquirenti disposti a pagare il denaro che lui ha speso in tutti questi anni per ricostruire e consolidare, per dare un valore al suo agriturismo.  Il sangiovese nel bicchiere rianima la conversazione ed allontana il gelo come una medicina.  La prospettiva dell’oste nella neve, sul torrente di Pietrapazza, è molto vasta e sconfina nella macroeconomia:  “E’ una pazzia parlare di crescita e credere di uscire dalla crisi con la crescita.  Di ricchezza c’è n’è tanta, concentrata nelle mani di pochi…”  Sarà mica comunista, l’oste nella neve?  Ma lasciamolo parlare: “dobbiamo mettere a punto nuovi meccanismi per redistribuire questa ricchezza, anche se nessun governo ha il coraggio di farlo, nè di destra, nè di sinistra.  E adesso mi vengono a dire che se faccio l’imprenditore, devo per forza guadagnare tanto quanto dicono loro, e pagare le tasse di conseguenza: ma se riesco a malapena a vivere? Cosa devo fare? Devo chiudere.”

“Da nessuna parte sta scritto che dobbiamo pagarli noi gli interessi del debito pubblico: è colpa nostra se non ci riusciamo?” L’oste nella neve è molto milanese: “non ci sono soldi per pagare le tasse e non possiamo difendere ad ogni costo questa Italia indebitata, assediata dalle banche e dalla speculazione internazionale… allora dovremmo avere il coraggio di azzerarci anche noi con una bancarotta, come hanno fatto gli Islandesi.” Insomma, azzerarci contro noi stessi, coi botti di capodanno.

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Notizie dal Natale

25 dicembre, 2011 § 1 Commento

Mi dispiace abbandonare la scuola per due settimane, l’ultimo giorno prima delle vacanze, proprio adesso che è Natale e potremmo giocare tutti insieme sotto l’albero, aprire i regali e costruire un bel trenino a vapore, soprattutto con i più piccoli di prima media.  Ancor prima d’essere i miei studenti, questi sono i figli d’altra gente, e il Natale -si sa-  è una festa di famiglia. Bube, il ragazzone di terza, non ha fatto ancora firmare l’ultima verifica di matematica.  Lo rimprovero scherzando: ” Verrò a casa tua insieme a Babbo Natale per vedere la firma!”   Lui risponde: “Professore, può venire quando vuole, è il benvenuto, anzi… il giorno di Natale può anche fermarsi a pranzo.”  Non sarebbe male un pranzo a casa di Bube.  Mi vedo già: il vecchio professore che sorseggia una zuppa calda, ospite di un allievo generoso, a Natale.  E’ una storia da romanzo russo dell’Ottocento.  Per attenuare la sindrome d’abbandono dell’ultimo giorno di scuola, dovrei farmi una famiglia anch’io .

La notte di Natale vado a messa nella chiesa dell’amico prete di città, mentre il giorno di Natale salgo in collina, dall’amico prete di campagna, in una chiesa piccolissima con le ragnatele appiccicate al soffitto. Nel sonno che precede la festa, sogno una chiesa della mia infanzia invasa da Senegalesi, uomini, donne e bambini neri, tanto pigiati da non lasciare posto ai bianchi che vorrebbero entrare. Io mi faccio largo ugualmente, qualcuno di loro esce perché non ha voglia di restare e dopo un po’ c’è di nuovo posto per tutti.  In questo racconto non trovo una facile morale. Avevo sognato qualcosa di strano anche a Pasqua: le periferie invase dagli orti degli arabi, con i confessionali (bei pezzi d’artigianato artistico del millesettecento) sparsi all’aperto e riutilizzati come pollai. Il confessionale a Natale è un distributore automatico di penitenze. L’amico prete di campagna lamenta turni di lavoro massacranti e l’impossibilità di curare adeguatamente tutte le anime, specialmente le più bisognose della misericordia divina. Tocca tutto a lui: non può prescrivere cure specialistiche al Vescovo (il Vescovo non è un primario d’ospedale). Invece l’amico prete di città parla dal pulpito e vorrebbe scuotere gli animi dei suoi fedeli di città, con un richiamo alla sobrietà ai tempi della crisi, mentre il vice parrroco, un nero della Costa d’Avorio, legge una testimonianza toccante della guerra civile che sta insanguinando quella terra.

In cerca di un livello sublime di spiritualità, salgo a La Verna, al tramonto.  Qui è limpido e non occorrono tante parole.  A San Francesco basta una pagina della bibbia, una a caso.  Mi fermo a leggere anch’io una pagina aperta a caso sull’altare.  Le terracotte robbiane alle pareti confondono il divino con il bello e mi lasciano vittima di questa felice ambiguità.  Di ritorno sul sentiero della Beccia è ormai buio.  Nel cielo rosso e blu si accendono per primi i pianeti, Venere e Giove. Di buon passo, dietro di me, tre suore sudamericane recitano un rosario canoro e scivolano per gioco sulla neve.  I rami spogli del bosco tessono decorazioni nere contro il cielo ormai nero della notte precoce del venticinque dicembre.

Il foglio protocollo

24 dicembre, 2011 § 7 commenti

Nell’età dell’informatica e dei corsi on-line, l’utilizzo del foglio protocollo nella scuola media può sembrare un richiamo al passato, come il tiro con l’arco. Ma il tiro con l’arco è uno sport affascinante: permette di esercitare l’equilibrio, allineando lo sguardo, il corpo e la mente. Anche il foglio protocollo è un rito che allinea i gesti ed i pensieri: occorre piegarlo bene e poi scrivere il nome a metà, nella colonna giusta. Prepararlo correttamente non è affatto banale e consegnarlo in ordine è un esercizio. In prima media può essere complicato, ma in seconda ed in terza diventa una parte dei riti di iniziazione verso l’età adulta. Visto che la sua forma e le sue dimensioni sono quelle di un quadernone aperto a metà, alla richiesta di un foglio protocollo viene naturale strappare un foglio dal primo quadernone che capita sotto mano. Lo strappo è un gesto brusco ed approssimativo, niente a che vedere con il tiro con l’arco. Nella maggior parte dei casi il foglio viene staccato male, con strappi sul dorso. Ci vuole più impegno: il foglio protocollo è un’altra cosa, è una scelta volontaria che comincia la mattina prima di entrare a scuola. Bisogna fermarsi in un negozio e chiedere: “un foglio protocollo!”. La carta è più pregiata ed il foglio più leggero.

Ho deciso di dare voti più alti a chi utilizza il foglio protocollo nei compiti di verifica in classe. Sembrava chiaro a tutti, ma ancora una volta mi ritrovo a correggere pagine di carta pesante, che, al centro, portano i segni dei buchi delle graffette. Sono stati staccati da un quaderno, con tutta la cura possibile, d’accordo, ma non sono fogli protocollo. Eppure mi sembrava di avere spiegato bene la differenza. In classe lo faccio notare: non posso alzare i voti come avevo promesso. “Ma come?” sento rispondere: “li abbiamo comprati dal tabaccaio!”  Il mondo del commercio non è alleato dei miei intenti pedagogici. Devo modificare il mio giudizio e premiare almeno le intenzioni di chi si trova in difficoltà ed era in buona fede. Un quaderno costa un euro e cinquanta e contiene quaranta fogli. Al tabaccaio conviene vendere questi fogli uno alla volta, ciascuno al prezzo di dieci centesimi: “Tanto a scuola nessuno vede la differenza fra un foglio di quaderno ed un foglio protocollo”. In due parole ho introdotto il concetto di speculazione economica e credo che i ragazzi l’abbiano capito: andranno dal tabaccaio a protestare.

La crisi finanziaria globale che assottiglia i nostri risparmi ha radici profonde, diramate perfino nei negozi dei tabaccai all’ingresso di una scuola media di provincia. Non c’è valore aggiunto nello strappo di una pagina da un quaderno, ma la nostra economia si regge anche su questo, sempre di più. Cerchiamo il valore aggiunto di beni e servizi nelle zone grige che si allargano fra una forma ed una sostanza sempre più divaricate. L’immagine ha il sopravvento, l’immagine approssimativa, ciò che sembra vero al primo sguardo superficiale.  Ma poi, a lungo andare, prevale quello che c’è sotto, chiamiamolo pure “realtà”.

L’antisindacalismo dell’ermafrodito a Villa Borghese

12 dicembre, 2011 § 2 commenti

7 Dicembre. L’appuntamento è a mezzogiorno e trenta, nel piazzale di Villa Borghese. L’amico storico dell’arte Tommaso Casini fissa l’incontro con mezz’ora d’anticipo, come precauzione contro i ritardi cronici della circolazione romana, avendo prenotato una visita in Galleria all’una in punto.  Le mie abitudini cispadane mi guidano alla meta in perfetto orario, anzi in anticipo, passando da Fontana di Trevi e avendo pure il tempo di dare un’occhiata all’Accademia di San Luca.  La temperatura è tiepida, il sole brillante ed il cielo blu.  E’ inverno solo nei contrasti eccessivi delle foto digitali.  Davanti a Villa Borghese scatto due immagini e mi fermo al sole. I turisti con le borse a tracolla vanno e vengono senza entrare, l’ingresso sembra ancora chiuso: “possibile?”.  Eppure abbiamo già una prenotazione in tasca per entrare all’una.  Apre oggi la mostra “I Borghese e l’antico” che rimette la collezione di Scipione Borghese nella collocazione originaria, dov’era prima di essere venduta alla Francia, duecento anni fa: sessanta sculture d’età romana, fra cui Le tre Grazie e l’ermafrodito, ricreano un museo d’altri tempi negli spazi già ricchissimi della Galleria Borghese, ma non credo che potremo entrare.  Alla porta è appiccicato un foglio formato A4, dove la stampa di un computer informa: “Museo Chiuso” e, per chi non avesse capito, ripete Museum Closed.  Il professor Casini appare nel frattempo col passo solenne e l’immancabile impermeabile. Ha comperato due biglietti sul web e vuole vederci chiaro in questa faccenda. Il tentativo di una spiegazione è scritto su un altro foglio formato A4 che penzola davanti al pannello dell’orario: il personale del museo è impegnato in una assemblea sindacale, dalle undici alle diciassette. E’ inconcepibile un’assemblea sindacale nel giorno d’apertura della mostra, tanto più un’assemblea dalle undici alle diciassette, nelle ore centrali della giornata.  C’è un numero da chiamare, al telefono qualcuno ha la cortesia di rispondere, ma non ha molto da aggiungere: “provate a tornare alle diciassette, forse a quell’ora riuscirete ad entrare”.

Ritorniamo dunque alle cinque, all’ora del crepuscolo e del traffico, questa volta in automobile. Nella viabilità congestionata troviamo per magia un parcheggio libero ai cancelli di Villa Borghese.  Ordinatissimi in fila nel piazzale antistante, i visitatori in attesa cominciano a scorrere davanti ai nostri occhi e ad entrare nel semi-interrato della biglietteria, tetri e misteriosi come le processioni notturne di Goya, alle cinque della sera. Ci uniamo a loro, ma la fila si arresta dopo aver saturato lo spazio interno della biglietteria e riprende poi a scorrere lentamente, a singhiozzo, con nervosismo.   Il professor Casini borbotta qualche “mah” e “non capisco”: vuole vederci chiaro in tutta questa faccenda.  Non è stata data notizia ai giornali e la nostra Bella Italia  fa una brutta figura con i turisti stranieri Idon’t-understand, che sono rientrati in albergo e credono di avere perso l’opportunità di visitare la Galleria, per colpa di assemblee impreviste, lunghe quanto convegni internazionali.  Il diritto alla visita soccombe di giorno sotto il diritto di sciopero, ubi maior…, ma la notte i diritti si riappacificano coi rovesci della sorte anche a Villa Borghese, basta un po’ di pazienza. Chi avesse prenotato una visita per le ore precedenti, può entrare adesso fra le cinque e le sette di sera. In fila c’è un tipo di Avellino che parla come Silvio Orlando. Dice di lavorare a Roma e di non avere avuto ancora il tempo di conoscere le meraviglie antiche e moderne della città. I miei suggerimenti sembrano vaneggiamenti, sotto lo sguardo sicuro del professor Casini che invece tiene banco con una conferenza improvvisata sui tempi e sui modi di una visita a Roma.

Finalmente dentro, la fila si slabbra e ristagna davanti al banco della biglietteria.  Un tipo urlante sedicente giornalista furoreggia contro i disservizi della Galleria, che non riconosce il diritto dei giornalisti ad entrare gratis. Che colpa ne hanno le bigliettaie?  Loro fanno un altro mestiere, in appalto ad una ditta esterna, eppure devono offrire il fianco a queste proteste: “scriva pure sul suo giornale, chissà se qualcuno lo leggerà”, dico: “qualcuno dei responsabili…”.  La sfuriata del sedicente giornalista porta la tensione alla stelle e non permette al professor Casini di continuare sullo stesso tono.   Intanto l’avellinese sosia di Silvio Orlando se ne va, perchè non ci sono biglietti in vendita, neanche per i giorni successivi, vista l’incognita degli scioperi.  Adesso tocca a noi.  I nostri biglietti acquistati sul web sono un titolo sufficiente per entrare subito in Galleria, ma il professor Casini non rinuncia a porre domande alle bigliettaie appaltate in crisi di nervi: “perchè…?”.  Lo chiede  timidamente, per prendere le distanze dalla reazione scomposta del giornalista che l’ha preceduto, ma un muro di gomma difende le ragioni di questo sciopero e rende vana qualunque richiesta.  Ci dirigiamo dunque verso la prima sala della Galleria, attraverso il labirinto del seminterrato.  Alcune signore in divisa da custode presidiano ringhiose il varco d’accesso alla scala a chiocciola che immette nelle sale antiche di Villa Borghese: “Quando avete comperato questi biglietti? La biglietteria adesso è chiusa!”  Il titolo d’ingresso gentilmente rilasciato dalle professioniste in appalto in biglietteria, non sembra valido per i titolari di un posto di lavoro a tempo indeterminato a Villa Borghese.  Sopra c’è scritto “omaggio”, ma il professor Casini dice di aver pagato quei biglietti otto euro cadauno, sul web, la sera prima.  Lo dice con voce morbida e sicura, tanto che mi par d’essere in compagnia di Virgilio, alle porte dell’inferno. “Non ti curar di lor…” io sono impaziente d’entrare.

Le sculture del Cardinale Scipione sono in numero sovrabbondante rispetto ai nostri canoni estetici e la mostra a Galleria Borghese è un’esperienza fuori dal tempo.  Le atletiche imitazioni delle sculture ellenistiche riempiono le sale, oltre i limiti concepibili per un museo di gusto contemporaneo: sono forme prevalentemente virili (in apparenza) che mettono in bella mostra una ambigua sessualità: “Sti cazzi!” Alla faccia del Cardinale Scipione e di tutta la Santa Madre Chiesa. Mi ricordo com’era la Galleria Borghese fino al 1997, prima della completa riapertura delle sale.  Per vent’anni era stato possibile vedere solo Paolina Borghese del Canova, al freddo, fra le impalcature e gli attrezzi dei muratori. Poi la villa era riapparsa in tutta la sua magnificenza, con una forza visiva ineguagliabile mostrava cos’era il gusto seicentesco: il reimpiego dell’antico in chiave moderna, come oggi potrebbe essere il riutilizzo del Colosseo in uno stadio di acciaio, vetro e cemento.  Ora che la collezione di Scipione Borghese è ritornata di nuovo al suo posto, la villa appare sotto un altro aspetto, all’apice dell’horror vacui barocco.   La vendita della collezione di Scipione Borghese alla Francia di Napoleone, ha avuto  senso agli esordi del neoclassicismo ed ha ridato agli interni di Villa Borghese una sobrietà puramente architettonica, più vicina al bello che intendiamo oggi, ma che non interpreta in modo filologico il gusto del collezionista di quattro secoli fa, un gusto appagato dall’accostamento di geni alati, ermafroditi e togati, nella penombra orgiastica di un godimento privato, antesignano del porno trans.  Di grande raffinatezza, s’intende: niente a che vedere con i trans di Piero Marrazzo.

Il professor Casini riappare finalmente col sorriso.  E’ riuscito ad estorcere una confessione all’ultimo custode con cui si è intrattenuto in ascensore. C’è voluto un po’ di tempo, ma la guardia ha vuotato il sacco: “Non c’è stata nessuna assemblea sindacale, era uno sciopero in piena regola!”   I motivi?  Conflitti di competenza.  Gli accordi con la compagnia assicurativa prevedono un potenziamento dei servizi di guardia, che devono essere realizzati da personale temporaneo, qualcosa di assolutamene antisindacale.  Per questo i custodi si oppongono: restano fermi all’ingresso ed i visitatori possono muoversi nelle sale senza essere disturbati, possono sfiorare il bacino dei togati e dei geni alati, nessuno qui attorno che dica “non toccare!”.  L’ermafrodito disteso col sedere in su, ha uno di quei corpi che fanno impazzire entrambi i sessi, direbbe Woody Allen.   Non è una provocazione, ma il barocco di Scipione Borghese esce dal quadro di riferimento del sindacalismo contemporaneo. Bisognava capirlo prima.

Vedute romane (II)

9 dicembre, 2011 § 1 Commento

Roma Esquilino, mattina.  Il Signor Fugazza paga l’albergo e si attarda al banco della reception.  C’è poco spazio all’Hotel Santa Prassede e lui parla ad alta voce per farsi sentire da tutti.  All’ingresso stanno pigiati i tavoli rotondi delle colazioni coi turisti scandinavi ammutoliti e con gli altri ospiti di passaggio, gente per lo più del Nord Italia.  Il signor Fugazza ha l’impermeabile sotto braccio e la voglia (tipica milanese) di farsi sentire.  Ha un’aria mediamente distinta -da aperitivo in galleria sotto la madonnina- e gli anni di chi ha conosciuto tante storie: il dopoguerra, il sessantotto, la “Milano da bere” e Vittorio Feltri.  Dall’alto delle sua posizione, presunta dominante, deforma la bocca in uno spasimo per decantare la magnificenza di una donna vista in strada la sera prima:   “Una gran cavalla, di quelle da metterci la cinghia in bocca: ma era già con lo stallone, poco da fare!”   Un erotismo scurrile alimenta ad alta voce le fantasie della terza età, che vuole riconciliarsi, almeno a parole, con l’impotenza senile, in un perfetto stile da talk show.  Dopo il preambolo verbosamente autoerotico, il signor Fugazza parla di Giorgio Napolitano più o meno con lo stesso tono: “ci tocca prenderla nel culo anche da quel vecchio stronzo”. Apprezzo la professionalità del portiere che ascolta con attenzione e non dà segni di smarrimento. Siamo tutti spettatori di una gerontomachia.  Io faccio colazione, ma non trovo il burro.

Vedute romane (I)

9 dicembre, 2011 § 1 Commento

Roma Pigneto, sera.  Rivedo il regista Carlo Logiudice nelle sua nuova collocazione romana, nel quartiere  più berlinese di Roma.  Andiamo alla ricerca di un posto per la cena, dopo essere stati all’Alphaville. Non riesco a togliermi di testa la presentatrice della serata, una donna cinquantenne extra large con la minigonna, le labbra grosse e le calze erotiche da insaccato, di quelle che avrebbero impressionato Federico Fellini.  Fra i ristoranti e le birrerie lungo la strada, scegliamo un posto particolare, coi tavoli vintage in penombra e gli scaffali pieni di libri.  L’oste ha l’aria  improvvisata, un po’ trasandato, parla un linguaggio artefatto: “Proponiamo questo ma anche quest’altro… zuppa toscana e cucina vegana”. Vada per la zuppa toscana! ma è tardi e non ho molta fame.  Nella zuppa c’è una quantità esorbitante di farro in una ciotola Ikea. Il sapore è quello di una cucina casalinga allungata con acqua tiepida, un macigno. Guardo gli scaffali e mi accorgo che attorno a noi gravitano edizioni specialistiche di genere musicale, spartiti rari e saggi critici dedicati a compositori contemporanei, libri costosissimi ed inusuali. Chiediamo chiarimenti all’oste, che racconta una storia complicata, difficile da decifrare alla undici di sera e per di più con la zuppa di farro sullo stomaco.  Fino a due anni fa, in quel luogo si vendevano esclusivamente libri e gli acquirenti erano gli studenti dei conservatori del Lazio.  Un ministero (non ricordo quale) integrava i costi di questa attività, altrimenti in perdita. Con i tagli alla cultura, l’integrazione è venuta a mancare.  Per non lasciare l’esercente abbandonato a se stesso, gli è stata offerta la licenza da oste.  Dai libri alla zuppa, è la parabola degli ultimi dieci anni.

Un buffo personaggio travestito da Dante Alighieri si fa largo fra i tavoli: improvvisa versi in rima e chiede la mancia in un sacchetto di cuoio. Distribuisce biglietti da visita per questa attività anche a domicilio.  “E’ bravo”, dice l’oste: “faceva l’avvocato”.


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