La matematica per tutti

30 novembre, 2011 § Lascia un commento

A scuola ritrovo una pazienza che credevo di avere perso. Il rapporto quotidiano con le nuove generazioni di dodicenni e di tredicenni sazia un istinto che ho trattenuto come in apnea nella vita privata. I genitori sanno cosa significa vedere crescere i figli, mentre un insegnante senza figli lo impara a scuola. Vedo gli alunni cambiare in viso da una settimana all’altra: dopo  due mesi hanno già i lineamenti diversi da quelli che ricordo di avere visto il primo giorno, più robusti, meno garbati, sembrano quasi adulti e poi ritornano infantili, nascosti dalla maschera di un burattino. Trasformazioni ancor più magmatiche avvengono nei centri nervosi e riguardano le emozioni, la conoscenza e la coscienza. Ogni parola lascia un segno e l’intonazione della voce arriva prima dei contenuti. Le emozioni si intrecciano e formano figure astratte nell’aria, che possono agevolare oppure ostacolare la comprensione. Ogni parola lascia un segno, ma la materia su cui il segno agisce non è mai la stessa: è acqua o terra, fango o pietra. Talvolta mi sembra d’essere alle prese con un cesto di anguille vive e inafferrabili.

Provo a chiedermi a cosa servono i segni di matematica e di scienze che vado raccontando a questi ragazzi di scuola media e forse se lo chiedono anche i genitori, in apprensione per le sorti scolastiche dei figli. In prima battuta, può essere imbarazzante sapere che la maggior parte dei genitori adulti (perfino gli insegnanti di materie letterarie) non sanno affrontare la matematica che insegno ai loro figli e non conseguirebbero la sufficienza in una prova d’esame ufficiale. Se i genitori conducono una vita di successo pur ignorando la matematica delle scuole medie, non si capisce perchè i loro figli devono faticare ad impararla. Nella scuola dell’obbligo nessuno deve essere costretto ad imparare cose inutili. Il ragionamento fila come un’inferenza logica: allora perche tanta fatica con qualcosa di cui, nella vita, si può fare a meno? La scuola media potrebbe sembrare una corsa ad ostacoli, con l’unico scopo di distinguere i bravi dagli asini.  Quando le famiglie hanno uno scatto d’orgoglio e si fanno carico delle carenze dei figli, si scatena un curioso corto circuito: “Professore, dobbiamo lavorare, la sera torniamo a casa stanchi e non possiamo studiare con i nostri figli.” E poi: “quei compiti sono troppo difficili, neanche mio marito li ha capiti.” La matematica è in fondo una materia tecnica, deve insegnare a fare i conti: “Adesso c’è la calcolatrice, allora perchè farla così difficile?”  Per leggere, scrivere e “fare di conto”, bastano la scuola elementare ed una calcolatrice da quattro euro, con le batterie solari. Se in alternativa passasse l’idea di una matetematica ridotta ad un elenco di contenuti, propedeutici alle tappe successive dell’istruzione, alle scuole medie non avrebbe senso insegnarla a tutti.

Alle medie, la maggior parte dei genitori si aspetterebbe solo un ripasso dei contenuti delle scuole elementari: quadrati e triangoli, addizioni e sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni, tirati per le lunghe fino ai quattordici anni, tanto per occupare il tempo dell’obbligo scolastico. Chi vorrebbe proseguire oltre la scuola dell’obbligo, al contrario, si aspetta nuove sfide e giochi matematici, per vedere quanto è bravo, come se la matematica fosse un esercizio di ginnastica artistica. La matematica delle scuole medie oscilla così fra due estremi: fra un programma di base, elementare, ed un altro che potremmo giudicare circense, da scimmiette ammaestrate. Il confronto con l’attività sportiva può aiutare a capire. La scuola dell’obbligo, per sua natura, non può essere un vivaio di primatisti. Deve accompagnare tutti (o quasi tutti) verso il traguardo. L’ora di ginnastica da qualche anno si chiama educazione motoria, contro gli eccessi della competizione e dei primati. Anche le ore di matematica e di scienze potrebbero trovare un significato nuovo se venissero chiamate così: educazione motoria applicata alla mente, ai circuiti del pensiero e delle emozioni, che invece sono abbandonati a se stessi, sottoposti agli eccessi della TV e del web. I ragazzi di questa età dovrebbero trascorrere più tempo nell’esercizio di facoltà umanizzanti e la cultura scientifica, a cominciare dal metodo scientifico, può avere un ruolo trainante nel processo di umanizzazione del pensiero: non solo calcoli, non solo procedure, ma la costruzione coordinata di pensieri, discorsi e disegni,  alla scoperta di una sintonia interiore, come una pratica yoga.

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Sul mestiere dell’insegnante (II)

24 novembre, 2011 § Lascia un commento

Ai consigli di classe di questa scuola media di Ponente i genitori partecipano in massa e  si lasciano coinvolgere parlando a ruota libera dei figli. A volte osano perfino dare suggerimenti che sfiorano l’ontologia professionale del docente, dicendo quali sono i comportamenti da tenere in classe nella prassi quotidiana. Le insegnanti li ascoltano e si irrigidiscono quando avvertono l’ombra di un giudizio: insegnare agli insegnanti è pur sempre un paradosso inaccettabile. Muovendo i primi passi nella scuola, mi sono subito domandato chi fossero i clienti di questo mestiere. Ogni  lavoro che si rispetti è stretto in una morsa, clienti da una parte, fornitori dall’altra: il cliente paga ed ha sempre ragione, mentre il fornitore possiamo sceglierlo e cambiarlo all’occorrenza, senza troppi convenevoli. Ho fatto qualche ipotesi su chi fosse il cliente del servizio scolastico, essendo un servizio pubblico. Siamo forse insegnanti-fornitori di uno stato-cliente? Ovvero: c’è uno stato che paga gli stipendi senza porre vincoli ai suoi capricciosi fornitori di materie scritte e orali ?  O c’è qualcun altro dietro questo stato, in grado di esprimere a tutti gli effetti il ruolo del cliente?  Sì, c’è, e non sono gli studenti minorenni (a cui possiamo dire di no), ma i loro genitori.  Se il cliente ha sempre ragione, dobbiamo ascoltarlo, rassicurarlo dicendo “sì”, con la voce e con la testa. Può darsi che certe raccomandazioni siano inapplicabili, ma lo vedremo dopo. Intanto diciamo sì, confortiamo i dubbi e le ansie dei genitori-clienti-protagonisti con un sorriso: il mestiere dell’insegnante richiede anche questo.

Il lavoro del professore è del tutto artigianale ed imperscrutabile a chi lo osserva da fuori.  Il buon esito della didattica dipende dalle intenzioni dell’insegnante che può agire in piena libertà, in coscienza, facendo del suo meglio, oppure male, se una coscienza non ce l’ha.  In molte attività professionali le certificazioni ISO sottopongono  le procedure al rigore feroce  della cosiddetta “Qualità”.  Niente di ciò sfiora il mestiere dell’insegnante, che viene esercitato ancora oggi in una dimensione primordiale, da apprendista stregone.  La fiducia e la diffidenza sono due facce della stessa medaglia.  Senza l’oggettività di una procedura universale e condivisa, la fiducia del cliente-genitore va conquistata sul campo.  Non mi stupisce la diffidenza.  Di questi tempi prevale il principio di colpevolezza, perchè l’etica pubblica è fragile e chi può fare il furbo, lo fa. Senza una procedura rigorosa di controllo, chi meglio di un insegnante può “fare il furbo” ?  E’ prevedibile che un professore di scuola media compensi con qualche libertà una paga inadeguata al ruolo. Ma nel modo più vile potrebbe insinuarsi fra i genitori ed i loro figli andando a minare il patto formativo fra le generazioni.  Il controllo esterno delle famiglie giunge talvolta inopportuno, segnale di un malessere che ha colpito al cuore la fiducia della nostra società.  Gli insegnanti si barricano allora in una difesa d’ufficio, come un branco assediato.

Al Consiglio di Classe le professoresse raccontano storie su questo e su quello, che mi lasciano perplesso, come se non stessero parlando dei miei alunni. Qualcosa del genere succede anche alle riunioni condominiali, quando tutti si lamentano dell’intonaco, del giardiniere e delle piastrelle del cortile, tanto che mi sembra di avere sbagliato riunione e di essere finito in quella di un altro condominio, visto che non mi ero accorto di nulla. Le mie vite precedenti allargano l’orizzonte della normalità e mi rendono più tollerante.  Non riesco a vedere un pericolo sovversivo  negli undicenni arabi o rumeni di prima generazione a scuola. Le difficoltà sono altre: la disparità di livello degli alunni, le certificazioni dei disturbi specifici dell’apprendimento dispensate come protezione (quasi fossero occhiali da sole) a chi, nella scuola di vent’anni fa, sarebbe stato giudicato soltanto un po’ debole, o immaturo.  E’ sorprendentl’eccitazione mentale dei figli della playstation, infiammati da intuizioni velocissime, ma con l’ombra dello scoraggiamento sempre in agguato, come un fallimento senza appello.

L’odore del freddo

21 novembre, 2011 § 1 Commento

Il freddo arriva puntuale a metà Novembre, senza curarsi della vita all’aperto e delle pedalate in bicicletta in riva al mare, ricopre alla fine della notte gli orti con un velo di brina. La vita che fino a ieri ronzava intorno ai rami del pioppo diventa all’improvviso sterile. Così la prima parte dell’autunno, quella più carica di odori, si stacca dal calendario. La seconda metà dell’autunno assomiglia all’inverno, sarebbe già inverno se non fosse per il natale che ricopre di addobbi gli alberi e le vetrine dei negozi in un artificio di bella stagione.  Il primo freddo entra dalle narici senza bussare.  Anche l’inverno è una novità inebriante quando arriva all’improvviso: i ricordi recenti si dileguano ed è come essere partiti per un viaggio, dove tutti gli inverni già vissuti ricompaiono l’uno accanto all’altro, col conforto dei ricordi più belli che cancellano quelli brutti.  Ma il freddo entra senza chiedere permesso.  La nebbia dell’Adriatico passa attraverso le narici, va a pungere le ossa.  Le temperature ancora tiepide di dieci giorni fa sembrano un paradiso perduto e, guardando avanti, il mese di Marzo, i fuochi di San Giuseppe, l’aria tiepida e gli odori della primavera sono troppo lontani, del tutto invisibili dietro l’orizzonte.

Col freddo dell’inverno, rivedo le aule dell’anno scorso e mi sembra di doverci tornare prima o poi, col profilo morbido delle colline e il Monte Pallareto di là dalle finestre. Rivedo i ragazzi in faccia uno per uno e ripenso a certi gesti rimasti sospesi alla lavagna, fermi in attesa di una seconda puntata che dovrebbe avere luogo in una dimensione parallela, al di là di questo tempo che limita i desideri nella logica banale del “prima” e del “dopo”.  Ma il tempo ha ripreso a scorrere già da due mesi  in un’altra realtà, mentre io sono di nuovo al mare, a Cesenatico, questa volta nella scuola piccola di ponente, che è così diversa dall’altra a levante.  Le bidelle non guardano la televisione e non parlano di gossip, sembrano governanti svizzere.  Il vicepreside insegna ginnastica con un’aria asciutta e biondiccia che rafforza l’immagine teutonica di questa scuola.  Quando entro in classe i ragazzi mi guardano sbalorditi.  Il mio modo di insegnare è in effetti un po’ particolare, lo capisco da come mi fissano gli alunni di seconda e di terza.  Ma per quelli di prima, nuovi come me, non c’è niente di anomalo.

Le banane fuori stagione della politica europea

15 novembre, 2011 § 4 commenti

Su questo blog preferisco non parlare di politica, ma stavolta farò un’eccezione.  Non guardo più i telegiornali italiani da tempo immemore, la televisione che troneggia sul mobile basso, nel luogo in cui l’ho appoggiata undici anni fa, è un relitto anteriore al digitale terrestre.   Da un anno ormai non vedo più le reti in lingua italiana e ne sono felice: nel mio televisore sopravvivono solo alcuni canali “in chiaro” trasmessi dal satellite.   Ai tempi della trash videocracy, il motivo che rende ancora apprezzabile il petulante elettrodomedestico visivo è la possibilità  di fare esercizio con le lingue straniere:  la BBC world e la ZDF -la seconda rete della TV tedesca- sono più che sufficienti. Le trasmissioni web streaming completano l’offerta televisiva sul computer, con una rosa di canali che saturano l’attenzione:  in primo luogo la bilingue Deutsche Welle, che trasmette da Berlino, poi Al Jazeera, che non è la TV radicale di un’enclave musulmana, ma un network di cronisti in lingua inglese nelle aree calde del mondo.  A confronto,  il controverso Minzolini, col suo TG1, sembra un cronista di Teleromagna: senza offendere i dignitosi giornalisti di Teleromagna… era solo un modo per rendere l’idea.

Da una prospettiva globale, l’Italia appare più semplice di quella che vediamo da dentro, ma non per questo risulta più comprensibile. Raccontati in lingua inglese o tedesca, i riti della politica italiana hanno la frenesia (inutile) di una taranta e la sostanza di una macumba, danza sacrificale con vittime predestinate.  Chi crede di essersi liberato del fenomeno Berlusconi, sabato scorso, farebbe bene a ricordare che personaggi di quel calibro escono di scena solo coi lampioni di Piazzale Loreto.  Poche ore dopo essersi dimesso, l’ex premier è ricomparso in forma visiva, minacciando il suo ennesimo ritorno, all’indomani del fallimento del successore, vittima designata.  Mari-o-Monti?  Berlusconi può garantirli entrambi, mari e monti, nessun altro potrà avere il sopravvento in Italia finchè c’è lui.  Restiamo dunque in attesa della prossima puntata di Star Trek, coi soliti protagonisti impegnati nella battaglia finale: l’uscita dell’Italia dalla moneta unica.

La Deutsche Welle dichiara che il nuovo premier incaricato dal presidente Napolitano, dovrà adottare misure di austerità, quello che Berlusconi non ha voluto fare, o che non era in grado di fare. Detto così, sembra semplice e chiaro agli occhi del mondo.  Ma bastano pochi mesi per ripulire la memoria a breve termine degli Italiani dalle nefandezze dell’ultimo anno e mezzo di governo.  Berlusconi ha bisogno di qualcuno che regga il cerino fino alle prossime elezioni (anticipate), al quale addossare il disagio dell’impopolarità, per potersi presentare ancora una volta agli elettori come l’unica soluzione possibile, a difesa di una italianità ancor più becera ed anacronistica, ed in nome di un popolo italiano -all’occorrenza padano- oppresso dall’Europa dei banchieri.

Il livello della crisi si sta alzando, dopo aver sommerso le periferie estreme dell’Euro, ora morde L’Italia. I tedeschi di Deutsche Welle l’avevano previsto in primavera: con sarcasmo dicevano che era solo questione di tempo, che anche l’Italia sarebbe dovuta correre ai ripari con misure estreme, come la Grecia.  Svicolando fra le regole dell’impalcatura europea, le banche tedesche nel frattempo hanno speculato sui debiti sovrani, vendendo e ricomprando titoli sempre più redditizi a causa della crisi, prima a spese dei cittadini greci ed ora anche degli Italiani.  Qualcuno si arricchisce da questa situazione, sono le banche che comprano il debito degli stati più deboli, in una logica non comunitaria, ma di nazioni in conflitto, dove la forza di qualcuno prevale al di là delle regole condivise, a spese di inermi cittadini periferici, come cent’anni fa, come sempre.  Le iniezioni del denaro di Bruxelles, in tempi di crisi, creano solo dipendenza e non riescono ad invertire il declino strutturale dei più deboli, già accerchiati dalla speculazione internazionale.  Le istituzioni europee avrebbero dovuto garantire equità economica e sociale, ma di fatto fissano solo alcuni parametri di riferimento, contro i quali gli investitori fanno rimbalzare giochi speculativi, dentro orizzonti tribali.

Le banche giocano d’azzardo facendosi scudo coi patti di stabilità e con la moneta unica condivisa.  L’intransigenza delle regole comunitarie tutela le banche dell’Unione più dei cittadini.  La moneta unica, concepita come motore di sviluppo, per alcuni stati periferici d’Europa è solo una rete di salvataggio, che di mese in mese stringe l’economia asfittica in un abbraccio mortale.  Dunque c’è ancora spazio per un “salvatore della patria”  che regala ossigeno alla nazione in crisi tagliando i lacci della moneta unica.  Il “salvatore della patria” non pensa alle conseguenze di lungo periodo, ma al consenso immediato, alle emozioni di chi per abitudine dà la colpa all’euro, che ha fatto raddoppiare i prezzi, dieci anni fa.  Le conseguenze di lungo poriodo sarebbero catastrofiche, ma il salvatore della patria non ne fa cenno mentre dona sogni al popolo, ottenendo in cambio la libertà del sopruso, come d’abitudine.  L’ Euro non è un fatto irreversibile (come avrebbero voluto farci credere) ma il risultato di un accordo fra stati che possono cambiare idea.  Il referendum greco -a favore o contro il piano di salvataggio già concordato- ha fatto tremare i giganti d’Europa, che sono intervenuti a gamba tesa contro il primo ministro di quel paese, colpevole di aver chiesto una consultazione popolare.  La moneta unica è un tabù che scricchiola e durerà fino a quando i cittadini in crisi riusciranno a farsi carico dei debiti dei rispettivi stati sovrani, a vantaggio di chi nell’Unione è più forte, Germania in testa.

Nella TV tedesca ZDF, ieri sera è andato in onda un servizio piuttosto scioccante.  Era l’intervista ad un investitore greco -un comune cittadino della repubblica greca- con qualche soldo da parte, che aveva scelto di investire i suoi risparmi in un appartamento a Berlino, anzichè ad Atene.   Davanti alle telecamere, invitava i suoi connazionali a comportarsi allo stesso modo: “bisogna disinvestire in Grecia e comperare casa a Berlino, per rivalutare il proprio capitale”.  Così i Tedeschi adesso pubblicizzano, senza vergogna, il trasferimento delle risorse Greche verso la Germania.  Con la moneta unica, dieci anni fa, avevamo scongiurato l’ipotesi di un’Europa a due velocità, ma ora le due velocità riemergono, per colpa dei più forti che lottano contro la crisi a spese dei più deboli.  Di questo passo, fra dieci anni vedremo inesorabilmente un’Europa divisa in due parti concentriche, con un cuore continentale connesso alla modernità globale ed una periferia mediterranea, vecchia, provinciale, impoverita, approdo della mano d’opera africana a basso costo, per una economia di serie B, con buona pace dei militanti leghisti.  L’euro sarà la moneta tedesca, tutt’al più la moneta di un accordo franco-tedesco, e sarà affiancata da nuove monete locali, negli stati che non riusciranno a pagare i debiti.  A conti fatti, l’Europa mediterranea assomiglierà alla Bulgaria.

In Italia, un libertario dell’ultim’ora si farà interprete di questo trapasso, verso una ritrovata sovranità monetaria nazionale.  Non vorrei deludere chi ha festeggiato in piazza a Roma, sabato scorso, ma io un nome in mente ce l’ho: comincia per B.  Per quanto mi riguarda, non so che fare.  Terrò la televisione spenta e… andrò a cercare un appartamento a Berlino.

Preti e foglie che cadono

8 novembre, 2011 § 1 Commento

Il giorno dei morti è il momento giusto per incontrare un prete e portarlo a cena…  Di preti ne conosco più d’uno, ma due in particolare mi sono vicini, coi nomi talmente simili da sembrare la mutevole apparizione di un unico soggetto: Casadei e Casadio. E’ una strana coincidenza se il cognome di entrambi reca impressa l’assonanza col nome della divinità: con loro ho condiviso momenti formativi, ma negli anni della scuola non immaginavo quanto fossero spiccate le inclinazioni religiose di entrambi, tali da condurli in pochi anni nelle stanze di un seminario arcivescovile. Di passaggio a Roma mi capitava di incontrarli nelle vie del centro all’uscita da qualche messa: una volta il quattordici febbraio dopo la processione dei Santi Cirillo e Metodio, nei sotterranei di San Clemente. A cena “Da Giovanni” l’oste gentile e dichiaratamente filo clericale aveva tenuto libero un tavolo per noi, per questa insolita presenza di due preti accompagnati da un amico la sera di San Valentino: un tavolo sottratto alle coppie in attesa più che legittima davanti alla porta. Quella sera avevamo parlato del Papa e dei cardinali, come se avessimo avuto in mano le sorti del prossimo conclave col tovagliolo ed il tegame di trippa in tavola. La vita dei giovani preti senza parrocchia assomigliava per certi versi alla mia -cassintegrato dell’industria dello zucchero- costellata di lunghe attese e di vari incarichi temporanei e bizzarri, distribuiti fra Roma e la provincia, con in più l’obbedienza ad una classe dirigente ancor più vecchia di quella dei tecnici dello zucchero, testardamente ignara dei mutamenti della società.

Uno dei due preti col nome quasi uguale è ancora oggi sospeso fra gli studi a Roma e varie supplenze in provincia. Con lui ho cenato la sera del 2 Novembre, dopo una messa triste in una piccola chiesa moderna di campagna, costruita come un capannone della frutta e rivestita di polistirolo. Alle sette di sera la voce del sacerdote scivolava sulle pareti spoglie e correva in fretta verso la fine della liturgia, come se i pochi partecipanti -gente semplice ma pretenziosa- fossero forestieri di passaggio a cui dare del “Lei“. La musica dei canti era un vecchio nastro registrato con la voce di un armonium perfino bello in certi momenti. La fine è arrivata in un lampo, con il prete che scompare in un andito dietro l’altare, attraverso una porta massiccia di legno oltre la quale la luce di un neon illuminava mobili e vetrine lucide di quarant’anni fa. Dopo essersi spogliato degli abiti sacerdotali mi è venuto incontro sorridendo: “carissimo”, girandosi poi verso l’altare per l’ultima genuflessione col segno della croce.

“Sali in macchina con me -dico- ho l’automobile nuova!”. Lui risponde:”Davvero?” e subito corre a vedere di che cosa si tratta. Avrei parlato volentieri del Vecchio Testamento, del libro di Samuele o del tempio di Re Salomone, ma questa volta è il prete che mi interroga sui dati tecnici dell’auto che ho comperato: “quanti chilowatt? Benzina o GPL?”. Percorriamo la strada in collina fin sulla piazza del paese di Bertinoro, che si apre a terrazzo sulla pianura. E’ sera ma non fa freddo e la pianura sotto di noi risplende col luccichio delle insegne pubblicitarie, dei lampioni gialli e bianchi come un’unica grande area metropolitana. Non era così trent’anni fa, quando poco più che bambini arrivavamo fin qui con le corriere di linea. Bertinoro era la gita ricorrente con cui sperimentavamo una lontananza remota a pochi chilometri da casa.

Già a quei tempi l’ombra lunga di un prete veniva incontro a noi, in discesa dalla rocca verso la piazza terrazzata sulla pianura, portandoci alla scoperta di qualche segreto: un sotterraneo, una torre, una chiesa. Avevamo acquisito una certa familiarità con le antiche leggende del luogo, conoscevamo il nome dei tre mitici fondatori della città, la storia di Cavalcaconte e la favola di Aldruda, l’eroica liberatrice. Durante quelle esplorazioni il vecchio prete ci guidava con voce flebile e ipnotica: era un parroco in pensione che poteva avere più di ottant’anni, vuoi per i capelli bianchissimi che portava pettinati con ordine, vuoi per il passo flemmatico, celato fino a terra dalla veste nera che era chiusa da una fila lunghissima di bottoni. Trent’anni fa quell’uomo non doveva essere tanto vecchio: avremmo dovuto dedurlo dalla disinvoltura con cui affrontava le salite della borgata dove abitava. Ma attorno a lui aleggiava qualcosa di eterno.

Nelle mura rosse della rocca si aggrovigliavano i fichi selvatici. Non c’erano torri: quel castello non mostrava i tratti mascolini della fortezza, ma una solennità diversa, aristocratica e misericordiosa, sommersa dall’aroma del mosto in autunno. In cantine c’erano ancora le vecchie botti del vescovo che se ne era andato ormai da due decenni. Le tracce della curia vescovile erano evidenti negli stemmi dei corridoi al piano nobile, dove il nostro anziano accompagnatore era solito terminare il giro turistico, in quello che era l’ufficio dell’anagrafe diocesana: una stanza stretta, contornata di scaffali e con un’unica finestra sibilante per il vento, inondata della luce del pomeriggio, coi colori dell’Appennino ed i riverbero dei boschi lontani. La sera del 2 Novembre questi ricordi non sono riemersi, ma -sono sicuro- nessuno di noi li ha dimenticati, anche se i muri della rocca sono stati ripuliti ed è scomparso l’odore del mosto. Nelle strade c’è un gruppo cosmopolita di giovani studenti del centro universitario che ha preso il posto delle stanze del vescovo. Fra di loro alcuni cinesi, nessun altro prete. In lontananza il rumore delle foglie che cadono.

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